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FRANZINI, Filosofia della crisi

Può sorprendere che Elio Franzini, l’autore dell’Elogio dell’illuminismo (2009), di I simboli e l’invisibile (2008), Filosofia dei sentimenti (1997) tra le tante sue opere apparse, abbia scritto un libro sulla crisi. Non lo conosciamo infatti come autore che si sofferma su concetti abusati e ormai ovvii come questo, che già nel secolo scorso è stato frequentatissimo in modo più o meno semplice o complesso. A pensarci bene però ci deve incuriosire quell’abbinamento tra “crisi” e “filosofia”: che Franzini voglia dare stabilità, fondamento e struttura a un termine che evoca sospensione, difficoltà, divisione e incertezza?

Inoltrandoci nella lettura si fa strada, fra i riferimenti storici letterari e filosofici, nel basso continuo della fenomenologia di Husserl e della sua teoria della crisi, un’argomentazione efficace sulle tipologie del discorso filosofico della modernità, e si delinea un’idea del rapporto stretto fra filosofia e crisi, così che la filosofia si presenti sempre insieme come crisi e come sua rappresentazione razionale.

Franzini parte da un brillante confronto tra Paul Valéry e Thomas S. Eliot, gli antesignani del senso della crisi intesa come interrogazione critica su ciò che resta delle tradizioni e delle scienze europee da cui è emersa la modernità – un’interrogazione diventata cruciale nella storia del novecento -, e si interroga sull’esigenza di restaurare un’idea di forma e un’idea di ragione che intrattenga con la realtà, con la vita, un rapporto incessante di apertura alla temporalità dell’uomo. La domanda che si pone all’umanità dopo l’illuminismo riguarda la possibilità di distinguere la modernità dalla barbarie, e si deve intendere la filosofia della crisi come una filosofia critica, ricerca in ogni tempo delle condizioni di possibilità del pensiero, della psicologia e della vita.

I riferimenti più assidui sono a Diderot e Kant, soprattutto il Kant della terza Critica, a Dilthey, Adorno e Heidegger,  e ne risulta un’idea di filosofia come indagine sulla possibilità della relazione simbolica. Il simbolo configura un legame indissolubile tra visibile e invisibile, tra pensiero e rappresentazione ed è quindi uno snodo essenziale nella visione del mondo della vita, di quello che Franzini chiama, con tante implicazioni tematiche, il precategoriale. Pensare il simbolo vuol dire aprire la questione dello stile dell’interrogazione filosofica e quindi ancora della filosofia come indagine sul senso razionale dell’evidenza.

Lo stile è la ragion d’essere della filosofia come disciplina storica, dotata di un inizio storico e quindi da mettere sempre in discussione, non in senso relativistico, ma nel senso del trascendentale fenomenologico, che è un trascendentale storico, è un fatto.

L’ansia per lo stile, che attrae in queste pagine, rispecchia la coscienza di una difficoltà del dire che si manifesta pienamente nel confronto tra filosofia e arte, dove l’arte è un modo di illustrare la crisi, ma con un’autonomia e sicurezza della propria attività creatrice di forme. Vien fatto di pensare che qui Franzini tenti di dar forma a un pensiero della crisi della ragione, però di una ragione che non sia a sua volta implicata nella crisi. Si delinea quindi un orizzonte rappresentazionale del giudizio, che non deve permettere che le certezze raggiunte dalla ragione si oggettivizzino, diventando così assolute. È questo movimento che permette di trovare lo stile con cui può parlare la filosofia della crisi.

Elio FRANZINI, Filosofia della crisi, Guerini, Milano 2015

 

Silvia FERRETTI

inAteneo

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