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Maurizio MIGLIORI si racconta alle soglie della pensione

Vado in pensione in data 1 novembre 2015, a 72 anni. É un’esperienza ovviamente nuova (e qui ci vorrebbe uno smile; in questo testo ce ne vorrebbero molti altri, ma non è possibile; spero che i lettori ce li mettano loro, sorridendo alle mie infami battute) e anche strana perché mi fa pensare varie cose.

La prima è che me la sono guadagnata: ho 51 anni e 11 mesi di contributi versati. Nessuno potrà accusarmi di aver rubato qualcosa.

La seconda è che ho avuto una esperienza strana, piena di tensioni, ma sostanzialmente bella. Ho potuto fare le due cose che volevo: insegnare e studiare Platone. Grosso modo, mi pare che anche il passaggio dai 24 anni di insegnamento alle superiori ai 25 nell’Università abbia una sua logica, perché ho cercato di restare “insegnante” anche a Macerata, dove però finalmente ho potuto studiare Platone come volevo.

Studioso sì, ma prima di tutto “insegnante”. Figlio di due insegnanti di scuola primaria, marito di maestra la prima e la seconda volta, docente di pedagogia per oltre 20 anni, dovevo farlo perché ce l’ho nel sangue, ma anche perché avevo un debito, e io pago sempre i miei debiti, come mi ha insegnato mio padre. Amavo la filosofia perché amavo Platone: ho avuto la fortuna che i miei fossero disposti a spendere i loro (pochi) soldi per mandarmi a studiare lontano, nell’Università Cattolica di Milano, come volevo. Non sapevo bene quello che facevo, ma avevo scoperto, nelle varie esperienze di gioventù, che l’ambiente milanese era “un’altra cosa”. Avevo ragione: Milano è stata una miniera di cose nuove, in Università ho frequentato i corsi biennali di due teoreti della forza di Bontadini e Severino, e un biennio di storia della filosofia con un mostro sacro come Sofia Vanni Rovighi (un anno sulla Logica di Hegel, un’esperienza traumatica). Mi hanno rotto le ossa come nessuno studente di oggi potrà mai capire, ma a distanza di tanti anni sono loro ancora immensamente grato per quanto mi hanno insegnato. E poi, lo stesso anno in cui ero matricola cominciava lì la sua carriera di professore universitario Giovanni Reale. Un legame inevitabile: ancor oggi non so chi di noi due ha amato di più Platone. Così sono stato il suo primo laureato, con lui fino al suo funerale, fino alla commemorazione in suo onore che ho scritto per l’International Plato Society.

Se uno ha avuto tali immeritate fortune ha, a mio avviso, il dovere morale di tentare di rendere ad altri lo stesso dono. Perché questo vuol dire insegnare. Nel mio studio è appesa una frase tratta dal libro Lettera a una professoressa di Don Milani: “maestro è colui che non ha interessi culturali quando è solo”. Uno non studia Platone solo per capirlo, o peggio ancora per avere una cattedra, ma per condividere con altri l’insegnamento di un grande dialettico. Insegnare vuol dire prima di tutto non partire dalla materia, ma dalle persone che si hanno di fronte, che stanno crescendo e che stanno lì proprio per questo.

Ho cercato di farlo per anni nelle superiori, poiché le mie scelte politiche rendevano impossibile il legame ufficiale con la Università Cattolica. Ho continuato a studiare, ma solo quel poco che gli impegni scolastici (e non solo) rendevano possibile. Poi finalmente ho vinto la cattedra a Macerata, dove ho trovato un ambiente per tanti aspetti ideale. La nostra università è, e ancor più era, un luogo in cui si può lavorare e fare una proposta culturale impegnativa. Il mio primo corso è stato sul Parmenide di Platone e credo che gli studenti di quel corso se lo ricordino ancora. Era una cosa estremamente difficile già allora ed è triste pensare che oggi è impossibile ripeterlo. Tuttavia ho cercato di continuare su quella stessa strada. Non è cattiveria: un giovane (direi: un essere umano) deve mettersi alla prova in modo da scoprire i suoi limiti e quindi avere una (sempre più) chiara visione di quel che è, di quali sono le debolezze su cui deve lavorare e migliorare, fosse pure un impegno dell’intero arco della sua vita.

Non credo di essere riuscito a far scoprire ai miei studenti questo dato, che la conoscenza dei propri limiti è un fattore di forza, che permette di andare avanti e non un elemento di depressione, come tanta cultura attuale afferma e veicola. Tuttavia, qui ho potuto insegnare e studiare e ne sono contento e grato: nel nostro piccolo mondo - questi due corridoi così funzionali che raccolgono tutta la nostra vita universitaria - è stato persino facile cominciare quello che per me, del tutto esterno alla carriera universitaria, era un lavoro completamente nuovo. Quando sono arrivato i colleghi mi hanno detto che avevano messo da parte una forte somma in modo da permettermi di arricchire la nostra biblioteca di libri di antica che, data l’assenza di un titolare, mancavano. Ho citato per anni in tutt’Italia questo aneddoto, per sottolineare la qualità umana e culturale dei colleghi che mi avevano accolto.

La risposta attiva degli studenti non è mai mancata: ho potuto iniziare subito con un seminario, che continua ancora oggi (e che spero continui negli anni prossimi) che è la cosa cui tengo di più perché lì non sono io a parlare delle mie “brillanti” idee, ma sono gli studenti a scoprire come è difficile capire un testo, come è facile cedere alla tentazione di bypassare le questioni difficili e nel contempo – perché questa è la regola – ad essere metodicamente “bastonati” con esuberante determinazione. Ed è anche capitato che, finito tutto, mi ringraziassero!

Ho avuto in Filosofia Antica ottimi allievi ed allieve: uno insegna in Portogallo, due altre sono qui da noi e, come è stato detto a un recente convegno ad Aix-en-Provence, si delinea una scuola che ha alcune caratteristiche proprie e che continua, in modo profondamente innovativo, la scuola di Tubinga-Milano.

Così uno ha l’impressione che il suo lavoro non sia abbandonato alla fredda ripetizione dei libri scritti, ma che continui nella viva intelligenza di altre persone, che aprono il discorso ad esiti che un vecchio non può nemmeno prevedere. Ma che altri giovani utilizzeranno per la loro crescita umana e culturale.

Qualcuno potrebbe dire: ma che cosa c’entra questo patetico discorso con Platone? C’entra perché Platone, allievo di Socrate, è stato un maestro, e da quando l’ho incontrato, ed ero adolescente, mi ha dato tanto. Egli stesso dice, nel Fedro, che malgrado i limiti che ha ogni insegnamento, scritto ed orale, è qualcosa alla quale vale la pena dedicare un’intera vita.

Ho molti punti di disaccordo con il mio amato Platone, ma su questo sono totalmente d’accordo con lui.

Maurizio MIGLIORI

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