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Sara MOLLICCHI, Politica, verità e consenso, Ets, Pisa 2012

Il volume di Sara Mollicchi istruisce un confronto tra Habermas e Putnam rispetto a un nucleo problematico di primaria importanza: il nesso fra politica, verità e consenso. Si dà la possibilità del dissenso una volta rispettate le norme dell’etica comunicativa, una volta che, cioè, siano state seguite e garantite le procedure per l’intesa? L’autrice fa propria la posizione di Thomas McCarthy, che fa presente a Habermas il fatto che «possiamo ancora dissentire da coloro che comprendiamo – quando, per esempio, diamo un peso differente alle stesse ragioni» (citato a p. 14).
Sullo sfondo di una critica alla distinzione habermasiana fra etica, inevitabilmente contestuale e situata, e morale, altrettanto inevitabilmente votata all’astrazione, alla luce di una teoria della verità come pratica inaggirabilmente linguistica, il volume parte dalla constatazione secondo cui è «possibile […] che parlanti convinti di avere un qualche accesso alla verità […] siano spesso genuinamente e talvolta per buone ragioni in disaccordo su un (comune) argomento di discussione» (p. 18)
Quale verità, che Habermas intende come la giustificazione pubblica cui fa seguito l’accordo intersoggettivo, può essere oggetto dell’intesa e, al tempo stesso, rispettare la particolarità di ogni comunità storica? Si tratta di un problema che attraversa in misura crescente il dibattito etico-politico contemporaneo almeno dalla tarda modernità in poi.
L’autrice cerca di individuare una soluzione a tale problema attraverso un’intersezione tra il pensiero di Habermas sulla verità consensuale e il pensiero di Putnam, la cui prospettiva realista (la sua posizione è definita spesso nei termini di “realismo interno” o anche “realismo pragmatista”) convoca l’etica ancor prima e oltre l’ontologia. Il testo si divide quindi in tre capitoli: nel primo Sara Mollicchi ricostruisce dettagliatamente la posizione di Hilary Putnam riguardo alla verità, con particolare attenzione al realismo antimetafisico proposto dal filosofo analitico statunitense; nel secondo si esamina la prospettiva di Habermas sulla distinzione tra etica e morale in relazione alla verità come validità; proprio alla luce della verità come validità, e in relazione alla giustizia politica, il terzo capitolo esamina la possibilità che comprendere il dissenso normativo non significhi necessariamente superarlo nel nome dell’intesa. Tale tesi è sostenuta anche a partire dalle critiche di Hilary Putnam a Jürgen Habermas.
In particolare, Putnam rimprovera a Habermas il fatto che la sua teoria della verità/validità dipenda da una nozione di “fatto” che andrebbe invece abbandonata; secondo Putnam – scrive l’autrice – «la stessa nozione di “fatto” emerge nel momento in cui ci poniamo in complessi di relazioni valutative con la realtà. Perciò, se in base a quest’ultimo ragionamento esistono “fatti di valore”, accanto ad “altri fatti”, è chiaro che non esistono d’altra parte gli uni né gli altri, se per essi s’intendono entità precostituite – più o meno accessibili all’“esperienza sensibile”» (p. 325). La posizione di Habermas paga ancora una distinzione, pur minima se paragonata alle teorie rappresentazionali della verità, tra aspetto semantico e aspetto pragmatico del linguaggio (cfr. p. 307). In altre parole, Putnam rimprovera a Habermas di essere troppo cauto nell’equiparare verità e validità, rendendo evidente che il fatto di cui si predica la verità è un fatto sociale e non meramente empirico, ovvero prende forma in relazione alla complessa rete dei giudizi valutativi con cui già da sempre osserviamo il mondo.
I punti di contatto fra Habermas e Putnam non si limitano alla concezione realistica – perché intrinsecamente intersoggettiva, come fa notare l’autrice (cfr. p. 319) – dell’istituzione linguistica, ma comprendono anche l’ipotesi per cui «la ragione in quanto tale è pratica» (J. Habermas, Norms and Values: On Hilary Putnam’s Kantian Pragmatism, in Id., Truth and Justification, citato a p. 319). Più profondamente, scrive Mollicchi, i due filosofi hanno visto «nel coscienzialismo e nel rappresentazionalismo di gran parte del pensiero moderno “una filosofia che lascia fuori gli altri e il mondo” dalla sua ricostruzione della realtà» (p. 362).
Il libro si chiude con una finestra su Liberalismo politico di John Rawls; l’autrice lo presenta come il fautore di una prospettiva che contempla la possibilità di dottrine «”incompatibili” eppure “ragionevoli”» (p. 331). Cita l’autrice: «il liberalismo politico inizia prendendo sul serio la profondità assoluta di questo inconciliabile conflitto latente» (J. Rawls, Liberalismo politico, Edizioni di Comunità, Torino 19992, p. 13). Di quale inconciliabile conflitto si tratta qui? «Una volta che siano entrati in un confronto con altri al fine di convincerli, i parlanti di fedi opposte si rendono conto della natura radicalmente fallibile delle proprie argomentazioni, così come di quelle altrui – una consapevolezza che include l’idea di una distinzione di principio fondamentale tra le capacità di convincimento di un argomento e la sua correttezza, così come della difficoltà di separare effettivamente il primo aspetto dall’altro nel corso della discussione» (p. 360).
Il testo è di grande interesse sia per l’accurata ricostruzione compiuta riguardo alle proposte filosofiche di Putnam e Habermas sia per la lettura incrociata e interrogante dei contributi dei due filosofi. Esso contribuisce a rilanciare e articolare ulteriormente la questione del rapporto fra universalità e storicità, optando, in definitiva, per il criterio della ragionevolezza che emerge dalle pagine di Liberalismo politico. La ragionevolezza, che non è assimilabile alla razionalità habermasiana, è un modello discorsivo valido perché prevede, al proprio interno, margini di dissenso che possono essere mantenuti entro un quadro di legittimità.
Quest’ultima si traduce in pratiche di rispetto e convivenza, pur non nascondendosi che si tratta di dissenso sui fatti, e che quindi un rinvio alla verità non può non darsi, ferma restando la fallibilità dell’argomentazione umana. La riabilitazione del riferimento alla verità dei fatti avviene «non senza un’aria di paradosso» (p. 365), dal momento che «John Rawls […] ha lavorato con convinzione a una concezione politica in grado di fare a meno, oltre che di qualsiasi contenuto dottrinario, anche di qualsiasi teoria della verità» (pp. 365-366).

SILVIA PIEROSARA

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