Home Libri / Approfondimenti Sheila BENHABIB, Dignity in Adversity. Human Rights in Troubled Times, Polity, Cambridge 2011

Sheila BENHABIB, Dignity in Adversity. Human Rights in Troubled Times, Polity, Cambridge 2011

La raccolta di saggi pubblicata recentemente da Sheila Benhabib presenta una prospettiva filosofico-politica organicamente cosmopolitica; tra gli scritti contenuti nel volume, due hanno un impianto marcatamente ricostruttivo (essi rileggono esplicitamente Hannah Arendt e s’intitolano: From the Dialectic of the Enlightenment to the Origins of Totalitarianism; International Law and Human Plurality in the Shadow of Totalitarianism); gli altri invece enunciano una proposta teorica che, pur nella forma frammentaria della raccolta di interventi, risulta ben definita e unitaria dal punto di vista argomentativo. Essa concerne il rapporto fra diritti umani e democrazia o, meglio, cerca di rispondere alla questione se i diritti umani siano universali coniugandoli con la questione della democrazia. Tale connessione è resa esplicita in un duplice senso: da un lato si chiede se si dia un diritto alla democrazia; dall’altro lato interpreta la democrazia come libertà comunicativa, presupposto essenziale per l’ascrizione e la giustificazione dei diritti umani. In altre parole, non si danno diritti umani senza libertà comunicativa. L’impianto teorico del volume si fonda su due concetti-chiave: democratic iterations e iurisgenerativity. Tali nuclei concettuali sono ripresi e modificati parzialmente rispetto alle posizioni che l’autrice presentava in alcuni suoi scritti antecedenti.
Sheila Benhabib, nell’introduzione al volume, definisce il concetto di democratic iterations nei termini seguenti: «Iterazioni democratiche è un’espressione che uso per descrivere come l’unità e la diversità dei diritti umani sia interpretata e reinterpretata nelle sfere pubbliche forti e deboli, non solo nelle legislazioni e nei tribunali, ma spesso più efficacemente dai movimenti sociali, dagli attori della società civile, e dalle organizzazioni transnazionali che lavorano oltre le frontiere. Qui risiede la peculiarità del mio approccio, che si basa sulla libertà comunicativa: esso interpreta la libertà di espressione e di associazione non meramente come diritti politici dei cittadini, il cui contenuto semplicemente varia da un ordinamento politico all’altro; piuttosto, esse sono condizioni cruciali per il riconoscimento di individui come esseri che vivono in un ordinamento politico della cui legittimità essi sono stati persuasi con buone ragioni» (Introduction: Cosmopolitanism without Illusions, p. 15).
Si potrebbe tradurre l’espressione democratic iterations con iterazioni o ripetizioni democratiche, nel senso per cui «nel processo di ripetizione di un termine o di un concetto, non produciamo mai semplicemente una replica del primo utilizzo o del suo significato originario: piuttosto, ogni ripetizione è una forma di variazione. Ogni iterazione trasforma il significato, ne aggiunge di nuovi, lo arricchisce in forme sempre sottili» (Claiming Rights across Borders, p. 129).
Il secondo concetto, iurisgenerativity, coniato da Robert Cover e ripreso da Sheila Benhabib, descrive la capacità del diritto di «creare un universo normativo di significato che può spesso sfuggire alla “provenienza della legiferazione formale” […] Le leggi acquisiscono significato nel fatto che esse sono interpretate entro un contesto di significati che esse stesse non possono controllare. Non possono darsi regole senza interpretazione» (Claiming Rights across Borders, in Ivi, p. 125). Secondo la Benhabib, un sistema legislativo cosmopolitico può fornire il lessico per l’emersione di nuove rivendicazioni. Fin qui le tesi della Benhabib ricordano da vicino alcune posizioni di Ronald Dworkin. Tuttavia, l’impianto concettuale della Benhabib è dichiaratamente improntato al modello dell’agire comunicativo, che rende agevole comprendere a quale tipo di universalismo la filosofa faccia riferimento.
Per esplicitare la natura dell’universalismo che sostiene, l’autrice dedica all’argomento un saggio intitolato Another Universalism, in cui elenca alcuni significati chiave del termine: 1) in un primo senso, universalismo indica la credenza in una natura umana; 2) in un secondo senso, l’universalismo coincide con una strategia giustificativa, cioè nell’ascrizione di un nucleo normativo alla ragione umana; 3) in un’ulteriore accezione, l’universalismo possiede anzitutto un significato morale; 4) infine, l’ultimo senso denota l’aspetto giuridico dell’universalismo. La giustificazione giuridica e politica dei diritti umani – sostiene Benhabib – ha bisogno dell’universalismo di tipo 2), 3) e 4). In particolare, l’autrice sottolinea l’incoerenza di un universalismo giuridico che si pretenda esente dalla considerazione degli aspetti morali della sua giustificazione. Tali aspetti morali coincidono precisamente con la «libertà comunicativa» (Another Universalism, p. 64), per usare le sue parole, che va letta in stretta relazione con l’arendtiano “diritto ad avere diritti”.
L’interconnessione fra universalismo morale, politico e giuridico è facilmente comprensibile alla luce del processo di “analisi presupposizionale” che la Benhabib ingaggia per giustificare il diritto ad avere diritti: «Ogni giustificazione dei diritti umani, sostengo, presupporrà una certa concezione della capacità umana di agire, dei bisogni umani, della ragione umana come di alcuni assunti relativi alle caratteristiche del nostro mondo socio-politico […] Intraprendendo una siffatta analisi presupposizionale, cercherò di mostrare che la libertà comunicativa è ciò che dobbiamo presupporre in ogni resoconto sensato dei diritti umani» (Another Universalism, p. 65).  
Un elemento originale nella proposta della filosofa di Yale risiede nel nucleo narrativo della giustificazione dei diritti umani. Secondo la Benhabib, infatti, «solo quando i membri di una società possono intraprendere un libero e non ristretto dialogo sulla loro identità collettiva entro sfere pubbliche libere possono sviluppare narrazioni di auto-identificazione che costituiscono fluide e creative riappropriazioni delle proprie tradizioni […] I diritti umani sono condizioni che rendono possibile, in senso legale e politico, “iterazioni democratiche non obbligate” tra i popoli e le culture del mondo» (Another Universalism, p. 76).
La cifra riepilogativa del testo può essere indicata nel tentativo di pensare le condizioni di realizzabilità dell’utopia riflessiva blochiana, concetto che l’autrice menziona nell’introduzione, e cui dedica significativamente l’ultimo saggio del volume. Il cosmopolitismo «senza illusioni», pertanto, non può essere interpretato come un ennesimo e sciagurato esperimento d’ingegneria sociale da imporre o esportare, ma bensì come un orizzonte, un «non ancora», un ideale regolativo.

SILVIA PIEROSARA

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