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L’educazione all’arte e la politica democratica

Negli ultimi anni sono usciti molti libri o direttamente sull’illuminismo o che ne evocano motivi diversi, le luci e le ombre, soprattutto proiettandone giustamente l’influsso sull’intera modernità fino all’oggi. Questi scritti non mancano di ricordare le molte critiche rivolte da tanti al diciottesimo secolo, ma quasi mai ne riferiscono una delle più lucide, quella prodotta da Friedrich Schiller nelle sue Lettere sull’educazione estetica dell’umanità, un vero progetto per la società del futuro. Penso ad esempio a Tzvetan Todorov Lo spirito dell’illuminismo del 2006, dove il poeta tedesco non è mai citato. E neppure gli autori di testi sull’ opportunità e persino la necessità di tornare a impegnare i giovani negli studi umanistici e nell’arte, come ad esempio Martha Nussbaum in Non per profitto. Perché le democrazie hanno bisogno della cultura umanistica, del 2010 o James Hillman nel controverso Un terribile amore per la guerra, del 2005, ricordano il saggio schilleriano del 1795.

Eppure Schiller rileva con toni molto duri e filosoficamente ben argomentati gli effetti deleteri di un culto della ragione, quale professato da molti esponenti dell’illuminismo francese, portati a trascurare una parte essenziale della totalità della persona, la sensibilità. L’uomo che è solo senso è un selvaggio, scrive Schiller, ma l’uomo che è solo ragione è un barbaro. Schiller ritiene indispensabile che nel cittadino del futuro vengano coltivate la fantasia e la capacità di trovare in sé stesso momenti di libertà, nei quali si possa attivare un impulso fondamentale per la creatività e per la felicità: l’impulso al gioco. È naturalmente un concetto che Schiller ha meditato a lungo in quegli anni, trascorsi sui capitoli della Critica del giudizio di Kant, ma che in lui trova una curvatura particolarmente dinamica, linguisticamente autonoma, e soprattutto legata all’etica. La bellezza è per Schiller “libertà nei fenomeni”, è quel felice momento in cui l’armonia tra sensi e intelletto rende consapevole la persona della sua dignità e capace di proteggersi, non soltanto dall’indifferenza e dall’abitudine, ma anche dalla violenza e dall’arbitrio. La bellezza consiste nella mediazione tra la sensazione del soggetto, la sua capacità ricettiva e passiva, e la comprensione, l’attività mentale. Non si tratta di uno stato permanente, ma che deve essere continuamente perseguito con l’esercizio del giudizio estetico e della forma, volto a rendere possibile la critica e quindi l’azione giusta, l’equilibrio delle scelte anche politiche e legislative in una democrazia moderna.

Su Schiller è uscito di recente un bel libro di Giovanna Pinna, Introduzione a Schiller, Laterza, Bari 2012. La Pinna è stata anche curatrice di una recente riedizione, ricca di note storiche e critiche, delle Lettere sull’educazione estetica dell’umanità, Aesthetica, Palermo 2009, ed è anche la curatrice e autrice, assieme a Pietro Montani e Adriano Ardovino, di un libro collettaneo

Dal titolo Schiller e il progetto della modernità, Carocci, Roma 2006.

Alcuni esempi di ripresa dei temi schilleriani in Estetica si trovano nei libri di:

Tzvetan Todorov, La bellezza salverà il mondo. Wilde, Rilke, Cvetaeva, Garzanti, Milano 2010. Fabrizio Desideri, La percezione riflessa, Cortina, Milano 2011.

Martin Heidegger, Introduzione all’estetica. Le Lettere sull’educazione estetica dell’uomo di Schiller, a cura di Adriano Ardovino, Carocci, Roma 2008.

Filippo Focosi, Silvia Ferretti, Apologia del gusto, ‘le ossa’, Macerata 2012.

 

SILVIA FERRETTI

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