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La frase e il bouquet: storia tascabile della testologia di János S. PETÖFI

Il 10 febbraio 2013 si è spento a Budapest il filosofo e linguista János S. Petőfi (d’ora in avanti JSP). Era nato a Miskolc, in Ungheria, nel 1931 ed era onninamente considerato uno degli studiosi più versatili della testologia. Nel 1989 si era trasferito a Macerata, per insegnarvi Filosofia del linguaggio. Tracciare un quadro del suo percorso è qui impossibile e fuori luogo. Nello spazio di queste righe vorrei solo accennare al fil rouge che attraversa tutte le sue ricerche: il concetto di “testo”.

La prima domanda è: perché un linguista negli anni ‘60 s’interessava al testo? A scuola ci dicevano che compito del linguista è la descrizione della frase, così come compito del botanico è descrivere il fiore. Certo, noi abbiamo spesso a che fare con bouquet più che con fiori singoli; così come abbiamo a che fare con gruppi di frasi, più che con frasi isolate. Tuttavia, si dà scienza del fiore, e non del mazzo. Nella tradizione umanistica i fenomeni ‘transfrastici’ non erano trattati dal grammatico, ma dal filologo, dallo studioso di retorica o di stilistica. Anche quando la linguistica divenne una scienza, essa fu scienza della frase: Benveniste, Hjelmslev, Bloomfield, Chomsky o Jakobson, quando lavorarono da linguisti, si occuparono di frasi. D’altra parte, anche i filosofi del linguaggio studiavano, e studiano tuttavia, l’enunciato o la proposizione; con rare motivate eccezioni. Di tutti i linguaggi a lui noti JSP non amava che i bouquets.

La seconda domanda è: può darsi scienza dei bouquet di frasi? Fino agli anni Sessanta nessuno avrebbe ritenuto seria la domanda, ma una serie di scoperte aveva messo la scienza di fronte a domande nuove. Come trattare la sostituzione de ‘il mio cane’, con espressioni tipo ‘la bestiola’, ‘Fido’, etc. ? Come spiegare la positio dell’articolo in ‘C’era una volta un re. Il re aveva...’? O, anche, su quali basi distinguere ‘Voglio sposare una tedesca. Essa è bella’, da sequenze solo sintatticamente simili come: ‘Voglio sposare una tedesca. Essa sarà bella’? Le regole sintattiche non aiutano neppure quando si tratti di capire, p. es., a quali condizioni sia consistente il frammento seguente: ‘A: Ho mal di testa. B: Chiudi il finestrino’. Infine, il solo lessico non spiega perché siano coerenti (almeno nell’Italia peninsulare) le frasi: ‘A: Non ho più sale!’ ‘B: C’è un Tabacchi a cento metri’.

La linguistica della frase non poteva trattare questi fenomeni, a meno di introdurre un’entità di rango superiore, che, però, non fosse una casuale – o del tutto arbitraria – successione di frasi singole. JSP ha fatto proprio questo: ha introdotto una nozione di Testo come bouquet di frasi; e ha costruito una teoria articolata, capace “ricostruire razionalmente” il lavoro che un dato lettore può / deve compiere ogni volta che intende certi proferimenti linguistici come un testo.

La terza domanda è allora: quali proprietà fanno di alcuni proferimenti un testo? Stabilire questo punto avrebbe permesso di applicare la nozione di testo anche a complessi segnici non verbali, come i manufatti artistici o le performances rituali.  Prima di JSP la linguistica, tedesca in prevalenza, aveva cercato di stabilire una forma-tipo del testo. E però, escluso che le regole testuali potessero essere di tipo solo sintattico, la ricerca si era concentrata sul versante semantico. Un testo non è una frase, solo un po’ più grande. Non ha una distribuzione sintattica fissa dei costituenti. Non nasce solo dalla well-formedness e da un lexicon. Un testo non è, cioè, un’unità della linguistica. Le sue proprietà non possono darsi al momento in cui il testo è ideato da qualcuno; esse prendono forma, anche e piuttosto, quando qualchedun altro riceve, accetta, un dato veicolo segnico come testo. Le proprietà del testo non sono immanenti, ma dipendono da una relazione cooperativa fra persone in comunicazione: sono proprietà pragmatiche. La lingua non è che uno degli elementi di questa relazione; forse (se ha ragione Donald Davidson) neppure il più importante.

Con gli anni fu chiaro che, studiando il Testo, JSP si collocava fuori dalla linguistica tout court. Le sue ricerche lo collegavano, però, al filone di studi che aveva avuto illustri cultori in discipline vicine e lontane: la morfologia della fiaba di Propp, la grammatica testuale di Teun van Dijk, la semantica di Richard Montague e Barbara Hall Partee, ma anche la teoria delle forme simboliche di Nelson Goodman. Testo è non un’unità che appartenga al sistema linguistico, ma un’unità del sistema di una cultura. Prendiamo la cultura italiana. Se potessimo avere tutti i testi di questa cultura, la definizione di ‘testo’ non sarebbe altro che la lista dei testi italiani. Ma nessuno può avere tutti i testi di una cultura. I testi sono come le note di una canzone: diceva sant’Agostino che le note di una melodia ci sono tutte solo quando non ve n’è più nessuna; perché sono come gli anni di un uomo, che ci saranno tutti, solo quando non ve ne sarà più nessuno. Solo le culture morte hanno tutti i loro testi, perché non ne hanno più nessuno. Nel senso che non hanno una filologia disposta a prendere in carico quel deposito di ossa “profetizzando” retrospettivamente su di esse.

L’infinità dei testi del mondo può essere governata da teorie di diverso tipo. Vi sono quelle che pretendono di ricondurre tutti i testi ad un solo schema canonico (vedi A. J. Greimas e la sua scuola); e vi sono quelle che, come nel caso di JSP, non mirano a creare tassonomie, ma modelli di interpretazioni possibili. Resosi conto che un testo non è un macro-enunciato, JSP ha lasciato la linguistica, per dissodare il campo testuale con l’ausilio di uno strumentario eterogeneo: la sua testologia è una disciplina multifaria, che accoglie il contributo del linguista, ma non disdegna quello dell’antropologo. Il punto cruciale è costituito dalla centralità dell’oggetto ‘Testo’ nelle umane Lebensformen. La “svolta linguistica” di JSP si è data nel riconoscimento di un formato testuale in ogni linguaggio umano conoscibile. È anche per merito suo che possiamo dire utopici e irreali i progetti di automatizzazione delle scienze linguistiche, delle ricerche in intelligenza artificiale e delle teorie interpretative computer-aided. Macchine, queste, ideate per costruire bei fiori di plastica, incapaci, tuttavia, di formare degli autentici bouquets. Solo l’uomo lo può.

Un ultimo commento. JSP ha indicato il cammino anche ad altre discipline. La sua (non-) linguistica del testo ha svelato alle filosofie interessate all’interpretazione la necessità di muovere da una ricognizione del linguaggio mediante il quale l’interprete può rendere disponibile ad altri la propria interpretazione di un testo. JSP ha lavorato per anni alla costruzione di un linguaggio canonico (kanonische Sprache): ha sviluppato la logica predicativa fino a rendere possibile il trattamento formale di molte componenti dell’organizzazione testuale (spazio, tempo, connettivi, elementi “costitutivi di mondo” e performativo-modali). Non si sottovaluti questo aspetto logico-formale. Troppo spesso le ermeneutiche che conosciamo si basano su elementi personalistici, impressionistici, che non resisterebbero ad un esame attento della loro forma testuale. JSP ha spesso “smontato” nel corso delle sue lezioni le proposizioni di filosofi saccenti e confusi. E, senza alcuna acrimonia, ha insegnato anche a noi che “quel che può essere pensato, può anche pensarsi con chiarezza”.  Ecco: cercare di iscrivere l’ermeneutica reader-oriented in quello che John Rawls ha chiamato the public reason, questo è il legato che il magistero di JSP affida allo studioso che voglia comprendere le regole che consentono agli uomini di comporre, anche da sterili fiori, incredibili e fascinosi bouquets.

MARCELLO LA MATINA

inAteneo

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