Mbembe, La COMUNITA' della TERRA
La comunità della Terra di Achille Mbembe è un saggio del 2024 edito in Italia da Marietti 1820 e che continua la riflessione iniziata dal filosofo camerunense con i precedenti saggi Nanorazzismo (2019) e Brutalismo (2023).
Il saggio prende avvio dalla considerazione della tecnologia che, con ritmo crescente, sta “invadendo” la Terra. Stiamo toccando un punto di non ritorno per quello che riguarda il nostro futuro sul pianeta: o ci riadattiamo ad altri modi di vivere, che prendano in considerazione anche gli altri essere viventi e non viventi, creando dunque una biosimbiosi, oppure ci estingueremo. Anche in questo caso, comunque, il problema sarebbe solo nostro: noi siamo di passaggio, la Terra si sta abituando al nostro stile di vita, deleterio per noi stessi, e si riadatterà in seguito alla nostra eventuale scomparsa per far fronte alle esigenze di chi rimarrà.
In questo processo ha un ruolo importante la tecnologia, ormai parte integrante della nostra vita in molte forme e che agisce direttamente sul nostro pianeta. La tecnologia è parte della nostra vita, ci ascolta, raccoglie i nostri desideri, radica e plasma le nostre idee, assorbe i bisogni di prodotti naturali rispondendo con la produzione di prodotti sintetici. Di fronte a questo quadro, la domanda è: la tecnologia, in quanto insieme di dispositivi che permettono di agire sulla natura per trasformarla, perderebbe, con un cambiamento dello stile di vita dell’uomo, la sua forza dirompente, il suo potere di catturare e trasformare le cose del mondo in energia? E se così non fosse, si confermerebbe la presunta separazione dell'essere umano dalle altre forme di vita che compongono la natura?
A partire da queste domande, Mbembe analizza i vari aspetti dell’essere umano, dal linguaggio, all’uso degli spazi e la differente visione del corpo.
La lettura del saggio risulta stimolante per la riflessione sull’attualità e su noi stessi: si parla di come oggetti di uso comune possano cambiare radicalmente le nostre abitudini di vita, dall’uso sempre maggiore di VPN e jammer a oggetti che aiutano il controllo di parametri vitali come gli health ring o gli auricolari di ultima generazione pensati con un audio dinamico di aiuto per chi soffre di ipoacusia. D’altro canto, si parla del lato distruttivo della tecnologia: l’uso di miniere a cielo aperto, dette anche miniere di superficie, per l’estrazione di metalli, una tecnica in cui si accede direttamente ai giacimenti senza scavare in profondità, con superfici di montagne e colline esposte cambiando paesaggi, equilibri idrici e geologici; oppure regioni del mondo che vivono con gli scarti delle altre, ad esempio Senegal, Tailandia o Indonesia, nazioni in cui si recupera il materiale ancora utilizzabile dai rifiuti elettronici lì spediti dal resto del mondo per ricavarne nuovi componenti; persone che vorrebbero emigrare ma allo stesso tempo non possono perché controllate da algoritmi sulla sicurezza che li isola, e sfogano il proprio isolamento connettendosi con altre persone nella stessa condizione grazie alla tecnologia, soprattutto i feed social, i quali quindi diventano cassa di risonanza della frustrazione e di ideologie potenzialmente pericolose.
Riguardo poi il cambiare per sopravvivere, esempi di questo tipo ci arrivano proprio dalla cultura africana: gli schiavi deportati nelle Americhe durante le Tratte in età moderna vennero col tempo educati al cristianesimo per non essere considerati infedeli, ma le comunità iniziarono ad associare le proprie divinità animiste alle figure cristiane per poterle continuare a venerare. Da questa unione nacquero i culti della Santeria, di origine Yoruba, e di Palo Mayombe, di origine Bantu.
Ma perché concentrarsi proprio sulle tradizioni africane? Lo spiega Mbembe nella conclusione: queste tradizioni, specie quella Dogon e Bambara, del Mali, a differenza del pensiero occidentale, vedono il mondo come un qualcosa di fragile, da conservare e restaurare quando questo inizia a perdere energia. A questo proposito, l’Autore usa la metafora del seme e del limo: L'atto di seminare non è visto come una mera sottomissione della natura all'agricoltura, ma come un patto o un "dialogo invisibile" con il cosmo. Il seme (simbolo della vita in potenza) ha bisogno del limo (il fango umido, la materia terrestre e minerale) per decomporsi, morire e dare vita a qualcosa di nuovo. Questo ci insegna che umano e non-umano devono convivere, e che le loro differenze non devono mai trasformarsi in occasione di dominio.
La Terra esiste da prima di noi ed esisterà dopo di noi, cambiare paradigma di vita ci serve per sopravvivere a noi stessi, per diventare terrestri riscoprendo noi stessi immersi nel mondo; quel mondo plurale e incalcolabile senza cui non possiamo vivere. E La comunità della Terra di Mbembe è un ottimo punto di partenza per questo percorso di sensibilizzazione verso noi stessi.


ISCRIVITI