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Pia CAMPEGGIANI, Le ragioni dell'ira

I molteplici angoli di visuale da cui Pia Campeggiani, laureata in Filosofia presso l’Università di Bologna, con cui attualmente collabora, e addottorata in Giustizia costituzionale e diritti fondamentali (curriculum di Filosofia del Diritto) presso l’Università di Pisa, osserva l’ampia e complessa nozione di ira, riflettono le diverse competenze della studiosa.

La fecondità dell’indagine della Campeggiani viene sottolineata anche da Umberto Curi nella Prefazione al volume, in cui si evidenzia come uno dei meriti maggiori di questo saggio consista nel riuscito superamento delle tradizionali distinzioni disciplinari: «nella generalità dei casi… gli approcci alla cultura greca arcaica e classica possono essere suddivisi in due grandi orientamenti. Da un lato, gli studi di impronta filologica, per lo più accuratissimi nella definizione dei dettagli linguistici e nel chiarimento di questioni testuali, ma anche programmaticamente poco rilevanti sotto il profilo dell’interpretazione complessiva delle opere analizzate. Dall’altro, i lavori di più netta ispirazione filosofica, nei quali l’enfasi sull’approfondimento concettuale ha sovente quale corrispettivo uno scarso rigore sul piano strettamente filologico… Andando al di là della distinzione ora descritta, Campeggiani è riuscita nella non agevole impresa di prospettare un quadro di ricostruzione filosofica generale ampio e suggestivo, senza tuttavia mai venir meno al necessario rigore filologico. Con ciò concorrendo a confermare la memorabile battuta attribuita ad Albert Einstein, quando rilevava che la natura non è divisa in dipartimenti, come accade invece per il sapere coltivato nelle università» (pp. XI-XII).

Dopo il prezioso status quaestionis della nozione di ira offerto dalla Prefazione (che prende le mosse dalla vexata quaestio circa la possibilità di una duplice declinazione, attiva e passiva, della nozione di passione, questione affrontata anche alla luce del più recente dibattito sul tema e sulla scorta del retroterra culturale, filosofico e linguistico dello stesso) e dopo la Premessa, a cura dell’Autrice stessa, intitolata L’invisibilità figurata, allegoria di un’azione morale, il volume si snoda in cinque capitoli: I. La nebulosa collerica, II. Hybris (dedicato alla disamina della condotta arrogante intesa come «minaccia identitaria, forma suprema dell’ingiustizia perpetrata tramite l’instaurazione di un rapporto squilibrato di potere» p. 9), III. Aidōs, IV. Orgē, V. L’anime di color cui vinse l’ira.

Il fatto che l’ira rappresenti una passione originaria, nonché una figura concettuale cruciale, è dimostrato dal fatto stesso che «“ira” è la prima parola della letteratura occidentale. È noto come l’Iliade, il poema epico che inaugura la cultura classica, si apra con il celebre verso “L’ira di Achille Pelide canta, o dea”» (p. 11). Figura tanto originaria quanto ancipite, quella della collera, modulata sul duplice versante- interno ed esterno - del soggetto, che, da un lato, è vittima della propria personale sofferenza, dal proprio intimo patimento, e dall’altro è, tanto costitutivamente quanto variamente, esposto all’esterno e all’interazione sociale. Si tratta di questioni che, ad esempio, emergono nell’esame della nozione di pudore-vergogna (aidōs) o nell’analisi del ruolo dell’ira all’interno della riflessione etica di Aristotele e nel linguaggio retorico dell’oratoria dell’età classica, in cui si assiste ad una «proiezione dell’ira dalla dimensione passionale privata a quella pubblica» (p. 9).

La ricchezza della nozione di ira si radica nella molteplicità di termini con cui tale pathos, sin dall’età omerica, viene espresso: «se nel mondo omerico la collera veniva espressa principalmente con mēnis, cholos, menos, thymos e i rispettivi derivati, nella letteratura dell’età classica i termini più ricorrenti sono thymos e orgē, cui molti autori fanno spesso ricorso in modo interscambiabile, senza che però essi siano esattamente sinonimi» (p. 15).

Lo sguardo “policentrico” degli Antichi e, più nello specifico, dello Stagirita, sul tema dell’ira, viene opportunamente valorizzato dalla studiosa, la quale osserva come: «l’elaborazione più completa e complessa di questo versante critico è rappresentata dalla filosofia di Aristotele, che dell’orgē fornisce un’analisi pluriprospettica, indagandone tanto il profilo psicologico e sociologico, quanto quello etico e politico-giuridico» (p. 19; corsivo mio). D’altronde, come ricorda sempre la Campeggiani (assumendo con ciò, de facto, un approccio anti-riduzionistico, riuscendo a dar conto di tutti i profili e di tutte le articolazioni della questione senza cedere a facili tentazioni semplificatorie), Aristotele «getta luce sulle molteplici declinazioni di un sentimento che egli giudica degno di un carattere nobile» (p. 21; corsivo mio) meritando con ciò, fin dall’antichità, il celebre titolo di defensor irae.

Tra i numerosi crocevia concettuali, letterari e storico-filosofici (che in questa sede non possono essere, per ovvie ragioni spazio, neppure elencati) chiamati in causa dalla nozione di ira e puntualmente attraversati dall’Autrice, risulta di grande interesse, solo per citare un esempio, la ricostruzione delle ricadute politico-giuridiche delle nozione di hybris, oggetto specifico del paragrafo intitolato Prepotenza e abuso nel diritto attico, in cui la Campeggiani rileva come «l’atto hybristico non danneggia soltanto la vittima che colpisce in modo diretto, ma anche e soprattutto la comunità politica nel suo complesso, poiché rappresenta la più grave violazione del principio di uguaglianza» (p. 33). Tale rilievo implica l’inevitabile messa in campo di ulteriori nessi tra il pathos collerico e nozioni quali, ad esempio, la pleonexia («espressione di quell’ingiustizia che consiste nella violazione dell’eguaglianza e si configura come avidità, straripante pienezza, ingordigia» (p. 35) e la moicheia (ovvero quel reato di adulterio tradizionalmente affiancato all’hybris contro la nozione -anch’essa polimorfica- di sōphrosynē).

In questo senso la studiosa (come già viene anticipato dal titolo stesso del saggio), procede oltre i due paradigmi interpretativi tradizionali del pathos collerico: «l’uno condanna l’ira come moto accecante, violento e irrazionale, mentre l’altro ne valorizza, insieme alla dimensione cognitiva, la portata morale, prescrivendo il dovere di adirarsi di fronte all’ingiustizia» (p. 8), mostrando come all’alternativa fra i due modelli, occorra sostituire un intreccio –inscindibile e articolabile a più livelli- tra ragione e passione.

Chiude il volume un’ampia e utile bibliografia che, oltre alle numerose fonti a cui l’Autrice dà voce, offre un’ampia rassegna di studi, generali e specifici (con cui la stessa Campeggiani non manca di misurarsi e di dialogare) su un tema, quale la collera, costitutivamente appassionante, dosando, con equilibrio e sensibilità, ricostruzione storica e riflessione filosofico-concettuale, e riuscendo ad illuminare, a tutto tondo, con sguardo lucido e, insieme, appassionato, «l’anime di color cui vinse l’ira» (Dante Alighieri, Inferno VII, v. 116).

Pia Campeggiani, Le ragioni dell'ira. Potere e riconoscimento nella Grecia antica, prefazione di U. Curi, Carocci Editore, Roma 2013, pp. XII-148

Arianna FERMANI

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