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HONNETH, L’idea di socialismo

Se l’ampio lavoro di Honneth Das Recht der Freiheit, del 2011, ha suscitato un dibattito molto articolato ospitato in un numero monografico della rivista Critical Horizons, il nuovo libro del direttore dell’Istituto per le ricerche sociali di Francoforte sul Meno intende tornare su alcune critiche che gli sono state mosse, specie riguardo alla sua supposta rinuncia a proporre un orizzonte normativo di trasformazione radicale della società, con l’obiettivo di tracciare una storia concettuale dell’idea di socialismo e immaginarne una riattualizzazione in senso democratico.

Lo studioso muove da un dato empirico molto condivisibile: la società contemporanea, resa quasi totalmente funzionale alla soddisfazione dell’imperativo del profitto, avverte sempre più acutamente un malessere ascrivibile al progressivo e persistente imbarbarimento delle dinamiche lavorative e relazionali ma, al contempo, mai come oggi essa si trova sprovvista di orizzonti normativi che siano in grado di canalizzare l’indignazione e tradurla in azioni trasformative congiunte e concrete.

Proprio il socialismo sembra a Honneth ancora capace di disegnare tali orizzonti normativi e imprimere nuovo vigore all’aspirazione universale a una società più giusta, a patto che se ne analizzino, ancora una volta, le condizioni di nascita, si prenda distanza dal vecchio guscio concettuale ormai inservibile ad avviso dell’autore e, infine, lo si traduca in pratiche universalizzabili e al contempo contestualizzabili. Per raggiungere l’obiettivo di una riattualizzazione del socialismo Honneth compie un percorso articolato almeno su due livelli: a un primo livello l’autore ripercorre la genesi dell’idea accentuandone l’istanza di superamento della Rivoluzione francese nel senso della realizzazione della libertà sociale e ricostruisce il legame originario tra socialismo e industrialismo; a un secondo livello Honneth immagina almeno due correttivi rispetto all’idea originaria di socialismo perché si possa utilizzarlo nuovamente e più realisticamente come orizzonte normativo. Il primo correttivo consiste nell’abbandono di una rigidità ideologica che ha reso le pratiche sociali spesso asservite a un modello unico e talvolta poco aderente alle reali possibilità trasformative della società e nella conseguente sottoscrizione di un metodo che l’autore stesso definisce come «sperimentalismo storico». Il secondo correttivo implica il ripensamento del legame tra socialismo e democrazia e un riconoscimento della necessità che tali ambiti concettuali e pratici si contaminino e camminino insieme.

Il rapporto tra esperienza rivoluzionaria e socialismo consiste secondo Honneth nel tentativo da parte del secondo di realizzare la fraternità superando un’interpretazione liberale della libertà e le contraddizioni che ad avviso dei primi teorici del socialismo essa innesca se fatta interagire con il concetto di fraternità: «la contraddizione concerne il fatto che la realizzazione dell’obiettivo normativo della fraternità – cioè l’essere solidali l’uno-per-l’altro – non è perseguibile perché l’altro obiettivo, quello della libertà, è concepito esclusivamente per mezzo della categoria di un egoismo privato, qual è riflesso nei rapporti di concorrenza del mercato capitalistico» (Ivi, pp. 25-26). La contraddizione tra fraternità e libertà implica un ripensamento del socialismo nel senso della realizzazione di una libertà sociale, espressione cui l’autore ricorre sovente nel corso del testo, in cui la solidarietà reciproca anche nella soddisfazione dei bisogni e nell’economia non confligga con la libertà ma, hegelianamente, possa inglobarla e realizzarne una versione migliore.

A partire dall’istanza trasformatrice della società nel senso della realizzazione di relazioni improntate alla giustizia, il «guscio concettuale» del socialismo originario prevede secondo Honneth i seguenti assunti, che vanno ripensati: «la sfera economica quale centrale e invero unico campo delle lotte per una forma di libertà appropriata, il legame riflessivo a una forza di opposizione già presente in questa stessa sfera, e infine l’aspettativa di filosofia della storia nell’imminente e necessaria vittoria del movimento di opposizione esistente» (Ivi, p. 48).

Quanto al primo assunto, secondo Honneth esso implica un’assolutizzazione della sfera economica a scapito almeno di quella istituzionale e politica, considerata come una cornice funzionale al capitalismo, il che ha condotto a ignorare e non concretizzare le possibilità di trasformazione dell’esistente agendo sulle istituzioni e sui diritti; il secondo assunto traduce il doppio legame che tiene insieme socialismo e capitalismo nella forma dell’industrialismo, nel senso per cui la rivoluzione del proletariato non può che realizzarsi dentro un’epoca che si riconosce come industriale; infine, il terzo assunto implica un determinismo che si è rivelato poco aderente alle effettive dinamiche storiche, che non hanno confermato le profezie marxiane legate alla scomparsa del capitalismo per le sue stesse contraddizioni interne. Quest’ultimo punto permette a Honneth di evidenziare come il socialismo originario aderisca in origine al mito del progresso, spingendosi a indicare nella tecnologia uno strumento di miglioramento delle condizioni sociali e lavorative del proletariato.

A partire dal riconoscimento dell’inattualità di tali assunti e della loro inservibilità nel panorama contemporaneo, Honneth propone un modello di socialismo non servo di un’economia industriale, non escludente rispetto alla carica trasformativa delle sfere delle relazioni personali e di quelle istituzionali o politiche e, infine, non viziato dalla fede incrollabile nel progresso inteso come una necessità storica che garantirebbe il successo della rivoluzione proletaria. Un socialismo senza proletariato industriale è possibile e auspicabile, sembra suggerire Honneth, innanzitutto mediante un ripensamento del metodo: non si tratta più di applicare un modello teorico a una realtà troppo magmatica perché possa contenere orizzonti normativi, ma piuttosto di adottare una prospettiva di prudente sperimentalismo che non pretenda di tradursi in cambiamento immediato e rivoluzionario senza la fatica del percorrere insieme la strada della solidarietà sociale: «Abbiamo visto che per il socialismo, una volta cassata la sua credenza originaria nelle leggi, non si può stabilire a priori in quale maniera la libertà sociale possa realizzarsi all’interno della sfera economica nel modo più rapido e migliore possibile» (Ivi, p. 88). E, aggiunge Honneth, il superamento del capitalismo non implica il superamento del mercato che, al contrario, può diventare il terreno di siffatte sperimentazioni.

Allo stesso modo, inoltre, è necessario immaginare un socialismo che non riduca la sfera delle relazioni personali e quella delle relazioni politiche a un mero riflesso delle dinamiche economiche, secondo una tripartizione di esplicita derivazione hegeliana. Quanto alle relazioni personali, secondo l’autore è necessario ripensare i legami privati nel senso del mutuo sostegno, mediante l’amore, nel cammino verso la libertà sociale; è inoltre nella sfera politica e nel suo respiro comunicativo che possono innescarsi dinamiche emancipative che non consentano alla sfera economica di monopolizzare la realizzazione delle libertà sociali; è necessario in altri termini abbandonare la declinazione della sfera politica nei termini di un riflesso sublimato di quella economica, e riconoscere alla prima un’autonomia che ne traduca anche il suo potenziale emancipativo.

Axel HONNETH, Die Idee des Sozialismus, Suhrkamp, Frankfurt am Main 2015; tr. it. di M. Solinas, L’idea di socialismo. Un sogno necessario, Feltrinelli, Milano 2015, pp. 155

      Silvia PIEROSARA

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