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L'EPIFANIA DELLA “JEUNE-FILLE”.

“Che cosa si deve fare per avere quattro crediti di filosofia del linguaggio?”. Questo – e solo questo – era il testo di una e-mail, forse la peggiore mai ricevuta, mandatami alcuni anni fa da quella che poi appurai essere una studentessa. Non vi era intestazione, non vi era saluto e neppure un indizio capace di iscrivere quello sciatto grumo di parole nell’ambito di una relazione – vuoi istituzionale vuoi personale. Pensai: “Che cosa posso mai avere fatto per meritare di ricevere una lettera così weltlos, così priva di mondo? La spersonalizzazione dell’università non vi potrebbe essere rappresentata meglio: un nickname, un non-luogo cibernetico e due sintagmi due, che sembravano concepiti da un normografo.”  Cito questo lontano episodio per dire che nel linguaggio si leggono bensì i segni del tempo, ma che sempre più spesso accade di  leggere anche i segni di un disfacimento del tempo. E se è vero che il linguaggio è la nostra casa, perché in esso costruiamo la nostra identità, allora il disfarsi del linguaggio mette in pericolo molto di più. Italo Calvino, in una delle sue Lezioni americane, l’aveva detto: una strana peste affetta il linguaggio umano, obliterando via via i tratti della soggettività. Si tratta di una nuova forma di afasia? Penso di sì: un’afasia che chiamerei personale, per i motivi che brevemente spiegherò.

Noi non abbiamo altro che l’oggi linguistico per donarci e per riceverci come persone. È nel presente dell’enunciazione che la persona entra nel linguaggio. Se si eradica l’io dalla sua enunciazione, che ne è del tu? È io chi dice io; ed io è detto con verità se si ha, anche ipotetico, un tu. Ora, nel momento in cui è tolta la soggettività dell’io/tu, cosa accade?  Si dà l’epifania della “Jeune-Fille”. Con tale espressione voglio qui riferirmi a quella figura (asessuata) che si lascia coinvolgere in ogni atto di enunciazione nel quale sia celebrata una scissione tra il soggetto dell’enunciato e il soggetto dell’enunciazione. La Jeune-Fille non è per principio responsabile di ciò che dice; non asserisce nulla, non trasforma l’atto locutorio in un atto linguistico di cui assuma la titolarità. Funziona come macchina fonatoria alle dipendenze di un emittente impersonale. È dunque una figura che deve interessare il filosofo dei linguaggi.[1]

Detto altrimenti: se parlare significa fare asserzioni, dire cose che riteniamo vere (o false, se siamo dei mentitori), allora la Jeune-Fille si colloca al di qua di questa scelta. Pur producendo suoni, essa non asserisce nulla. Non dobbiamo qui pensare alla Jeune-Fille come un semplice prodotto dell’industria della comunicazione. A noi interessa osservare che essa segnala un crampo nell’erogazione di soggettività. In essa ha il suo luogo la separatezza, non più ricucibile, tra enunciazione ed enunciato, ossia tra l’atto di dire e quel qualcosa che viene detto. Tuttavia, quello che viene a mancare non è né l’atto di dire (la Jeune-Fille proferisce dei suoni), né il dictum (qualcosa giunge a noi come significato di un enunciato). Se non fosse così, diremmo che la Jeune-Fille è semplicemente una persona che parla una lingua che non comprendiamo. Ma noi comprendiamo la Jeune-Fille; anzi, troviamo estremamente familiare sia il suo modo di enunciare, sia il contenuto dei suoi enunciati.  Alcuni casi popolari potrebbero far pensare che questa figura discenda da qualche maschera del teatro popolare; ma è solo una falsa pista. Aristotele, nella Poetica, considera inopportuno mettere in scena una donna che sia troppo abile a parlare. Bisogna che i caratteri di coloro che agiscono rispettino il principio di congruenza (tò harmòtton).

Direi anche: i personaggi non hanno che l’oggi dell’enunciazione per presentarsi come qualia. È dunque questo elemento, harmòtton, che esprime l’equilibrio tra enunciazione ed enunciato. “Essere nella parte” significa mantenere in omeostasi i qualia dell’enunciazione con la semantica dell’enunciato. Ora, ciò che la figura della Jeune-Fille revoca in dubbio è proprio questo equilibrio omeostatico. Essa non dice qualcosa, ma agisce il proprio corpo in una zona di luce. Sembra dire delle cose, ma proferisce dei suoni che non asseriscono. Si crea quindi una regione che conduce la fanciulla fuori dall’ombra in cui era tenuta dal dominio maschile, ma la trae fuori da quest’ombra solo per consegnarla a una luce che la avvolge, che la rende più invisibile di prima, perché è una luce dalla quale questa figura – una volta pubblicata – non potrà più recedere. La Jeune-Fille approda alle luci della ribalta, ad una regione di visibilità da cui non potrà mai regredire. Ma come? Non è forse questa luce ciò cui tutti aspiriamo? Non ci destiamo forse per apparire, per renderci visibili?  Perché, allora, diciamo che quella luce, conquistata dalla Jeune-Fille, è una luce dalla quale non si può regredire? La particolarità non sta nel fatto che la luce sia artificiale e non naturale, che sia accecante piuttosto che calda e accogliente. La differenza sta nel fatto che chi si consegna a questa luce, nella condizione di una figura dell’enunciazione che non dice nulla, si lascia pubblicare senza mantenere per sé alcuna regione in cui regredire per ritrovare, almeno in parte, la propria consistenza. Una fanciulla pubblicata non ha più in sé nulla che sia ignoto a chi la ascolta. È una figura geometrizzata dallo sguardo, ridotta a un cumulo di misure precedentemente note da altri esemplari; è una che vorrebbe porsi quale misura della bellezza e dell’interesse, ma poi si trova ad essere soltanto una cosa misurata. Si propone come metro, ma viene usata come ciò che un metro – certo,  diverso da lei – misura. Questa è oggi la Jeune-Fille. Un consiglio: non datele credito, né crediti.

 

MARCELLO LA MATINA



[1] Esiste un collettivo in Francia che si firma Tiqqun. Recentemente ha pubblicato un librino tosto, Elementi per una teoria della Jeune-Fille (Bollati Boringhieri, Torino 2003). In esso sono raccolti i materiali capaci di indicare il posto che tale figura occupa nella società della comunicazione.

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