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Cinquecento anni di UTOPIA di Thomas MORE

Cinque anni dopo l’Elogio della follia dell’amico Erasmo da Rotterdam, tre anni dopo il Principe di Machiavelli, appena un anno prima dell’esplosione della Riforma di Lutero, sul cadere del 1516  vide la luce a Lovanio un «libretto davvero aureo, non meno utile che divertente» De optimo Reipublicae statu deque nova insula Utopia. Nell’estate del 1515 l’allora «vicesceriffo della nobile città di Londra» aveva redatto ad Anversa l’attuale seconda parte dell’opera, la descrizione dell’isola di Utopia, alla quale aggiunse, tornato in Inghilterra, la prima parte dedicata all’esame impietoso delle critiche condizioni del Paese e dell’Europa del tempo. Il piano e il senso del progetto era chiaro: proporre un modello di società e di Stato, ma anche di umanità, che nella realtà storica effettiva era assente, quale soluzione alla crisi epocale presente. Così, a fronte dell’inesistenza attuale di giustizia, uguaglianza, solidarietà, tolleranza, l’inesistente Utopia diviene, come suggerisce lo stesso autore in sei versi preliminari attribuiti scherzosamente al «poeta laureato Anemolio», da “Non-luogo”, Eutopia, “Luogo-felice”: «Gli antichi mi chiamarono Utopia per il mio isolamento; adesso sono emula della repubblica di Platone, e forse la supero (infatti ciò che quella a parole ha tratteggiato, io sola lo attuo con le persone, i beni, le ottime leggi), sicché a buon diritto merito di esser chiamata Eutopia» (65). All’assenza di valore presente si suggerisce e si oppone una via d’uscita, una realtà non “inesistente”, ma soltanto non-ancora attuata.

Il giudizio di More sull’Europa sotto il profilo morale, sociale e politico è radicale: «Quando considero tutti questi nostri Stati oggi vigenti e ci rimugino sopra, la sola cosa – Iddio mi guardi! – che mi viene in mente è che si tratti d’una conventicola di ricchi, che sotto nome e pretesto di Stato pensano a farsi gli affari loro: così almanaccano ed escogitano tutti i modi e le sottigliezze che consentano, anzitutto, di conservare, senza rischio di perderlo, tutto ciò che si sono accaparrato con mezzi disonesti, poi di assicurarsi col minimo esborso la possibilità di abusare del lavoro e delle fatiche di tutti i poveri. Queste macchinazioni, una volta che i ricchi hanno stabilito di metterle in atto con pubblico decreto (e perciò anche a nome dei poveri), assumono forza di leggi». (292-293) Chi potrebbe ragionevolmente escludere che quest’analisi, a cinque secoli di distanza, valga anche per il nostro mondo, con la differenza non irrilevante che la dinamica descritta da More investe oggi non soltanto gli Stati ai quali egli si riferiva, ma l’intero pianeta? Eppure, osserva l’autore, quegli individui funesti che si sono spartita l’intera massa dei beni bastevoli per tutti «quanto rimangono lontani dalla felicità che si gode in Utopia!» (293).

Con il tema della felicità, ossia del conseguimento di una vita autenticamente umana per tutti e non per una sola classe, ossia per «lo Stato nella sua totalità» come già osservava Platone nelle Leggi, tocchiamo forse la ragione o radice più profonda dell’intera costruzione di Utopia. Se lo Stato deve essere res publica, nella quale ci si occupi sul serio dei pubblici affari e dell’interesse comune, come accade in Utopia, si abolisce la proprietà privata, si elimina il denaro come mezzo di scambio e si vieta il commercio. Tutti i cittadini, indistintamente, per sei ore al giorno, si dedicano all’agricoltura e alla produzione dei beni necessari a tutta la comunità; il resto del tempo lo dedicano al riposo, ai rapporti familiari e sociali, soprattutto ad attività culturali e all’educazione dell’ intelletto. More non dimentica il monito aristotelico sulla maggiore felicità umana conseguibile soltanto con il perfezionamento dell’intelletto.

L’esigenza di difendere il principio dell’eguaglianza tra gli uomini induce gli abitanti di Utopia a praticare liberamente la religione che vogliano nel rispetto reciproco. Vi è un punto, tuttavia, sul quale concordano tutti, quale che sia la concezione che ciascuno abbia dell’essere supremo; ritengono infatti che esso «coincida senz’altro con la natura stessa, la sola divinità e maestà da cui venga fatta dipendere per consenso unanime delle genti l’esistenza di tutte le cose» (269). Sulla base di questo credo minimo universale tutte le diverse opinioni sono rese compatibili.

Infine, gli abitanti di Utopia «hanno in sommo orrore la guerra, cosa in tutto belluina, ma che nessuna specie di belve pratica con tanta frequenza quanto l’uomo, e contro il costume di quasi tutti i popoli  nulla ritengono più inglorioso della gloria che si va cercando in guerra» (252). Questa profonda convinzione non li esonera tuttavia dal prepararsi militarmente per la difesa del proprio Paese.

Questi pochi esempi servano a mostrare la forza, complessità e, purtroppo, attualità di un’opera per cinque secoli oggetto di traduzioni in tutte le lingue e di interpretazioni spesso contrastanti: siano soltanto un invito alla lettura e meditazione. Qualcuno potrebbe, forse non a torto, chiedere: perché concepire utopie se, loro malgrado, il mondo non migliora ma, se è possibile, si fa anche peggiore? La risposta a ognuno.

  • I testi citati sono tratti da Th. More, Utopia, a cura di Luigi Firpo, Napoli, Guida, 19903.

 

Filippo MIGNINI

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