Home Libri / Approfondimenti R. PANIKKAR, P. LAPIDE, Parliamo dello stesso Dio?

R. PANIKKAR, P. LAPIDE, Parliamo dello stesso Dio?

L’opera in questione è la trasposizione scritta e pubblicata nel febbraio del 2014 di un colloquio avvenuto nel giugno del 1993 a Monaco di Baviera fra Raimon Panikkar, teologo cristiano/hindu/buddhista e filosofo della religione, e Pinchas Lapide, teologo ebreo di origine austriaca, colloquio moderato dal germanista e studioso di teologia cattolica Anton Kenntemich. Già il titolo proposto - lo stesso del confronto a cui i due erano stati chiamati a partecipare - fa emergere la questione che si vuole proporre: parlando abitualmente di Dio siamo certi di intenderci sul significato che a tale parola dà un cristiano, un ebreo o un induista? Tali posizioni differiscono al punto da intendere soggetti davvero distanti? Posto in questi termini l’interrogativo giunge ad un livello fondamentale e non solamente linguistico: pur rimanendo all’interno delle grandi domande che si affollano nel quadro del dialogo interreligioso, qui si tocca il cuore del problema. Parliamo dello stesso Dio? Quanto il nostro parlare riflette una concezione unilaterale della divinità? Il nostro modo di presentare e concepire Dio è (o può essere) comprensibile a chi non appartiene al nostro orizzonte culturale? E ancora: parliamo davvero di Dio se ne parliamo in molti modi?

Il dialogo fra Panikkar e Lapide è sincero e anche molto franco. Riflette con grande chiarezza la grande problematica interna al dialogo interreligioso (o al dialogo in generale?) laddove nel colloquio ci si trova a dover tradurre e a riconsiderare in modo critico le proprie categorie per renderle accessibili all’interlocutore. Ciò accade dal momento in cui il dialogo viene preso sul serio e quando ad ogni tradizione vengano accreditate dignità e unicità. Se il dialogo parte da un fondamento di libera apertura e stima vicendevole avviene che ci si arresti di fronte alle differenze e si eviti la tentazione della sintesi conciliante dei due; nonostante questo tale esperienza emerge come silenzio, ascolto di sé, dell’altro e del dialogo stesso, riconoscimento del mistero della pluralità e della verità. Il fatto che di fronte a tale mistero due teologi si trovino concordi è un segno dei tempi e chiama il pensiero ad interrogarsi senza remore sui limiti del concetto e della parola; allo stesso tempo il fatto che un colloquio del genere sia avvenuto richiama il pensiero alla necessità del suo compito, poiché mai come oggi, di fronte a tali tematiche, è proprio la filosofia a fornire gli strumenti necessari affinché si continui a dare ascolto a ciò che pone la ragione di fronte al suo limite.

Panikkar pone innanzi tutto al centro del dibattito la questione del Medesimo: è giusto domandare di qualcosa come uno stesso Dio? «Si dà» egli si chiede «una “cosa-in sé” che è Dio?» (p.7) della quale ciascuno può avere la propria opinione? L’idea di Panikkar è che da una prospettiva pluri-culturale nel termine “Dio” ci sia una tale accumulazione semantica da poter significare ogni cosa e il suo contrario. Lapide, discepolo di Martin Buber, concorda con tale spunto ed afferma, in consonanza con Panikkar, che il vocativo sia l’unico modo adeguato per appellare la divinità: «fino a quando ci riferiamo a Dio intendendolo come Egli o come Esso, perdiamo tempo. Soltanto con un Dio che sia un Tu e ti sta di fronte come un Tu, con un Dio accettato come interlocutore, soltanto allora comincia una teologia in senso originario» (pp. 8-9). Entrambi giungono poi a definire il silenzio come condizione preliminare di qualsiasi ascolto di Dio. Ma «cosa intendiamo quando pronunciamo la parola “Dio”?» (p. 14) si chiede Panikkar; è davvero necessario utilizzare tale termine o esso è piuttosto un ostacolo nel dialogo fra le fedi? Non si corre il pericolo, di natura iconolatra, di delimitare l’infinito nel recinto semantico a cui ogni cultura fa riferimento? Ma si potrebbe aggiungere: non accade ciò necessariamente e comunque ogniqualvolta ci esprimiamo linguisticamente? Il linguaggio è dunque una idolatria mascherata? A tale provocazione, che tende verso la definizione di inopportunità di ogni linguaggio umano, Lapide risponde con «la convinzione che ogni discorso umano sia una traduzione» (p. 17). Dell’inesauribile fonte a cui il linguaggio cerca di dar ragione non c’è che una piccola resa, ma tale da orientare il pensiero e dare forma a tradizioni consolidate. Traduzione, tradizione e tradimento si incontrano nel medesimo evento. Rispetto a ciò Panikkar propone un allargamento ermeneutico che abbracci anche altre definizioni proposte da varie tradizioni religiose, come quella hindu e buddhista: all’attività del traduttore che è alla ricerca di Dio tali culture contrappongono la passività di colui che si lascia cercare dal mistero. Dio, scrive Panikkar, non può essere designabile da una parola perché non è un simbolo da decodificare; la tradizione ebraica, risponde Lapide, vieta qualsiasi rappresentazione del Nome.

Le religioni sono dunque delle “vie” opportune per attingere alla sorgente del divino? Al di là della discussione sull’opportunità di utilizzare il termine “religione” (non è presente nella dizionario ebraico, assicura Lapide, e non è contemplato neanche nel Vangelo, risponde Panikkar) è chiaro che alle religioni va dato atto di aver oggi la grande responsabilità di essere i cammini che possono dare senso all’esistenza umana. “Intuire” il mistero di Dio non dovrebbe più comportare, in futuro e già a partire da oggi, un monopolio sul mistero di Dio; la responsabilità delle religioni è anche e soprattutto quella di operare per la pace prima di tutto sulla terra, quella pace che gli ebrei chiamano shalom e che ha notevoli “equivalenti omeomorfici” (usando un termine panikkariano) in tutte le culture. La conversione a cui sono chiamate le religioni è quella di diventare dei cammini di pace non soltanto individuale ma collettiva, non solamente umanistica ma più propriamente cosmica.

Al di là della squisita dissertazione linguistica, ciò che emerge da tale confronto è l’esigenza di incontro e di dialogo fra culture e religioni. Non si tratta - ed entrambi i protagonisti lo dichiarano - di far germinare una teologia globale o una religione universale, come non si vuole, allo steso tempo, bandire qualsiasi discorso su Dio; si conviene qui che, piuttosto, nel dialogo ci sia un arricchimento reciproco ed una mutua fecondazione alla luce della quale si possa avere una maggiore esperienza e un più ricco ventaglio di modi per riferirsi a Dio e comprendere l’umano nella sua policromia. «Il colloquio», scrive Lapide, «è la miglior ricetta contro lo spargimento di sangue e contro la discordia. È un colloquio che andrebbe allargato all’approfondimento delle altre religioni, per comprendere meglio, può darsi, che cosa Dio si aspetta da noi»(p. 66). Il dialogo infatti, in quanto colloquio, non è soltanto - come afferma Panikkar nella ripresa - un gioco dialettico, ma un’intesa reciproca, un essere-l’uno-con-l’altro. La prospettiva non è dunque quella di una religione universale ma della pace fra le religioni la quale si costruisce cercando di comprendere con sempre maggiore apertura la lingua, le ragioni e le esperienze del vicino; nella prospettiva di un dialogo davvero dialogico un incontro come questo può essere visto come un preludio nel quale le vari voci si accordano, si armonizzano nella differenza, si mettono l’una accanto all’altra per essere pronte ad intonare insieme la sinfonia cosmica della verità.

R. PANIKKAR, P. LAPIDE, Meinen wir denselben Gott? Ein Streitgespräch, Munchen, Kosel, 1994, tr. it. di P. Barone, Parliamo dello stesso Dio?, Milano, Jaca Book, 2014

 

DANIELE REFERZA

inAteneo

InATENEO