Palmieri, KANT e LEOPARDI
Nel corso degli ultimi due secoli, sono stati elaborati diversi confronti fra il pensiero di Giacomo Leopardi e quello di altri autori come Schopenhauer e Nietzsche. Minori sono stati invece i confronti fra Leopardi e Immanuel Kant. Tale confronto è stato ostacolato dalle poche conoscenze che Leopardi possedeva di Kant (fino a che punto il Recanatese avesse letto le tre Critiche è materia di dibattito) e dal severo giudizio leopardiano contro le filosofie tedesche, viste come metafisiche astratte incapaci di comprendere la realtà delle cose. Paola Palmieri, insegnante, filosofa e studiosa, ha il grande merito di aver elaborato un nuovo confronto fra questi due autori col suo Kant e Leopardi. Un possibile incontro, colmando una profonda lacuna.
Il volume non nasconde le innegabili differenze fra i due, tuttavia, l’autrice cerca di porre in evidenza soprattutto i parallelismi e i punti di contatto, delineando una visione di insieme mediante la quale poter ricomprendere queste differenze. Grazie a questo approccio e ad un eccellente lavoro sui testi, ci vengono offerte delle ricostruzioni di Kant e di Leopardi che superano la sterilità di certi manuali con tutti i loro vecchi e tarlati stereotipi, mettendo in luce aspetti finora scarsamente esplorati.
I nuclei tematici su cui il confronto si muove vengono sviluppati a partire dai tre interrogativi fondamentali della Critica della Ragion Pura: che cosa posso sapere? Che cosa devo fare? Che cosa posso sperare? È a partire da queste domande che sono delineati i quattro capitoli del volume che vertono sugli ambiti dell’epistemologia, dell’etica, dell’estetica e della politica.
Il primo capitolo, seguendo il primo degli interrogativi kantiani, si concentra su questioni gnoseologiche così come ontologiche. Kant e Leopardi sono accomunati dall’indicazione delle percezioni sensibili come inizio di ogni conoscenza e dal rifiuto della posizione newtoniana sullo spazio e il tempo come contenitori: in Kant, spazio e tempo sono forme pure a priori della sensibilità, mentre in Leopardi sono astrazioni dell’intelletto nel considerare le cose. L’uso della ragione pertiene per entrambi unicamente alla sfera materiale immanente; come per Kant le categorie dell’intelletto hanno validità solo se riferite a oggetti dell’esperienza, per Leopardi l’intelletto può operare solo in relazione agli oggetti materiali. Fra le molteplici differenze che vengono evidenziate, vi è soprattutto quella che riguarda lo statuto del soggetto: l’Io Penso kantiano è del tutto assente in Leopardi, che rigetta questa unità formale e considera il pensiero un processo puramente fisico.
Questa distanza ritorna in forma differente nel secondo capitolo sulla morale e la sua fondazione. Nella Critica della Ragion Pratica, Kant indica nella facoltà della ragione la solida base per un’etica universale, sciolta da condizionamenti empirici, sensibili o soggettivi. Leopardi dimostra invece di essere più vicino ad una morale fondata sul sentimento della compassione, come l’emotivismo di Hume o la teoria del moral sense. Del soggetto qui viene intesa diversamente soprattutto la dimensione corporea: una fonte di condizionamenti per Kant, mentre per il Recanatese è la dimensione costitutiva del soggetto.
Per quanto queste due diverse fondazioni della morale con le loro diverse visioni antropologiche siano fondamentalmente antitetiche, Palmieri guida il lettore verso punti di contatto più profondi. Possiamo vederne qui almeno due. In primo luogo, è seguendo queste due differenti vie che entrambi i filosofi arrivano ad affermare la centralità delle pratiche della cura di sé e degli altri; la cura si lega in Kant al dovere, mentre in Leopardi è connessa alla visione dell’umano come essere puramente fisico, e quindi limitato, mortale e vulnerabile; inoltre, in entrambi la valorizzazione della cura reciproca si accompagna ad una condanna dell’egoismo. In secondo luogo, Kant e Leopardi affermano entrambi una radicale separazione fra una vita condotta moralmente e una vita felice. La conciliazione di virtù e felicità diviene un’opera ardua, quasi impossibile; la felicità è un’illusione, in Leopardi, o una speranza ultraterrena, in Kant, ma non qualcosa che può essere attinto in questa vita in maniera piena e definitiva.
Se felicità e virtù non sono unite, se la loro conciliazione appare come un’ardua impresa e se i giusti e i virtuosi rischiano di esser condannati all’infelicità, cosa è allora lecito sperare? Come scrive Aristotele in Etica nicomachea, non potrà essere chiamato felice neppure un altro uomo, finché vive, e si dovrà attenderne la fine, come vuole Solone? È la vita del tutto priva di un’autentica felicità?
Nell’affrontare il terzo interrogativo kantiano, Palmieri indaga i due ambiti dell’estetica e della politica, due campi non irrelati nelle opere kantiane e leopardiane, a partire dai quali si profila la possibilità di una felicità terrena non illusoria. È in questi due ultimi capitoli che l’autrice riesce a far emergere alcuni fra i più profondi e inaspettati parallelismi fra i due autori.
Kant e Leopardi pongono la bellezza come risultato della capacità di immaginazione, in quanto la fredda ragione intellettuale è incapace da sola di giudicare qualcosa come bello o come sublime o di comprendere la realtà della natura se non astrattamente. Per entrambi i filosofi, la bellezza gioca un ruolo imprescindibile nella realizzazione di una comunità solidale che sappia alleviare le sofferenze dell’esistenza umana. Solo con un’ultrafilosofia, termine dello Zibaldone, cioè con un matrimonio fra la filosofia e la poesia, che Kant e Leopardi considerano ugualmente come la più grande delle arti, è possibile arrivare ad una comprensione della natura in tutti i suoi aspetti: la nullità delle cose, la sofferenza, ma anche l’armonia, l’universalità della propria vulnerabilità e la possibilità di alleviare alcuni mali. Il piacere offerto dalla bellezza non è quindi un accessorio effimero, ma piuttosto uno strumento di notevole valenza etica: la bellezza contribuisce a realizzare una comunità solidale, libera dagli egoismi, che possa fungere da social catena per alleviare le sofferenze reciproche.
In conclusione, non solo vanno ribaditi i meriti di Palmieri di aver offerto un importante contributo alla letteratura critica su Kant e su Leopardi e di averlo fatto con una grande originalità, oltre che con chiarezza e precisione espositive, ma il suo lavoro deve anche essere riconosciuto come un’opera autenticamente filosofica. Il dialogo fra il Recanatese e il filosofo di Koenisberg non è qui solamente contrastivo, ma viene sviluppato a partire da una prospettiva originale che riesce a ricomprendere le differenze fra i due pensatori senza distorcerli, offrendo una lettura nuova che lega assieme i temi di bellezza, sapere filosofico e vita comunitaria.


ISCRIVITI