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FIlippo MIGNINI: ventotto anni a Macerata

Iniziai il primo corso di filosofia medievale nel vecchio Istituto di via Crescimbeni: era il febbraio 1987. Ero stato chiamato come ordinario di storia della filosofia; ma la presenza di altri due colleghi su quell’insegnamento mi indusse a dedicare le mie energie, per alcuni anni, alla filosofia medievale. Lessi il commento di Averroè al terzo libro del De anima di Aristotele, direttamente in latino, dinanzi a un gruppetto di studenti con diversi dei quali conservo tuttora cara amicizia.  Essi erano i primi delle migliaia che si sono succeduti nei ventotto anni trascorsi a Macerata e che mi hanno stimolato, anno dopo anno, ad affrontare autori e opere poco o affatto esplorate: ricordo i corsi su Sigieri di Brabante, Boezio di Dacia, Alberto Magno, Tommaso d’Aquino, Marsilio da Padova, Dante Alighieri e altri ancora.

Nei primi quattro anni venivo ogni settimana da Roma, dove risiedevo. Tuttavia, mese dopo mese, Macerata mi conquistava con la semplicità e qualità della vita quotidiana, il risparmio del tempo, la concretezza, la possibilità di elaborare progetti e realizzarli, la facilità di contatti diretti con colleghi, autorità accademiche e territoriali, studenti. Qualità e vantaggi che non trovavo in una città come Roma e in un gigantesco ateneo come La Sapienza. Decisi allora, nel 1991, di trasferirmi a Macerata, per dedicarmi con maggiore disponibilità di tempo ed energie a un progetto che intanto mi aveva sedotto: lavorare per colmare il divario, allora apparentemente insanabile, tra le grandi Università metropolitane e gli Atenei periferici di provincia.  Uno squilibrio che rifletteva quello politico e civile tra centri e periferie. Sentivo che le periferie, nelle quali figuravano certamente una regione come le Marche e un ateneo come quello maceratese, avevano le risorse per crescere e modificare profondamente, a beneficio della collettività nazionale, gli equilibri del Paese.  Sicché, quando mi fu proposto, dopo qualche anno, di tornare a Roma, risposi che ero lusingato ma che il mio posto era qui. E oggi, nel costatare che le classifiche nazionali attribuiscono le prime dieci posizioni per qualità della ricerca e della didattica a molti atenei un tempo di periferia, tra i quali anche Macerata, non mi pento della scelta compiuta.

Per cinque anni, dal 1988 al 1993, fui chiamato a dirigere il neonato Dipartimento di Filosofia e Scienze umane.  Con la collaborazione di un gruppo eccellente di colleghi e di personale tecnico amministrativo, oltre che di studenti encomiabili sotto ogni profilo, si tentò di arricchire la vita accademica, al di là di una didattica e di una ricerca che occupavano comunque il ruolo centrale, con due nuovi orientamenti: favorire un ampliamento delle esperienze formative degli studenti e aprire quanto più possibile l’università alla città e al territorio. Senza tale costruttiva integrazione (quel che oggi si chiama “terza missione”), la crescita dell’ateneo e il progresso culturale, civile e politico della comunità di appartenenza sarebbero stati più lenti e difficili. Ebbi allora la possibilità di avviare, tra gli studenti del Dipartimento di Filosofia, il Coro universitario tuttora esistente, un’orchestra e le prime importanti esperienze teatrali aperte alla città.

Nel 1995 fui chiamato a elaborare, come assessore, un piano di politica culturale per la Provincia di Macerata.  In quattro anni, e con l’aiuto decisivo di competenti colleghi dell’Università, si mise mano alla creazione di sistemi, da quello delle biblioteche pubbliche al sistema museale, dalla rete dei teatri a un progetto di turismo integrato, passando attraverso la valorizzazione dei grandi personaggi storici della provincia, da Giacomo Leopardi a Matteo Ricci, da Alberico Gentili a Romolo Murri, per ricordarne alcuni. E l’Università veniva assumendo un ruolo centrale, di progettazione e di realizzazione, nella vita culturale e civile del territorio maceratese.  All’Università di Macerata e alle principali Istituzioni della Regione e della Provincia  devo l’opportunità di aver potuto lavorare intensamente, per una decina d’anni, alla valorizzazione della figura e dell’opera di Matteo Ricci, quale direttore dell’Istituto omonimo.

E intanto, anno dopo anno, continuavano i corsi di storia della filosofia, sempre condotti con il metodo della lettura storica e filosofica dei testi,  sulle grandi figure della modernità: Cusano, Bruno, Hobbes, Spinoza, Hume, Kant, Schopenhauer; oppure alla storia di alcune idee, come quella di vuoto, dai presocratici ad Aristotele, all’età galileiana e alla fisica contemporanea; oppure, in anni più recenti e di fronte a studenti sempre più ignari delle fonti classiche della nostra civiltà, ad alcuni pensatori latini e greci: Lucrezio, Cicerone, Seneca, Epitteto, Plutarco.  Una corona o un “senato” di grandi spiriti, la cui familiarità ha reso pieni e felici i ventotto anni trascorsi finora a Macerata.

Filippo MIGNINI

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