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A.M. MAZZANTI (ed.), Il Logos dell’uomo e il Logos di Dio

Il volume raccoglie le diciassette relazioni presentate e discusse al Convegno Internazionale su “Logos di Dio e Logos dell’uomo”, svoltosi presso l’Alma Mater Studiorum, Università di Bologna, nei giorni 14 e 15 novembre 2012. L’evento è stato promosso dall’Associazione «Patres. Studi sulle culture antiche e sul Cristianesimo dei primi secoli» ed è stato pensato come ideale prosecuzione delle Giornate di studio precedentemente dedicate alla studiosa Marta Sordi, scomparsa da poco tempo (anche gli Atti di quel convegno, Dal Logos dei Greci e dei Romani al Logos di Dio, sono pubblicati nella medesima collana editoriale per la cura di R. Radice e A. Valvo, 2011).

Come rileva la curatrice Angela Maria Mazzanti nella sintesi dei lavori (pp. 345-56), il tema del logos appare come un’imbarazzante presenza tra le scienze contemporanee, impegnate, a una sola voce, nella decostruzione della metafisica greca, sia pagana sia cristiana. Esso annuncia una dimensione del filosofare antica e mai realmente dismessa, ma come fosse d’improvviso invecchiata. Logos è una ferita che il linguaggio ha aperto sull’essere dell’uomo e di Dio, senza poi resultare capace di chiuderla o riassorbirla. La frequenza d’uso della parola non inganni: il concetto di logos si trova nel punto cieco della visione di un Occidente laico e relativista, sì da essere, più che il tema da discorrere, il confine posto alla discussione. I contributi raccolti nel volume assumono pertanto un carattere fondativo, quasi che ciascun autore indagato potesse contribuire alla riscrittura di un lemma di enciclopedia.

Punto di partenza, naturalmente, è la linguistica storica, la quale fissa nel cuore della speculazione greca il logos come concetto correlativo del concetto di physis. Per un verso, come argomenta Moreno Morani, si tratta di segnare il campo semantico che divide il vivente che ha il logos da quell’altro vivente che non lo possiede, rendendo conto al contempo della differenza tra conoscenza teorica e conoscenza intuitiva (Guido Bandinelli) o non concettuale Valga per tutti l’esempio della parola armena ban, che può essere bensì ricondotta a quella greca, ma a patto di riconoscerle una polisemia differente. La radice armena – come osservano Benedetta Contin e Paola Pontani – fa, infatti, riferimento al corpo significante del logos, a ciò che diremmo la sua phoné. Ciò significa che è già presente, nelle lingue antiche di area indoeuropea, l’alternanza tra il discorso in senso disposizionale e il discorso estrodotto (logos endiáthetos e logos prophorikós); di questo si occupa anche la relazione di Guido Bendinelli.

Per altro verso, si tratta di ricostruire un lessico che, nel bordo in cui la tarda l’Antichità collabisce con il Medioevo latino o bizantino, appare frastagliato e reso incerto dalle controversie teologiche e politico-religiose.  Alcuni aspetti di questo campo paiono segnati da incertezze di vario tipo: (a) Vaghezze Grammaticali, come quella – rilevata da Bendinelli in un testo di Ireneo di Lione – che concerne la presunta parentela tra l’improbabile voce latina infixus e la sua probabile paronomasia ἔμφυτος. (b) Vaghezze Gnoseologiche, come l’oscillazione, in Plotino, di logos e déixis, conoscenza concettuale e riferimento indessicale (cfr. la relazione di Michele Fattal), ovvero tra conoscenza linguistica e conoscenza matematica (come nel testo di Alfredo Malavolta). Vi è pure un tipo di vaghezza semantica, presente nell’opera di Origene non solo come effetto della doppia recensione, greca e latina, ma soprattutto a causa di una fluidità presente nella sua concezione dell’intelletto come organo della relazione (schésis); infine, ci sono le vaghezze discusse da Agostino a proposito delle rationes aeternae (Gábor Kendeffy). (c) Vaghezze, o meglio turbolenze, Religiose. Tali sono quelle che hanno condotto a una profonda incomprensione dell’apofatismo islamico, per il quale non si dà comprensione σύν λόγῳ di Dio (si ricordi il dialogo di Manuele II Paleologo con il dotto musulmano, citato da Ratzinger a Regensburg), ma solo ‘distinzione’ tra la parola “inlibrata” del Corano (kalâm), attributo di Dio stesso, e la parola incarnata nella densità del creato (come spiega Carmela Baffioni). Di taglio affine sono le riflessioni che Giovanni Assorati riserva all’antropologia di san Pietro Crisologo, a dire che il dibattito coglie tutti gli ambiti dell’esperienza umana.

Naturalmente, una grande parte di questo campo è occupata da seguaci od epigoni del neoplatonismo e dello stoicismo. Per l’universo ebraico ed ellenizzato della diaspora un punto di riferimento sono gli scritti di Filone, nei quali è messa a tema come filosofia una forma di vita giudaica. La virtù umana per eccellenza è la capacità razionale di autocontrollo, l’eusebés loghismós presente nel IV Maccabei (cfr. le relazioni di Marzia Morisi e di Lucio Troiani). Parimenti problematica è la valutazione della logica porfiriana, che Anna Penati Bernardini sottopone a serrata indagine in un contributo su “Intelletto” – “Anima” nella Lettera a Marcella. Tuttavia, a noi pare che uno dei punti più complessi sia quello relativo alla logica plotiniana, che il denso e ben documentato contributo di Robert Somos passa in rassegna con acribia degna di menzione.

Dal linguaggio si passa all’esame dell’azione e del comportamento: in questo ambito che diremmo etico-praxico, colpisce la concezione del logos che emerge dall’analisi dell’Encheirídion di Epitteto condotta da Rodrigo Frías Urrea. In questo caso è il regime dietetico stoico, evocato dalla dottrina della proáiresis, a scontrarsi per noi con la concezione (solo apparentemente simile) dello autexoúsion cristiano, che sarà elaborata alcuni secoli più tardi dai Padri Cappadoci.   Il rapporto tra logos e forma-di-vita emerge in altri due contributi. Ysabel de Andia lo ricostruisce a partire dalle pagine della Vita di Antonio, opera di Atanasio, mentre Leonardo Lugaresi ne tratta a partire dall’Oratio 43 di Gregorio di Nazianzo. Entrambe le relazioni cercano di chiarire il legame fra filosofia e agiografia nello sviluppo della letteratura cristiana. Tutto accade come se fra il III e il IV secolo sia divenuto centrale il riferimento a una dimensione narrativa della conoscenza che conduce alla fede. Tale riferimento, però, non si articola in una teoria, ma produce narrazioni che mostrano, in modo differente l’una dall’altra, i processi di modalizzazione del soggetto di un fare cognitivo. Antonio, per un verso, è l’uomo loghikós che sviluppa una disposizione (diáthesis) alla fede; Basilio, ormai defunto, è, per altro verso, logos egli stesso. Talché, l’orazione funebre del Nazianzeno ribalta – come osserva acutamente Lugaresi – i protocolli del genere: non è qui il logos che illustra il defunto, ma questo a farsi misura e campione del logos stesso.

I riferimenti ai Padri Cappadoci presenti nel volume meriterebbero un capitolo a sé, tale è la novità che essi introdussero nel panorama teologico e filosofico. Giulio Maspero traccia il cammino della nozione di logos dal greco pagano al greco cristiano, mostrando efficacemente come abbia potuto svilupparsi un’ontologia relazionale: Dio è, in una, assoluto e relativo, logos e schésis. Ilaria Ramelli, in un efficace esame parallelo di alcuni scritti di Origene e Gregorio di Nissa mostra come il vero bersaglio delle critiche di quest’ultimo non sia Origene, ma il neoplatonismo di cui era pervasa la cultura pagana del suo tempo.  Accanto al fratello Basilio, logos vivente, Gregorio di Nissa appare anch’egli una figura gigantesca, capace di tessere in modo originale la relazione delle relazioni, quella tra il Logos di Dio e il logos Umano. I Cappadoci  rivoluzionarono davvero la teologia del loro tempo, rivalutando la questione ontologica e rimettendola al centro delle controversie trinitarie con scelte logico-semantiche coraggiose e innovative. Furono i Cappadoci, dice Maspero, che iniziarono a pensare l’essere partendo da Dio e non Dio a partire dall’Essere.

 

Angela Maria Mazzanti (a cura di), Il Logos dell’uomo e il Logos di Dio. Concezioni antropologiche nel mondo antico e riflessi contemporanei, Vita e Pensiero, Milano 2014, pp. 397

 

Saggi di: G. Assorati, C. Baffioni, G. Bendinelli, B. Contin, Y. de Andia, C. Di Martino, M. Fattal, R. Frias Urrea, G. Kendeffy, L. Lugaresi, A. Malavolta, G. Maspero, M. Morani, M. Morisi, A. Penati Bernardini, P. Pontani, I. Ramelli, R. Somos, L. Troiani. Pre- e Postfazione di A. M. Mazzanti.

Marcello LA MATINA

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