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Arianna FERMANI, ARISTOTELE e l'infinità del male

Questo saggio, che costituisce un tentativo di fornire un piccolo contributo a «penetrare il mistero che forse più di ogni altro tiene svegli di notte i filosofi, cioè il mistero dell’unde malum (“da dove viene il male?”)», contiene, nel titolo, una evidente allusione alla fondamentale opera di Hannah Arendt: La banalità del male. Perché se è vero che «il male è qualcosa di inevitabile (κακόν τι ἀναγκαῖον)», come ricorda Aristotele nelle Confutazioni Sofistiche, d’altro canto si deve dire che esso è anche -e soprattutto- “infinito”. E non solo perché, come afferma sempre il Filosofo, «un essere umano malvagio potrebbe fare infinitamente più male di una bestia» (Etica NicomacheaVII, 6, 1150 a 7-8), ma anche per la ragione più specifica che «si può sbagliare in molti modi (infatti il male ha la caratteristica dell’illimitato, come avevano intuìto i Pitagorici)» (Etica Nicomachea II, 6, 1106 b 28-30).

Ma forse la prima cosa che viene in mente, quando si pensa al “male”, è che «di un argomento così nessuno si occupa quasi più. Ci si occupa sempre dei ‘beni’ (possibilmente economici) e dei ‘mali’ (possibilmente di salute). Eppure, bene e male - come parole assolute - sono forse le parole più note tra gli esseri umani» (C. Vigna, Bene e Male, in C. Vigna-S. Zanardo, Etica di frontiera. Nuove forme del bene e del male, Vita e Pensiero, Milano 2008, pp. 61-83, p. 61). D’altra parte il male è ciò che ci caratterizza costitutivamente, in quanto esseri umani: «il male non è un'aggiunta accidentale alla storia dell'umanità, di cui ci si potrebbe sbarazzare facilmente: esso è legato alla nostra stessa identità; per eliminarlo bisognerebbe cambiare specie» (T. Todorov, Mémoire du mal, Tentation du bien, Editions Robert Laffont, Paris 2000; trad. it. R. Rossi, Memoria del male, tentazione del bene, Garzanti, Milano 2001, p. 340).

Il male, però - e con esso (fosse solo implicitamente) anche il bene - visto che «si tratta di due parole che possono essere capite solo se sono tenute insieme» («Divise l’una dall’altra, perdono la forza originaria che le caratterizza» (Vigna, Bene e Male…, p. 61) - necessita di essere in molti modi ripensato. E di essere ripensato proprio a partire dai Greci e dal modo in cui essi hanno percepito, vissuto e chiamato il male in tutte le sue articolazioni e in tutte le sue variabili. Peraltro, sebbene tale tema sia diventato un tema “specifico” d’indagine solo a partire dalla tarda antichità, esso può essere considerato indubbiamente e a pieno titolo un tema filosofico “classico”.

INDICE

Premessa
Ringraziamenti     

Introduzione        

Prima parte: Grammatica del male
Primo capitolo: Il male morale e le sue articolazioni 
Secondo capitolo: I nomi del male morale

Seconda parte: Forme del “male patito”    
Primo capitolo: Il male di cui non si è chiamati a rispondere: il “male patito”, tra sorte e involontarietà 
Secondo capitolo: L’inevitabilità del male che capita: il dolore e i suoi profili
Terzo capitolo: Passioni cattive che fanno male       

Terza parte: Forme del “male compiuto”
Primo capitolo: “Essere privi di spina dorsale”: la debolezza e le sue articolazioni
Secondo capitolo: Quando l’anima “viene fatta a pezzi”: l’incontinenza tra piacere, dolore e pentimento
Terzo capitolo: Che vuol dire “sbagliare”? Il male compiuto, tra errore e falsità 
Quarto capitolo: Il male morale alla massima potenza: il vizio 
Quinto capitolo: Il male che fa orrore: violenze, crimini, omicidi

Conclusioni
Glossario   
Bibliografia
Appendice  

IL LIBRO

Arianna FERMANI, Aristotele e l'infinità del male. Patimenti, vizi e debolezze degli esseri umani, Morcelliana, Brescia 2019, pp. 357

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