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LA QUESTIONE DEL “LUOGO”

Michel Foucault, in un testo scritto nel 1967, già osservava che «la grande ossessione che ha assillato il XIX secolo è stata, come è noto, la storia: temi dello sviluppo o del blocco dello stesso, temi della crisi e del ciclo, temi dell'accumulazione del passato, grande sovraccarico di morti, il raffreddamento che minacciava il mondo. E nel secondo principio della termodinamica che il XIX secolo ha trovato gli elementi essenziali delle sue risorse mitologiche. Forse quella attuale potrebbe invece essere considerata l'epoca dello spazio. Viviamo nell'epoca del simultaneo, nell'epoca della giustapposizione, nell'epoca del vicino e del lontano, del fianco a fianco, del disperso.Viviamo in un momento in cui il mondo si sperimenta, credo, più che come un grande percorso che si sviluppa nel tempo, come un reticolo che incrocia dei punti e che intreccia la sua matassa [...]». Tuttavia la questione della spazialità dell'essere-al-mondo è rimasta poco pensata, poco affrontata e, nonostante la nobilitazione heideggeriana dell'abitare e della relazione tra spazio e luogo, è ancora riguardata con ingenua sufficienza o con sospetto: perché intesa come se comportasse immediatamente  convinzioni conservatrici o posizioni reazionarie, come se implicasse di per sé atteggiamenti “tribali” e pratiche politiche di esclusione.

Si tratta di riprendere a pensare la questione, però, perché si tratta, comunque, di una questione decisiva. Non solo per le discipline che fanno dello spazio e dei luoghi ciò di cui trattano in modo specifico (architettura, geografia, scienze ambientali...), ma proprio per la filosofia politica,  per l'antropologia e per l'etica, e per l'epistemologia: spazio e tempo sono coordinate ineludibili dell'esperienza, dell'esistenza, quindi dell'agire e del pensare. Inoltre oggi la questione è davvero esplosa, più di qualche decennio fa. È vero che Manuel Castells ha definito la nostra l'epoca dello “spazio di flussi”, che subentrerebbe alla precedente “epoca dello spazio dei luoghi”. Però ha anche osservato che parallelamente alla prima, che è la logica dominante iscritta nella struttura sociale ed economica, esiste inoltre una logica culturale centrata sul primato dell’esperienza, che privilegia, al contrario, il rapporti con lo spazio circostante, con lo spazio localizzato. È quello che ha chiamato, appunto, lo “spazio dei luoghi”, il cui senso primordiale è centrato sulla valorizzazione della località. Cosa implica, allora, la presenza di questa doppia logica dello spazio, per l'esistenza delle persone e per la convivenza: quali ne sono gli effetti e quali le prospettive di trasformazione?

Si tratta di porre la domanda come una “questione di senso”: in quale direzione, e perché?LA QUESTIONE DEL “LUOGO”

Un testo interessante, per istruire la riflessione, è Luoghi, culture, globalizzazione, a cura di D. Massey e P. Jess. Mette in guardia sul fatto che i legami tra luogo e cultura, tra luogo e identità, sono molto complessi. Il “senso di luogo”, si osserva, fa in ogni caso parte dei sistemi di significato con cui diamo senso al mondo. E se è vero che il luogo è un dato fisico, è anche vero che è ambito di strutturazione della interazione sociale, struttura di sentimento, centro di significato. Le persone, si può dire, “fanno i luoghi”: spesso sulla base di interpretazioni contrastanti, usando immagini, narrazioni e rappresentazioni, e delineando così una certa costruzione di significato. Perciò la definizione e rappresentazione di luogo può comportare conflitti sul suo carattere materiale: ad esempio, rispetto a quale sviluppo si dovrebbe incrementare in esso, a quali diritti concedere a chi vi arriva. Si tratta di conflitti tra le diverse interpretazioni della identità di luogo, dove gioca anche la dinamica dei rapporti di forza che vi si incontrano, incrociano e scontrano; un certo “senso di luogo” può essere reso predominante al punto da oscurare le altre modalità, pur presenti, di lettura di quello stesso luogo. I “sensi di luogo”, si deve riconoscere, sono quindi parte di relazioni sociali che possono essere diseguali. Quindi nessuna irrilevanza del luogo, ma la sottolineatura di un tema da inserire nell'agenda della riflessione critica: come sviluppare sensi di luogo e identità che siano cooperanti e consensuali.

Una prima indicazione, di portata radicale, investe allora direttamente la comprensione del “senso di luogo”: «contro rivendicazioni più vecchie e statiche dei luoghi in quanto coerenti, fissi e delimitati, è possibile proporre una loro definizione in quanto costruiti dalle miriadi di rapporti sociali, dai rapporti intimi e locali di un vicinato o villaggio fino ai rapporti sociali che si estendono intorno al globo». Il luogo come realtà di incontri, ubicazione delle intersezioni di particolari quantità di spazi di attività, di collegamenti e interrelazioni, di influenze e movimenti. Pensati in questo modo, i luoghi sono essenzialmente spazi di incontro che vivono di  sovrapposizioni, co-presenza. Si può ripartire anche da qui, allora, da un ripensamento di cosa siano i luoghi e dalla loro rilevanza per l'esistenza, per costruire geografie della solidarietà e dell'ospitalità, anziché geografie dell'esclusione. La famosa frase di Archimede in inglese suona così: “Give me a place to stand, and I will move the world”. Datemi un luogo...

Riferimenti bibliografici

- Il testo di Michel Foucault citato, scritto nel 1967 ma pubblicato nel 1984, si può ritrovare in traduzione italiana in Id. Spazi altri. I luoghi delle eteroropie, Mimesis, Milano 20083

- M.Heidegger, Abitare costruire pensare (1954), trad. it. in Saggi e discorsi, Mursia, Milano 1976, 2010

- Il concetto di “spazio dei flussi” è già presente in The Informational City (1989), ma con un approccio molto economico, più vicino a un’analisi di economia regionale; in La nascita della società in  rete, Bocconi, Milano 2008, Castells aggiunge delle dimensioni culturali, sociali e architettoniche (sviluppo che troviamo nei suoi testi già a partire dal 1994)

- D. Massey-P. Jess (a cura di) Luoghi, culture globalizzazione (1995), trad. it. Utet università, Torino 2006

 

CARLA DANANI

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