MARIN, Le tre GRAZIE dell'ETICA
Le emergenze globali sembrano essere la cifra del nostro tempo. Il cambiamento climatico, la povertà e le guerre in atto in tutto il mondo ci sollecitano a ripensare le nostre categorie di riferimento per l’agire morale e la convivenza. Non si tratta, infatti, soltanto di rispondere a singole urgenze, ma di interrogare i presupposti stessi del nostro modo di abitare il mondo e di stare con gli altri. In questa prospettiva emergono nuovi quesiti etici cui la collettività è chiamata a rispondere: è possibile immaginare una società altra, che sia più giusta ed equa? Se sì, su quali principi dovrebbe edificarsi? In questo senso, il testo di Francesca Marin Le tre Grazie dell’etica: vulnerabilità, cura e gratitudine delinea una possibile strada da percorrere, individuata in una triade relazionale che vede protagoniste la vulnerabilità, la cura e la gratitudine. Lungi dall’essere delle debolezze, delle caratteristiche personali o semplici qualità, esse si qualificano come delle vere bussole morali perché non solo fanno luce sulla condizione intrinsecamente relazionale dell’umano, ma si offrono anche come risorse normative e trasformative in vista di uno specifico agire morale che ridefinisce le priorità dell’orizzonte etico-antropologico, spostando il baricentro da una visione individualistica dell’umano, volta più a difendere il recinto dell’autonomia che a promuovere la cura dell’interdipendenza come cifra dell’umano e del vivente, a una declinazione relazionale e interrelata dello stesso umano, che apre alla postura della cura, del riconoscimento della dignità e dell’integrità di ciascuno come bussola per l’agire morale.
I tre termini al centro dell’indagine vengono esplorati dall’autrice in modo approfondito, con un ricco apparato bibliografico, a partire dalla loro etimologia, per poi delinearne, senza cadere nella retorica e nell’ingenuità, possibili risorse e limiti. Uno dei tratti innovativi di questo testo, e insieme uno dei punti di forza delle sue argomentazioni, è rappresentato dal fatto che la cura, la vulnerabilità e la gratitudine sono pensate in relazione tra loro: è proprio questa articolazione che conferisce valore aggiunto alla trattazione e permette di cogliere il “valore di legame” che tale triangolazione riesce a restituire pienamente, in quanto infrastruttura etica che dovrebbe sorreggere le nostre società e rafforzarsi dinanzi alle sfide contemporanee.
Dalle pagine del volume emerge come la vulnerabilità sia spesso letta in termini negativi, portando a immaginare un individuo vulnerabile come passivo e incapace, oppure ancora mancante di qualcosa, difettoso. Marin, a partire da un’originale e puntuale ricostruzione etimologica del termine, sottolinea come invece esso indichi anzitutto una condizione di apertura ed esposizione che caratterizza tutti gli esseri umani fin dalla nascita: si viene sempre al mondo attraverso un altro corpo, che letteralmente si apre e lacera per darci la vita. Questa esposizione può comportare certo conseguenze negative, ma soprattutto ci dice della nostra capacità di accogliere la vita. Il sé è infatti costitutivamente aperto all’altro, è ontologicamente relazionale; da tale apertura, da tale esposizione, possono giungere ferite oppure gesti di attenzione e cura. Anche quando potrebbe anche tradirci o mentirci, perché lo si riconosce autenticamente come essere umano, un soggetto complesso che ha in sé luci e ombre. La vulnerabilità si configura quindi come condizione comune e non come deficit individuale, come segno di vita e di esistenza, attraverso la quale il singolo si apre all’esperienza, accettandone i rischi, entra in relazione con l’altro e comprende allo stesso tempo la propria natura relazionale.
Anche la pratica della cura, scaturita dal riconoscimento di una vulnerabilità dell’altro e dalla propria capacità di farvi fronte, non è solo un fatto privato, ma è frutto di una complessa architettura che attraversa le nostre vite fin dall’infanzia e coinvolge una pluralità di figure. Tuttavia, essa viene spesso svalutata, marginalizzata e talvolta letta in termini esclusivamente positivi senza considerarne i rischi. Anche per la cura, l’autrice ne ricostruisce le suggestive derivazioni etimologiche sottolineando risorse e limiti di alcune letture contemporanee, e delineando le pratiche di cura anzitutto come risposta alla vulnerabilità. Nel testo, si sottolinea anche una serie di rischi sottesi ad alcune modalità di organizzare e praticare i servizi di cura, dal rischio del paternalismo alla possibilità della violenza, dall’inadeguato riconoscimento sociale dei lavoratori della cura alla svalutazione del potenziale etico-antropologico ed etico-politico della cura stessa, una pratica che dovrebbe essere, prima di tutto, sempre relazionale e orientata alla reciprocità. Secondo l’autrice, per evitare tali derive, il paradigma della cura deve essere declinato anche come paradigma di giustizia, non da ultimo al fine di garantire un equilibrio tra privato e contestuale da un lato, universale e astratto dall’altro.
La risposta etica alla dinamica che lega vulnerabilità e cura è la gratitudine, che consente di mantenere e coltivare l’apertura all’altro, rafforzando i legami sociali anche e soprattutto da un punto di vista temporale, ovvero intergenerazionale, rafforzando ulteriormente l’idea che, per poter esplicitare autenticamente il loro potenziale normativo, tali dimensioni debbano trovare una cornice di riferimento nella reciprocità. La gratitudine nasce da un senso di debito che si differenzia da quello economico, poiché mentre l’individuo con un debito economico punta a svincolarsi dal legame da cui ha tratto il beneficio, chi sente di avere un debito “libero”, in quanto grato nei confronti di un beneficio che ha ricevuto in maniera totalmente spontanea, consolida quel legame. Attraverso questa complessa dinamica relazionale, il soggetto è capace di riconoscere non solo ciò che ha ricevuto e chi glielo ha donato, ma anche sé stesso e la propria condizione, nel contesto di un’etica della relazione che unisce vulnerabilità, cura e riconoscenza. La gratitudine, sostiene l’autrice, pur “attesa”, non deve mai trasformarsi in “pretesa”. Particolarmente apprezzabile è il confronto con la proposta kantiana, che contribuisce in modo molto efficace a far emergere la portata normativa della gratitudine stessa.
Questa triade trova una rappresentazione efficace in una potente e suggestiva immagine visiva: il gruppo scultoreo di Canova, Le tre Grazie, che riprende la mitologia delle Cariti. Le figure, con volti distesi e armoniosi, sono intrecciate in una posa che suggerisce dinamismo e movimento circolare, richiamando la circolarità propria della relazione di cura e della logica del dono, intesa come dare, ricevere e ricambiare. Particolarmente suggestivo è il loro stare in punta di piedi, gesto che sembra alludere a una tensione verso qualcosa che non si compie mai definitivamente, ma è costantemente in divenire, e che implica insieme delicatezza e tenerezza. Marin richiama inoltre l’attenzione sul basamento e sulla colonna che sorreggono l’intera struttura: elementi che, pur non essendo al centro della rappresentazione, sono essenziali al suo equilibrio. In essi l’autrice intravede simbolicamente la giustizia, intesa come ciò che sostiene e rende possibile l’articolazione di vulnerabilità, cura e gratitudine. Tale triangolazione concorre ad articolare le forme pratiche e concrete attraverso cui deve manifestarsi il rispetto – inteso anche come promozione e valorizzazione – della dignità e dell’integrità di ciascuno.
Il libro si struttura in tre capitoli, dedicati rispettivamente alla vulnerabilità, alla cura e alla gratitudine, ciascuno suddiviso in paragrafi che ne esplorano l’etimologia, le interpretazioni distorte e i rischi connessi, per poi approdare a una rilettura più stratificata, che contribuisce a chiarire in modo molto efficace quali accezioni dei tre termini risultano maggiormente efficaci dal punto di vista etico e quali invece possono essere fuorvianti. Un ulteriore motivo di apprezzamento del testo giunge dal riferimento e dal costante confronto, sempre “in punta di piedi”, con alcune questioni bioetiche che diventano ancora più pressanti alla luce dei recenti sviluppi tecnologici, da cui una onesta riflessione su questi temi non può prescindere. Emerge, all’interno del lavoro, anche un invito a prendersi cura non solo degli esseri umani, ma anche dell’ambiente, degli animali e delle generazioni future. Il tempo della cura è un tempo più esteso che include prospettive intergenerazionali e orienta l’agire verso la responsabilità collettiva, non solo per il presente, ma anche per chi verrà dopo di noi.
Il testo non offre soluzioni facili, piuttosto propone un mutamento di sguardo e invita a ripensare l’etica a partire dalla relazione. Nel mostrare come vulnerabilità, cura e gratitudine non siano margini del discorso morale, ma il suo cuore pulsante, il suo fondamento, Marin restituisce all’etica una dimensione incarnata, situata e capace di indicare strumenti e metodi etico-antropologici in grado di abitare la complessità e gestire le sfide contemporanee. In un tempo segnato da crisi che mettono in questione le nostre categorie tradizionali, il suo contributo apre uno spazio di pensabilità per forme di convivenza più giuste, ricordandoci che non esiste un io isolato e che l’identità è sempre un “noi” frutto di apertura e riconoscenza all’altro, dimensione che non ne annulla l’autonomia ma la situa nel tessuto relazionale di cui farà parte per l’intera durata della sua esistenza.
Francesca MUSARO
IL LIBRO


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