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Paola MANCINELLI, Grammatiche della BELLEZZA

L’autrice è docente di storia e filosofia nei licei e studiosa ben nota soprattutto per l’originalità del suo percorso, che unisce la ricerca teoretica, l’apertura ermeneutica alla teologia e l’espressione poetica. In questo saggio agile e denso Mancinelli porta fenomenologicamente a evidenza l’esperienza del senso custodita dalla bellezza, riguardata nel suo universale valore rivelativo, ma anche come profezia del riscatto civile e storico dell’umanità. Lo sfondo di questa riflessione rimanda alla tradizione francofortese e in particolare alla teoria estetica di Adorno, come pure all’ontologia del non-essere-ancora di Ernst Bloch e all’estetica della formatività di Luigi Pareyson.

Nella prima parte del testo, dedicato alle ontologie del bello, Mancinelli mostra come in ogni autentica opera d’arte sia custodito il senso di una temporalità e di una destinazione dei viventi che sconfinano oltre il perimetro della finitezza intesa in chiave nichilista. Nel primo capitolo di questa parte si ha modo di vedere che la bellezza è presenza misteriosa eppure rivelatrice, nella quale possiamo specchiare la profezia “di una redenzione dell’uomo nel mondo e del mondo nell’uomo” (p. 30). Se si ascolta questo linguaggio universale, irriducibile alla razionalità strumentale e produttivista, si può riconoscere che il tempo umano e storico confina con l’eterno, non è sospeso tra un nulla originario e un nulla definitivo.

Seguendo una traccia simile, si arriva a comprendere quanto siano inaccettabili le strutture e le tecniche del dominio, giacché ogni essere umano e il mondo stesso sono nati per il compimento nella redenzione e non per essere mortificati da un qualsiasi sistema di potere. Di qui l’idea di un ethos del bello, esposta nel secondo capitolo. Tale ethos motiva alla rivolta e suscita il disgusto nei confronti di tutto ciò che è degradante, lesivo della dignità umana e della natura. Rileggendo e chiarendo la celebre affermazione di Dostoevskij secondo cui la bellezza salverà il mondo (affermazione sovente citata ma molto meno compresa), l’autrice spiega che nella relazione con essa l’essere umano si trasforma, cerca il riscatto da ogni oppressione e aiuta a nascere una realtà liberata. In accordo con le tesi di Adorno, Mancinelli sostiene che nell’arte c’è l’espressione del rifiuto dell’illibertà data nella società. Pertanto in ogni opera autentica non si configura apologeticamente un’armonia introvabile nella storia, ma si prefigura la riconciliazione che potrebbe essere, utopicamente, e che intanto contesta l’ordine del mondo nella sua menzogna e nella sua iniquità. Arte e ideologia, arte e legittimazione della violenza, arte e celebrazione del potere sono semplicemente incompatibili. Di conseguenza l’ethos del bello schiude un nitido orientamento che chiede di essere svolto e tradotto nell’azione civile e nella prassi di liberazione.

Nella seconda parte del libro, dedicato ai diversi paradigmi delle filosofie della bellezza, Mancinelli rileva anzitutto, nel primo capitolo, come l’apertura meditata e sintonica alla bellezza lasci irrompere la gratuità, il gioco e anche la straordinaria permanenza del classico in un clima culturale compromesso dall’utilitarismo e dall’insensatezza. Nel capitolo secondo, dove viene tematizzato il senso dell’estetica come profezia del reale, si fa chiaro come la filosofia della bellezza sia non tanto una tematizzazione che rende la bellezza stessa l’oggetto della ricerca razionale, quanto una filosofia che si innalza e respira grazie all’accoglienza della rivelazione del bello. Diventa allora chiaro che una simile via teoretica ed estetica non comporta alcuna deviazione verso un atteggiamento estetizzante e narcisista, poiché questa filosofia anzi promuove il riconoscimento di un mondo comune e di una destinazione indissolubile dell’umanità e dei viventi. Un merito dell’autrice, che qui emerge nitidamente, è quello di non soggiacere all’interdetto che espelle la questione teologica dalla riflessione filosofica, come se si trattasse di ambiti pregiudizialmente separati e irrelati. Mancinelli indica come il rinvio al divino e al totalmente Altro, che persiste accanto al cammino dell’uomo come Assenza ma anche come Presenza di senso che sarebbe arbitrario voler liquidare. Si può così parlare, senza incorrere negli schemi di un sistema teologico già dato, di “intangibile dignità creaturale” (p. 69) dell’umanità e della natura. La dignità, infatti, non è una proprietà né il frutto di un’autoproduzione, è il valore originario e incondizionato che solo una trascendenza radicale può rispecchiare.

Nel terzo e ultimo capitolo della parte seconda Mancinelli completa la chiarificazione del legame organica tra estetica ed etica, mostrando poi nella conclusione del volume come proprio l’opera d’arte sia evento di verità che chiama l’essere umano alla cura e alla responsabilità. Si esce dal percorso di queste pagine con un senso di gratitudine per un lavoro perspicuo, profondo, gravido di prospettive che conducono fuori dal conformismo e dal nichilismo. Bisogna dunque congratularsi con Paola Mancinelli, come sottolinea Pierangelo Sequeri nella prefazione al libro, per questo ulteriore saggio della sua finezza teoretica e della sua fecondità nel promuovere lo sviluppo del pensiero critico in un’epoca in cui esso - insieme all’etica e alla bellezza - viene per lo più marginalizzato.

 Paola MANCINELLI, Grammatiche della bellezza, Roma, Aracne, 2018, pp. 88.

                                                                                                                 Roberto MANCINI

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