Home Primo piano DI FRONTE AL MALE. Un dialogo tra filosofia, teologia e storia delle idee

DI FRONTE AL MALE. Un dialogo tra filosofia, teologia e storia delle idee

Un lucido e ampio bilancio dell’eredità del Novecento, non solo sul piano della cultura, ma anche sul piano delle vicende storiche, deve ancora essere maturato. Senza dubbio esso non può risolversi nel verdetto, fuorviante e a sua volta inavvertitamente ideologico, che decreta la “fine delle ideologie”. Soprattutto rimane tuttora particolarmente acuta e aperta, in parte proprio come retaggio della parte più oscura del secolo scorso, la sfida costituita dalla presenza del male nella storia. Una sfida che si attua in forme ugualmente tragiche, benché meno vistose a una prima impressione, di quelle tipiche del “secolo breve”, che fu in realtà un secolo interminabile dal punto di vista delle distruzioni verificatesi e della moltitudine sterminata delle vittime.

Per questa ragione continuano a essere pubblicati studi che, spesso su un piano interdisciplinare, si confrontano con la questione dell’eredità del Novecento letta dall’angolatura del nostro confronto con il male. Tale confronto assume subito i contorni non solo di un problema morale, ma nel contempo di un problema metafisico, antropologico, epistemologico e politico. Desidero riprendere qui alcune indicazioni di fondo offerte a riguardo da tre libri particolarmente incisivi, apparsi in questi anni. Mi riferisco, rispettivamente, al lavoro del teologo protestante tedesco Knut Berner, Theorie des Bösen. Zur Hermeneutik destruktiver Verknüpfungen, Neukirchen, Neukirchener Verlag, 2004, a quello dello storico delle idee statunitense Russel Jacoby, Picture Imperfect. Utopian Thought for an Anti-Utopian Age, New York, Columbia University Press, 2005 e al testo del teologo cattolico spagnolo Andrés Torres Queiruga, Repensar el mal. De la ponerología a la teodicea, Madrid, Editorial Trotta, 2011.

In effetti, pur essendo gli autori studiosi di altre discipline, i loro lavori sono impegnati anche sul terreno specificamente filosofico e forniscono indicazioni preziose per una rielaborazione teoretica della questione. Si può dire che da essi affiorino tre istanze complementari. Anzitutto si tratta dell’istanza di un’indagine fenomenologica continuamente aggiornata, sostenuta da Berner. L’autore rileva infatti che il male si presenta sempre in forme nuove e subdole, rispetto alle quali il riferimento al bene non offre un agevole termine di paragone e di identificazione. “Il bene e il male non si possono semplicemente dividere l’uno dall’altro, ma sono così reciprocamente intrecciati che, proprio lì dove non lo immaginano, e cioè nell’orientamento a un bene che si definisce da sé, saranno sempre di nuovo disillusi” (p. 5). Il male non si lascia cogliere soltanto come mancanza o come elemento parassitario del bene, poiché piuttosto si pone in forme proprie gravide di velenose conseguenze. Quando lo si intende come mera privazione, ciò accade perché si astrae dalla concretezza di tali conseguenze, soprattutto se sono sopportate dagli altri e non da noi (cfr. p. 6).

Berner insiste sul “concetto di bassezza (Gemeinheit; il termine evoca anche la volgarità e la viltà) come una chiave ermeneutica” (p. 7). Il male può ridurre ogni elemento del reale a questa bassezza che si dà “come unificazione di ciò è differente allo scopo della distruzione attraverso la crudeltà, unificazione che è in grado nel contempo di nascondersi e di presentarsi sotto la forma opposta” (p. 7). Qui egli allude al fatto che nei fenomeni del male ricorre il riunirsi di un aspetto positivo e persino attraente, da un lato, e di un nucleo negativo e distruttivo, dall’altro. La perfidia, il nascondimento, la distruttività, la crudeltà e la costante miscelazione di elementi antitetici sono i tratti essenziali del male, ma essi sono poi di volta in volta mimetizzati e rigenerati con una plasticità sorprendente. Perciò una teoria del male deve cogliere sia la struttura, sia gli aspetti fenomenici in permanente evoluzione (cfr. pp. 12-13).

Confrontandosi in particolare con Leibniz, Barth e Dostoevskij, il teologo tedesco giunge a prospettare tre tesi di fondo. La prima afferma che ogni teoria esplicativa che si ponga come esaustiva cade in aporie insostenibili e si rivela inadeguata alla sfida di comprendere le dinamiche del male. La seconda sostiene che, in luogo della teoria per cui ogni problema deriverebbe dalla presunta malvagità della natura umana, bisogna vedere che il male e l’umanità sono in realtà inversamente proporzionali, visto che l’uno comporta la negazione dell’altra, la disumanizzazione. L’ultima tesi ricorda come il cristianesimo, nella memoria e nella sequela di Gesù di Nazareth, salvaguarda la possibilità di una via di liberazione dal male e di piena redenzione, cosicché esso stesso non siamo costretti a intenderlo come se fosse un destino invincibile (cfr. pp. 251-257).

Proprio verso questa frontiera della possibile liberazione guarda Russel Jacoby. L’istanza che egli presenta è quella di una rigenerazione del rapporto dell’uomo con il futuro, nonostante la multiforme potenza del male e nonostante le tendenze antiutopiche che spingono alla rassegnazione invece che alla lotta. A tale rigenerazione contribuisce a suo avviso quella forma di pensiero utopico che non indugia nella rappresentazione architettonica della società liberata e pacificata, perché semmai si impegna preliminarmente nella critica delle forme del male secondo lo stile della teoria critica francofortese e della dialettica negativa elaborata da Theodor Adorno. Oltre a ciò un pensiero che sia all’altezza di preparare l’accesso a un futuro qualitativo deve smettere di aggrapparsi al qui e ora della realtà storica già acquisita ma minacciata da continue emergenze. Appunto questa pressione incessante tende a inibire la capacità di aprire per la società strade inedite, lungo le quali sia possibile non solo fronteggiare l’emergenza, ma allestire le condizioni profonde per una convivenza sociale davvero umanizzata.

Jacoby difende la forza euristica di un pensiero utopico sobrio, sostenendo che le ideologie e le legittimazioni della violenza religiosa, politica e razzista non hanno a che fare con esso (cfr. pp. XII-XIII). Il diffuso pregiudizio secondo cui la coltivazione dell’utopia porterebbe alla violenza va criticato, tenendo conto del fatto che un’autentica filosofia utopica non prefigura il bene, ma ne interpreta pazientemente le dinamiche di sviluppo nella realtà data.

Nel richiamare le linee delle principali tendenze antiutopiche del Novecento e, d’altra parte, quelle utopiche orientate a una redenzione che non viene tuttavia raffigurata, secondo il divieto di farsi immagini del futuro tipico della tradizione ebraica, l’autore sottolinea come queste ultime abbiano insegnato che “il futuro, forse, può essere ascoltato, non previsto” (p. 36; cfr. anche pp. 127-144). In ciò l’utopia implica il superamento dell’atteggiamento del pensiero ordinario: “nella vita quotidiana ciò che è visivo sembra un dato di fatto - “tocchi ciò che vedi” -, ma è l’ascoltare che richiede l’interpretazione e la comprensione” (p. 135).

Si può rintracciare qui la chiave per uscire dalla mitologia - quella del pensiero quotidiano o quella delle utopie descrittive dell’avvenire - e per accedere invece alla saggezza custodita nella forma narrativa della parabola. La vera alternativa alle mitologie che opprimono e ingannano gli esseri umani si schiude infatti in quelle parabole che li riportano lucidamente a se stessi, al loro posto nel mondo, e nel contempo indicano una via per andare oltre. La saggezza biblica attesta tale alternativa. Scrive Jacoby: “se il nome di Dio è impronunciabile, se la sua immagine è irrappresentabile, un futuro di pace e di felicità - un mondo senza l’angoscia – non può essere descritto. Piuttosto ascoltiamo qualcosa di questo futuro nelle parabole e in racconti allusivi. Esso ci parla, forse oggi con più urgenza di sempre” (p. 144). L’indicazione che si delinea così è chiara: si può fronteggiare il male solo con la lucidità della coscienza che è critica e insieme utopica. E’ la coscienza che si impegna a denunciare ciò che è inaccettabile e a far crescere il seme nascosto della vita buona comune.

Una mitologia da superare senz’altro, secondo Andrés Torres Queiruga è quella che pone Dio come causa prima di ciò che accade nel mondo, dunque anche del male, seppure indirettamente. Qui l’istanza avanzata è relativa all’assunzione di responsabilità da parte dell’uomo in un mondo riconosciuto nella sua finitezza e nella sua autonomia. In un mondo finito, ossia imperfetto, il male è per un verso inevitabile. “un mondo-senza-male è tanto contraddittorio quanto una realtà-finita-infinita, quanto un circolo-quadrato” (p. 74). Per altro verso, che il male sia detto “inevitabile” non significa che esso sia voluto e inscritto in una necessità posta da Dio.

Si tratta allora di sviluppare una “ponerologia”, un’analisi delle sofferenze che l’uomo procura a se stesso aderendo al male e alla sua distruttività. Su questo piano non ci sono attenuazioni da parte del teologo spagnolo: il male colpisce tutta la realtà umana, non solo una qualche sua dimensione. Proprio quando si vede la gravità di questa compromissione, si deve peraltro cogliere anche il cammino storico della “pistidicea”, cioè del rivelarsi della fede umana come risposta all’iniziativa salvifica di Dio. E’ in tale prospettiva che si coglie come l’inevitabilità del male non equivalga a una condanna definitiva a subire la sua oppressione. Anzi, gli esseri umani sono chiamati a seguire l’iniziativa divina, manifestatasi eminentemente per Torres Queiruga, sulla croce e nella resurrezione di Gesù, lì dove si può vedere che Dio è l’anti-male per eccellenza. (cfr. pp. 263-336).

In sintesi, nonostante la diversità disciplinare e prospettica tra le posizioni dei tre autori, il filo conduttore che si delinea è lo stesso: il male non ci chiede una teoria esplicativa completa e definitiva, bisogna invece affrontarlo a partire dalla responsabilità e con quella lucidità critica che può maturare solo dall’esistenza responsabile.

Riferimenti bibliografici

-       Knut Berner, Theorie des Bösen. Zur Hermeneutik destruktiver Verknüpfungen, Neukirchen, Neukirchener Verlag, 2004, pp. 275.

-       Russel Jacoby, Picture Imperfect. Utopian Thought for an Anti-Utopian Age, New York, Columbia University Press, 2005, pp. 211.

-       Andrés Torres Queiruga, Repensar el mal. De la ponerología a la teodicea, Madrid, Editorial Trotta, 2011, pp. 372.

 

ROBERTO MANCINI

inAteneo

InATENEO