Home Libri / Approfondimenti Roberto GATTI, Storie dell’anima. Le Confessioni di Agostino e Rousseau, Morcelliana, Brescia 2012

Roberto GATTI, Storie dell’anima. Le Confessioni di Agostino e Rousseau, Morcelliana, Brescia 2012

Storie dell’anima, nell’evidenziare le differenze tra la narrazione di Agostino e quella di Rousseau, si propone di tratteggiare alcuni passaggi storici centrali per l’autocomprensione del soggetto moderno. Sullo sfondo, l’influente opera di Charles Taylor Radici dell’io, dedicata alla transizione dalla concezione antica del sé alla difficile ricerca di un io «autentico» da parte dei moderni.

Il capitolo dedicato ad Agostino pone in luce la struttura intrinsecamente dialogica della sua riflessione. Le Confessioni costituiscono, da questo punto di vista, il racconto di una conversione nella forma di un dialogo con Dio, con se stessi e con gli altri. Ed è la prima e la più fondamentale tra queste conversazioni a rendere possibile e necessario ogni altro scambio comunicativo: il Dio personale cristiano crea l’uomo ponendolo fin dall’inizio in relazione con Sé. La costitutiva fragilità e insondabilità dell’animo umano permangono, dopo il peccato originale; ma le stesse colpe individuali possono essere occasione di volgersi al proprio intimo, di cercare, anche per questa via, nel pentimento, una relazione con il Creatore. Senza quest’ultima, anche la comprensione di noi stessi è irraggiungibile. Nello spostare per la prima volta l’attenzione dagli oggetti della conoscenza alle facoltà umane che la rendono possibile, Agostino indaga la dimensione trascendente che si cela nell’io.

Ben più arduo è il rapporto con l’altro nelle Confessioni rousseauiane (e nelle altre opere autobiografiche, quali Le fantasticherie del passeggiatore solitario e i Dialoghi), il valore filosofico delle quali è stato, secondo Gatti, spesso misconosciuto. In mezzo a contemporanei a lui ostili, Rousseau decide di narrare senza reticenze la sua vita, nella speranza che almeno i posteri riconoscano come il suo discutibile comportamento passato non abbia intaccato la sua purezza interiore. Ormai privo di ogni aspetto personale, Dio compare in queste pagine come giudice imparziale in grado di attestare la veridicità del racconto. Ma la ricomposizione per via narrativa della frammentaria personalità dello scrittore non supera gli ostacoli che egli fin dall’inizio riconosce. L’influenza corruttrice delle relazioni sociali, lungi dal poter essere limitata attraverso il ricorso alla solitudine, intacca quella stessa concezione di «natura» alla quale dovrebbe contrapporsi. Il susseguirsi incessante di emozioni contrapposte, di esigenze disparate, impedisce a Rousseau di comprendere, così come di governare, la propria interiorità.

Qui l’analisi di Gatti si fa più controversa e significativa: critico del dogma cristiano del peccato originale, Rousseau manterrebbe un’antropologia in realtà analoga a quella di Agostino. Nella finitezza dell’essere umano, nella sua volontà esposta al rischio di una perversione non ulteriormente indagabile, si celerebbe il residuo cristiano della filosofia rousseauiana. Prova ne è la ricomparsa, in essa, della figura tipicamente religiosa del «Mediatore». Al Cristo si sostituiscono in Rousseau figure come quella quasi divina del Legislatore, incaricato, nel Contratto sociale, dell’ordinamento iniziale della comunità politica. Una presenza che evidenzia la difficile concretizzazione di relazioni essenziali per il progetto democratico rousseauiano: relazioni sociali nelle quali, ad esempio, la dipendenza dal riconoscimento altrui non costringa alla menzogna. L’amarezza della pur agognata solitudine, così come il racconto dell’oblio di sé che a tratti coglie il Rousseau anziano, testimonierebbero ‒ questa volta contro l’interpretazione di Taylor ‒ il fallimento di ogni ricerca dell’identità individuale che sia allo stesso tempo radicata nell’antropologia cristiana e incapace di riferirsi al soprannaturale.

SARA MOLLICCHI

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