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Paolo GODANI, La VITA comune

“Le preoccupazioni: una malattia dello spirito propria dell'epoca capitalistica”. Inizia con queste parole un capoverso folgorante del frammento Capitalismo come religione, che Walter Benjamin scrive nel 1921. Le preoccupazioni sono le piccole angosce che accompagnano il tempo delle nostre giornate. Non si tratta delle sublimi sofferenze spirituali per la perdita di una persona cara o anche solo per la fine di un amore, né delle sofferenze fisiche della malattia, ma di un cruccio, per lo più di natura economica, che da un punto di vista fisico e spirituale potremmo essere tentati di dire meschino.
Dà da pensare che, per quanto possano apparire misere ad uno sguardo superiore oggettivo, le preoccupazioni restino inaggirabili, nel sentimento degli individui che le hanno. Se questo mese facciamo fatica a trovare i soldi per pagare la rata del mutuo, finché non riusciamo a trovare il modo di liberarci da questa pre-occupazione, sarà inutile applicarsi a qualunque altra occupazione, non riusciremo a combinare niente; se per risolvere una questione al catasto o per il pagamento di un bollettino dobbiamo trovare quel documento che non sappiamo più dove si trovi nell'ipertrofia dei nostri raccoglitori, finché non l'avremo trovato, quell'insulso oggetto burocratico continuerà ad occupare i nostri pensieri.
Le preoccupazioni sono una caratteristica del nostro modo di vivere, una malattia propria dell'epoca della piccola borghesia planetaria, e non vanno dunque derise o stigmatizzate, ma comprese, perché possono forse rivelare qualcosa di importante intorno a noi stessi. Di che cosa sono il sintomo, precisamente? Innanzitutto del fatto che gli individui sono soli o, più precisamente, che sono isolati di fronte alla macchina economica o burocratica – allo stesso modo in cui lo sono, nel Processo di Kafka, di fronte alla macchina della Legge. Da questo punto di vista, il Capitale e la Legge sono entrambi dispositivi che producono individui isolati.
Le preoccupazioni sono il sintomo di una riduzione della vita comune, che costituisce gli individui come atomi separati. Per questo, cioè per il fatto che chi è in preda alle preoccupazioni è sempre costretto a cavarsela da solo, Benjamin conclude che le preoccupazioni sorgono dal sentimento dell'assenza di una via d'uscita che sia collettiva. La condizione perché vi siano preoccupazioni è infatti questa: che sia preclusa la possibilità stessa di trovare in un'attività collettiva la soluzione ad un problema, che l'unica via d'uscita pensabile sia di natura individuale.
Eppure, forse mai come oggi non solo le abitudini della vita quotidiana, ma i desideri, gli affetti, i pensieri e le facoltà messe al lavoro sono da cima a fondo di natura comune. Solo che la nostra situazione attuale assomiglia a quella di una molteplicità di persone che, pur conoscendo la stessa lingua, siano costrette  – per un beffardo incantesimo – a parlarla solo tra sé, in un triste monologo interiore. In attesa alle poste, in coda sulla tangenziale, facendo spesa al supermercato, siamo tutti come i telefonisti di un call center: abitiamo lo stesso luogo e lì facciamo, tutti, le stesse identiche cose, ma ognuno le fa separatamente, senza potervi riconoscere alcuna comunanza.
Vorremmo considerare un po' più a fondo la discrepanza costitutiva di un individuo che, da un lato, è fatto di elementi comuni e, dall'altro, è rinchiuso nella propria idiozia. E l'idea che vorremmo suggerire è che il cruccio dell'individuo moderno stia proprio nel suo viversi come un individuo.

 
Paolo GODANI. La vita comune. Per una filosofia e una politica oltre l'individuo, DeriveApprodi, Roma 2016, pp. 106.

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