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P. van GEEST, The Incomprehensibility of God

Il volume è la traduzione ampliata e rielaborata di un precedente lavoro dello studioso olandese, Stellig maar onzeker, del 2008. Raccoglie il risultato di numerose ricerche tese a mettere in una più corretta luce la concezione di Dio di Agostino: la tesi di fondo è, appunto, quella per la quale l’ineffabilità di Dio si pone al centro della riflessione del vescovo di Ippona, il quale trattando del divino avrebbe fatto più frequentemente e con maggior convinzione ricorso al linguaggio apofatico che a quello catafatico.

In questa operazioni di riassestamento dottrinale l’obiettivo dell’Autore è, anche, quello di far uscire Agostino da quel cliché storiografico di teologo dogmatico che lo rende poco interessante a chi, oggi, ha un serio interesse per la religione [8]. Così rivisitato, Agostino non potrebbe più fare da sponda ideale al razionalismo neotomista, conclude van Geest, ma andrebbe collocato nella più vitale linea teologica di Pascal, Blondel, De Lubac e Schillebeeckx (questi gli autori citati nel libro) dove l’aspetto affettivo della trascendenza a fronte dell’inconoscibilità di Dio assume un ruolo di rilievo. Agostino deve essere visto come fonte di ispirazione di questa tradizione religiosa, ancora viva e densa di interesse per l’uomo di oggi [224].

Il volume si sviluppa in un’analisi attenta dei testi agostiniani puntualmente collocati nell’orizzonte culturale della riflessione tardoantica sulla conoscibilità di Dio: è su questa riflessione che si innesta la speculazione teologica cristiana occidentale, dove i due classici modi di conoscere il divino, attraverso il linguaggio (catafasi) e al di là del linguaggio (apofasi), si complicano nelle tre vie, affirmationis, negationis e eminentiae. La teologia negativa mantiene un suo preciso posto all’interno di questa tradizione latina che viene in qualche misura rimossa solamente dopo la rivoluzione industriale [40].

Van Geest analizza numerose opere di agostino, dal De ordine al De Trinitate, passando per le Confessiones e per i sermoni, individuando nelle pur differenti posizioni di Agostino (rappresentate ad esempio dal passaggio da una concezione giovanile di Dio come Spirito immateriale alla visione matura in cui tale descrizione viene riferita alle caratteristiche e ai poteri di Dio [216]) una sicura linea di continuità. Questa è data da un lato dalla negazione di ogni carattere antropomorfico del divino, tanto avvicinare Agostino a Porfirio nella stretta connessione fra discorso teologico e silenzio [217]. Dall’altro, nella considerazione che l’imperscrutabilità dell’essenza e della volontà di Dio non deriva solamente dall’ignoranza del genere umano decaduto, ma si fonda soprattutto sulla costitutiva ineffabilità di Dio, che resta occulto nel decretare l’ordine delle cose [211].

Il richiamo all’incomprensibilità dell’ordine e della giustizia di Dio spinge il testo di van Geest in una direzione particolarmente interessante, quella del rapporto fra grazia e libertà. L’Autore affronta uno dei passi maggiormente significativi e più frequentati della produzione letteraria di Agostino, considerato da molti centrale per comprendere l’evoluzione intellettuale dell’Ipponate e la sua teoria matura della grazia e della predestinazione. Mi riferisco al primo libro dell’Ad Simplicianum, testo composto nel 395, dove Agostino, con la sua consumata abilità di retore, mette in scena una delle rappresentazioni più terribili di Dio di tutta la storia del cristianesimo. Il passo (1, 2, 22) è noto: Agostino si interroga sui motivi che guidano la scelta divina di salvare tramite la grazia l’uno o l’altro degli uomini peccatori e pensa di risolvere l’interrogativo facendo ricorso alla maggiore sapienza e ai minori peccati di alcuni. Giunto a questa conclusione, egli viene deriso da Dio, che si beffa della presunzione umana di comprendere le Sue determinazioni: me ridebit ille. La risata di Dio che irride l’uomo, secondo la ormai classica interpretazione di Kurt Flasch, sancisce il passaggio dal primo al secondo Agostino, ovvero la rinuncia del giovane vescovo all’ottimismo filosofico manifestato nel De libero arbitrio e nel De ordine. Agostino non ha più fiducia nella capacità umana di adeguarsi all’ordine (di ascendenza neoplatonica) del cosmo, e affida la salvezza a un Dio arbitrario e capriccioso che non agisce più in base ad un ordine metafisico, ma in base al proprio volere. Solo la grazia immotivata, che irride alla ragione umana, salva l’uomo dalla condanna. La conclusione di Flasch è che in questo modo Agostino nega la libera responsabilità umana, inserendo pericolosi elementi distruttivi nella tradizione filosofica e teologica occidentale. Più recentemente, Gaetano Lettieri ha sviluppato in maniera differente l’analisi sul pensiero agostiniano della grazia, accettando la discontinuità rappresentata dall’Ad Simplicianum, ma interpretandola in senso profondamente diverso da Flasch: non si tratterebbe della rinuncia da parte di Agostino alla dignità umana, ma piuttosto di un riposizionamento teologico, certo conseguente al congedo dell’ottimismo filosofico degli scritti ‘italiani’, ma mirato a mettere a fuoco l’indisponibilità di Dio come oggetto religioso. La metafisica dell’ordine è superata dall’imperscrutabilità scandalosa dei decreti della volontà di Dio perché Dio assume in se stesso la contraddizione fra l’ordine e l’impossibilità della propria realizzazione, nascondendosi nella tensione fra ragione (ordine) e volontà (grazia).

Queste interpretazioni, che negano continuità al pensiero agostiniano, sono tuttora decisamente respinte dai numerosi studiosi che si pongono in qualche misura nella scia dell’interpretazione ‘organicistica’ di Agostino, proposta da Gilson, che non riconosce una diversità di dottrina ma piuttosto una varietà di toni imputabili anche alla diversa destinazione delle singole opere.

In questo quadro, la lettura di van Geet è in parte nuova perché abbandona il terreno del dibattito sul continuismo in merito al ruolo della grazia. Pur criticando (giustamente) Flasch per l’applicazione al problema di un concetto di libertà astorico ed estraneo ad Agostino [65], van Geet focalizza la propria attenzione sul fatto che nell’Ad Simplicianum lo scopo di Agostino non è quello di enunciare una dottrina della grazia immotivata, bensì di spingere il fedele al silenzio e all’umiltà a fronte dell’azione gratuita divina. La gratuità, precisa van Geet, non corrisponde all’arbitrarietà, ma invece all’azione ordinata di un Dio ineffabile. Questo è il punto: l’ordine di Dio (espresso dalla triade scritturale mensura-pondus-numerus) resta nascosto nella sua struttura ma si esprime nella grazia, che per questo è degna della gratitudine umana [71].

È dunque l’inconoscibilità di Dio, e dunque la forte corrente apofantica che percorre le opere agostiniane, la radice dell’incomprensibilità della grazia così spesso rimarcata nelle opere tarde del vescovo di Ippona. L’uomo deve presupporre un ordine del cosmo e della storia, ma questo ordine è celato nell’insondabilità del mistero di Dio, che per la sua stessa essenza sfugge alla presa dell’intelletto umano e non ne può diventare oggetto [72]. L’Agostino dell’Ad Simplicianum è dunque un mystagoge [70], colui che conduce alla conoscenza mistica di un Dio che è ordine, ma ordine celato, e insegna la via dell’umiltà per raggiungerLo nei limiti dell’umano.

P. van Geest, The Incomprehensibility of God. Augustine as a Negative Theologian, Peters, Leuven-Paris-Walpole, Ma 2011

GUIDO ALLINEY

inAteneo

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