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In memoria di Karl-Otto APEL

L’impegno della filosofia per una società del dialogo

Lo scorso 15 maggio si è spento Karl-Otto Apel, uno degli autori più fecondi della filosofia europea del Novecento e del primo scorcio del XXI secolo. Nato a Düsseldorf il 15 marzo 1922, ha insegnato nelle università di Kiel, Saarbrücken e Frankfurt am Main. Insieme a Jürgen Habermas è stato l’ideatore e il rappresentante più autorevole della concezione denominata “etica del discorso” (Diskursethik). Tale concezione tuttora costituisce un riferimento essenziale nel panorama delle etiche contemporanee e nelle prospettive di traduzione dell’istanza etica nei diversi ambiti della vita sociale, dalle relazioni interpersonali all’educazione, dalla politica all’economia, dall’informazione alle attività della cultura.

Il filo conduttore della sua ricerca è stato quello della trasformazione del trascendentale kantiano, nel senso di un approfondimento capace di focalizzare le condizioni universali e decisive non solo della conoscenza, ma anche della comunicazione e dunque della convivenza interumana. L’idea-chiave, a riguardo, sta nel ritenere inseparabili questi tre versanti dell’esistenza: conoscere, comunicare, convivere. Per Apel la comunicazione è realmente trascendentale in quanto costituisce il termine medio tra gli altri due, giacché tanto la conoscenza quanto la convivenza non sono meri “fatti”, sono bensì processi già sempre inscritti in un mondo di senso dischiuso dal linguaggio e dal dialogo. L’elemento dialogico è vitale sia per l’interazione tra gli esseri umani e per la loro individuazione di soggetti, sia per il pensiero in quanto tale. Quest’ultimo non procede soltanto per immagini e atti noetici “privati”, poiché invece si sviluppa grazie alla sua stoffa linguistica, intessuta del dialogo di ciascuno con gli altri e con se stesso. Perciò vedere davvero qualcosa significa nominarla; la parola è la luce che fa emergere i significati di ogni presenza data nel mondo esterno o anche soltanto alla nostra mente.

Egli ha condotto sino in fondo queste idee nella convergenza di due direzioni tematiche: la prima è relativa alla funzione dell’interazione dialogica nel costituirsi del pensiero, della conoscenza e del linguaggio stesso; la seconda riguarda il valore fondante del dialogo per la prassi politica e per la convivenza civile non solo su scala nazionale ma anche su scala planetaria. Ne è scaturito il profilo di una filosofia dapprima qualificata da Apel come semiotica trascendentale - e ciò in particolare nel periodo dei suoi studi su Charles S. Peirce - e poi sempre più ridefinita come pragmatica trascendentale. Con ciò egli ha offerto una chiave complessiva proponendo di rileggere l’intera condizione umana e soprattutto la forza performativa dell’etica alla luce del principio trascendentale del dialogo che ci chiede di riconoscerci gli uni gli altri membri di una comunità reale della comunicazione. In essa di fatto coesistono colloquio pacifico e violenza, riconoscimento e violazione dei diritti umani, conoscenza autentica e menzogna. Tuttavia l’etica del discorso impegna chi la assume ad anticipare in modo “controfattuale” (ossia sfidando la tendenza negativa prevalente) la condizione di una comunità ideale della comunicazione dove le relazioni non sono più mediate dal dominio, dalla violenza e dall’inganno, ma dal rispetto reciproco. Da questo punto prospettico Apel aveva intrapreso la riconsiderazione di temi quali l’impatto sociale della tecnologia, il dialogo tra le culture, i compiti della politica contemporanea, la trasformazione dell’economia, il superamento delle situazioni di conflitto bellico, l’esigenza di una macroetica planetaria.

In uno sguardo retrospettivo sulla sua attività scientifica si possono distinguere tre periodi. Il primo (tra il 1955 e il 1970) è quello dell’indagine di antropologia della conoscenza, stimolata dal suo maestro Erich Rothacker, sullo statuto delle scienze dello spirito e soprattutto sulla portata trascendentale del linguaggio. Testimonianza principale di questa stagione inaugurale degli studi di Apel è l’ampio volume Die Idee der Sprache in der Tradition des Humanismus von Dante bis Vico (Bonn, Bouvier, 1963, tr. it. Bologna, il Mulino, 1975).

Il secondo periodo (tra il 1973 e il 1980) è quello in cui si delinea il progetto di trasformazione in chiave linguistico-pragmatica e semiotica della filosofia di Kant. Abbiano qui la vera fondazione epistemologica dell’etica del discorso, che Apel intende come fondazione ultima (Letztbegründung) nel senso che il principio dell’appartenenza alla comunità della comunicazione e dell’impegno ad argomentare non può essere eluso o contestato, pena la caduta in un’autocontraddizione performativa per chi volesse negarne la validità universale. Appartengono a tale stagione le opere Transformation der Philosophie (Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1973, 2 voll.; parz. tr. it. Torino, Rosenberg & Sellier, 1977) e Der Denkweg von Charles Sanders Peirce (Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1975).

Il terzo periodo della produzione scientifica di Apel (dal 1980 al 2017) è invece caratterizzato da un lungo e sistematico impegno ad approfondire sia i fondamenti della Diskursethik (la parte A dell’etica) che le sue possibilità applicative nella storia (la parte B dell’etica). Confrontandosi con il “principio responsabilità” di Hans Jonas e con la filosofia della liberazione di Enrique Dussel, egli cercò di mostrare come lo statuto della Diskursethik sia quello di una vera e propria macroetica della responsabilità su scala internazionale e interculturale. I frutti maturi di un simile impegno sono i volumi seguenti: Diskurs und Verantvortung. Das Problem des Übergangs zur postkonventionellen Moral (Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1988; parz. tr. it. Milano, Guerini, 1997), Auseinandersetzungen. In Erprobung des transzendentalpragmatischen Ansatzes (Frankfurt am Main, Suhrkamp, 1998) e Transzendentale Reflexion und Geschichte (Frankfurt am Main, Suhrkamp, 2017).

Karl-Otto Apel colpiva chi lo incontrava per la sua genuina disponibilità al confronto. Di lui ricordo il modo cordiale e aperto di trattare con chiunque, la passione per la ricerca e la discussione, la forte sensibilità per il contributo che la filosofia può e deve dare alla gestazione di un ordine mondiale veramente democratico. Posso testimoniare che la sua persona era fedelmente consonante con il suo pensiero. Il contributo teoretico che egli ci lascia in eredità è tale da rafforzare il necessario risveglio della coscienza collettiva per la difesa e l’inveramento della democrazia. Di una democrazia che non è solo procedura di selezione dei governanti, perché, più radicalmente, è la via per coabitare il mondo alla luce del riguardo, del dialogo e della giustizia verso la dignità di tutti.

 Roberto Mancini

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