Home Libri / Approfondimenti Mike W. Martin, Happiness and the Good Life, Oxford University Press, New York 2012, pp. xiii + 230.

Mike W. Martin, Happiness and the Good Life, Oxford University Press, New York 2012, pp. xiii + 230.

Il nuovo libro di Mike W. Martin, Professor of Philosophy presso Chapman University e già autore di due interessanti studi di etica applicata, From Morality to Mental Health (2006) e Meaningful Work: Rethinking Professional Ethics (2000), può essere considerato, almeno in termini generali, come una vasta panoramica sul tema della felicità umana. Con questo intento, il libro si muove su due piani, spesso intrecciati, l'uno di descrizione socio-culturale, l'altro di proposta teorica. L'opera, dunque, mira a far luce su che cosa la nostra cultura, occidentale e mass-mediatica, intende per felicità, e a sottoporre ad analisi critica tale nozione, facendola dialogare con originale disinvoltura con molte voci diverse, prese tanto dal mondo della letteratura e della filosofia, quanto da quello del cinema e, addirittura, della musica pop-rock. Così, le analisi ispirate ad Aristotele, Mill e Nietzsche, si intersecano con citazioni di Goethe, di Tolstoy, di Shelley e di molti altri, e, allo stesso tempo, i testi dei Beatles e le scene di The Truman Show diventano il punto di partenza per la riflessione filosofica.

Al di là della scansione tematica del testo e delle singole posizioni difese da Martin, a cui si potrebbero indirizzare alcune critiche, è tuttavia certo che Happiness and the Good Life ha il merito di riproporre il tema della “felicità” e della “vita buona” come centrale per ogni seria riflessione sull'esperienza morale dell'uomo. Martin, in particolare, si propone di mostrare quanto prive di fondamento siano le posizioni “scettiche” di un autore come Erik Wilson, il quale, sulla base della dolorosa evidenza delle tragedie e delle disuguaglianze sociali del nostro tempo, finisce per vedere nella valorizzazione della felicità come fattore centrale dell’esperienza morale una minaccia per l'autenticità e la serietà della vita etica. Inoltre, una rinnovata considerazione del tema della felicità sembra tanto più importante alla luce del fatto che il riferimento alla dimensione della felicità personale e sociale rappresenta il refrain implicito (e raramente tematizzato) di molti dibattiti intorno a questioni di etica sociale e, più in generale, di politica, sia all'interno delle università, sia nel più vasto ambito del dibattito pubblico. In che senso si deve parlare, dunque, di “diritto” alla felicità, e in quali termini tale garanzia può essere fatta valere da parte di individui e gruppi sociali che rivendicano il diritto di veder soddisfatta e realizzata la propria concezione della “vita buona”? Martin evidenzia come la società occidentale odierna tenda a interpretare la nozione di felicità al modo di un appagamento soggettivo di natura psicologica, indipendentemente dalla considerazione della giustificazione morale dei valori intorno a cui tale esperienza soggettiva si costituisce. L'obbiettivo di Martin, di conseguenza, consiste nel mostrare la parzialità di tale posizione, nonché il rischio latente di soggettivismo e relativismo morali che si annida al di sotto di un approccio di natura psicologistica al problema della felicità umana.

La mossa teorica contenuta in Happiness and the Good Life, tuttavia, non tende a proporre una nozione di felicità diversa da quella depositata nella mentalità comune, ma piuttosto consiste nel ricollocare l'idea di felicità psicologica nell'ambito più ampio della vita buona, intesa sinteticamente secondo il modello dell'autenticità. In questo senso, la felicità psicologica non sarebbe più il bene fondamentale, a cui funzionalizzare ogni altro valore, bensì rappresenterebbe uno tra i diversi beni che compongono il quadro della “vita buona” intesa come vita autentica, tra cui vanno certamente annoverati altri beni fondamentali, quali la veridicità e l'esperienza di senso. A questo proposito, risulta illuminante l'esempio della “experience machine” che Martin trae da Robert Nozick, secondo cui l'uomo, in ultima analisi, non potrebbe accontentarsi delle esperienze virtuali di soddisfazione dei propri desideri che sarebbero garantite da una macchina produttrice di esperienze appaganti, proprio perché tali esperienze virtuali negherebbero in partenza la possibilità di realizzare il valore dell'autenticità.

La vita buona, nel modello proposto in Happiness and the Good Life, si compone di tre disposizioni fondamentali, cioè l'amore per sé e per gli altri, la soddisfazione affettiva derivante dalle pratiche in cui si è implicati, e l'esperienza di senso, vale a dire una vita etica edificata su valori razionalmente giustificati. A questi elementi, si aggiungono alcune importanti virtù, suddivise all'interno di tre macro-categorie: le virtù che realizzano la capacità di valutare da un punto di vista generale ciò che è veramente buono, le disposizioni virtuose in cui si specifica la capacità di lottare per realizzare ciò che è veramente buono, e, infine, la capacità di decifrare il bene autentico nelle situazioni particolari (saggezza pratica). L'aretologia fornita da Martin, in particolar modo nel capitolo “Betting on Virtue”, viene presentata attraverso una grande ricchezza di riferimenti, la cui varietà, tuttavia, tende a volte a penalizzare la profondità dell'analisi e il rigore nella costruzione del discorso. L'aspetto forse più debole del nuovo lavoro di Martin è la mancanza di un'adeguata giustificazione antropologica di questo catalogo delle virtù, la cui bontà sembra più che altro assunta, o garantita dall'approvazione di un presunto buon senso condiviso.

Marco Stango

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