Home Libri / Approfondimenti M. MARIANELLI (a cura di), Per un nuovo Umanesimo. Francesco D’Assisi e Simone Weil, Città Nuova, Roma 2012

M. MARIANELLI (a cura di), Per un nuovo Umanesimo. Francesco D’Assisi e Simone Weil, Città Nuova, Roma 2012

Il volume raccoglie, insieme a vari contributi, gli atti del convegno dal titolo Per un nuovo Umanesimo: Simone Weil, San Francesco e la filosofia contemporanea, tenutosi presso il Convento di Monteripido  (Perugia)  il 30 Aprile 2011. Tale convegno,  organizzato dalla scuola di Formazione politica Agorà, in collaborazione con l’Università degli studi di Perugia, costituisce il primo appuntamento di un progetto avente l’obiettivo di delineare i contorni di un nuovo Umanesimo; un Umanesimo  che sia capace di interloquire in modo dialogico con le istanze connesse al recupero di una considerazione ampia ed estesa dell’umano, concepito nella  molteplicità delle dimensioni che lo abitano e che, al contempo, lo pongono in un ineludibile rapporto con ciò che lo trascende.

Il  testo  si apre con un contributo di Angelo Capecci, il quale fa un breve excursus  sul significato che il termine Umanesimo assume nel contesto storico italiano compreso tra XIV e XV secolo.  Un primo elemento che viene evidenziato è che l’Umanesimo italiano, pur qualificandosi essenzialmente come fenomeno letterario nato dalla riscoperta e dalla valorizzazione degli studia humanitatis,  ha un indubbio valore filosofico nella misura in cui dà vita ad  un’inedita  sensibilità, che contribuisce a gettare le basi di una nuova visione  dell’uomo;  una visione  risultante dall’affermazione della sua dignità e centralità. Si sottolinea, in tal senso, che la centralità e il valore intrinseco  riconosciuto all’uomo non attengono  ad una dimensione gerarchica  che lo porrebbe  in una posizione di assoluto dominio ontologico  rispetto al resto del creato, ma  ad un riconoscimento di un suo attributo specifico, ossia quello di essere libero. La libertà dice del dinamismo di una natura umana non rigidamente determinata, ovvero di una capacità dell’uomo di plasmare, forgiare continuamente il proprio essere. La libertà, al contempo, è sinonimo di un agire cosciente e responsabile, mediante il quale è necessario saper valutare tra le varie possibilità ed opzioni che concorrono a definire il contenuto morale delle proprie azioni.  Questa caratteristica viene descritta in quello che può essere considerato il testo esemplificativo della corrente dell’Umanesimo italiano, ossia  il De dignitate hominis di Pico della Mirandola, dove è racchiusa, per la prima volta, questa nuova immagine che fonda la dignità dell’umano, definita  dalla sua libertà e  dal suo essere anello di congiunzione e di mediazione tra la sfera terrena e quella celeste, tra finito ed  infinito.  Questo suo porsi come essere mediatore tra i diversi ordini della realtà è indicativo della  sua capacità di relazionarsi contemporaneamente a ciò che gli è superiore e a ciò che  gli è inferiore attraverso il riferimento continuo al trascendente, che viene a costituirsi come «modello e principio di quella dimensione spirituale che è presente nell’uomo» e che, al contempo «sorregge il disegno di una ascesi nella quale si compie la humanitas» (p.19).  La metafora della  centralità, connessa  a sua volta  all’idea  dell’homo faber (o artifex) fortunae suae , non va ricondotta all’esaltazione di un fare inteso secondo i paradigmi della  ragione strumentale e della logica del dominio ma, al contrario, dice di  una prassi promotrice dell’impegno civile, dell’azione responsabile. Tali aspetti  non possono essere scissi da un’idea di grandezza umana  che sa farsi carico della consapevolezza dei propri  limiti. Ora, rispetto a questo impianto generale, assume un significato rilevante la figura di San Francesco D’Assisi, considerato per certi versi come precursore dell’Umanesimo nella misura in cui quest’ultimo, come asserisce Vidales,  si qualifica come «movimento che assume a fondamento la natura umana con i limiti e gli interessi dell’uomo» (p.29).

La figura di San Francesco  è al centro del secondo saggio, che ha come autore Agustín Hernández Vidales, il quale mostra  come l’umanesimo francescano prenda le  mosse dallo stile di vita dello stesso San Francesco; uno stile di vita che attinge  il suo fondamento dal Vangelo e da un modo di stare al mondo contrassegnato da un profondo rispetto dell’uomo e del creato. Il Vangelo e la fede  che da esso deriva si pongono, allora,  come le linee-guida  orientanti  una concezione dell’umano che raggiunge il suo culmine nell’esperienza dell’incontro con Dio. Si tratta di un’esperienza  che, come scrive Vidales, è emblematicamente suggellata nel Cantico di frate sole, dove la lode del creato esprime la meraviglia dello scoprirsi  amati e voluti all’interno di un ordine della realtà derivante da un piano divino; un piano che comprende ogni uomo nella sua singolarità, nella sua unicità irripetibile. La comunanza delle creature, ossia il loro essere parte comune di un disegno voluto da Dio, è in stretta connessione con quello che potremmo definire l’elemento cardine della proposta umanista francescana, ossia la fratellanza universale.  Tale elemento dice della costitutiva  relazionalità che tiene insieme le varie creature che, in quanto figlie di Dio, sono unite da un legame indissolubile. Riscoprire il proprio posto all’interno di un contesto ontologico-relazionale di cui siamo parte costituisce un importante elemento di monito per gli scenari odierni, nei quali la centralità dell’umano, data dalla sua ineliminabile dignità, necessita di essere riconsiderata non secondo una logica  di dominio e di accentramento autoreferenziale,  ma in relazione  ad una totalità nella quale siamo inseriti e che non ha la sua origine in noi (cfr p.38).

Nel terzo saggio del volume, scritto da  Maria Clara Lucchetti Bingemer,  viene proposto un confronto tra il pensiero di San Francesco e quello di Simone Weil. Tale confronto si inserisce  all’interno di un contesto tematico che vede nella loro proposta di una mistica della povertà un elemento propulsivo per la messa a punto di un nuovo Umanesimo.  Queste due figure, proprio perché hanno vissuto  in modo  profondo l’esperienza della povertà e del servizio agli ultimi,  vengono viste come rilevanti per una analisi critica  dell’epoca contemporanea,  contrassegnata  dalla sacralizzazione delle relazioni economiche di stampo utilitarista  e dal predominio dei paradigmi di un consumismo sempre più onnicomprensivo ed unilaterale. La povertà è vissuta tanto da Francesco quanto da S. Weil come veicolo di apertura alla bellezza del mondo e alla comunione con gli ultimi, ossia con coloro che sono relegati in uno stato di marginalità sociale e di esclusione. Aprirsi alla bellezza del mondo significa sperimentare il contatto con la purezza del creato, che può essere incontrato nella sua nudità essenziale nella misura in cui viene svestito dalle proiezioni egoistiche dell’io e  dalle finalità connesse ai desideri di potere, ricchezza, dominio. Esperire la spoliazione e la rinuncia denotanti lo spirito di povertà significa  imitare la spoliazione operata da Dio, che si è fatto uomo tra gli uomini, esponendosi all’umiliazione e al sacrificio (cfr pp. 61-63).  La povertà, allora, è per S. Weil e S. Francesco, un atteggiamento esistenziale ed un’inclinazione che ci apre a Dio e all’impegno per gli infelici e gli sventurati.

La rinuncia di Dio ad una condizione di onnipotenza e di regalità viene approfondita  anche da Emmanuel Gabellieri, che nel suo intervento si impegna a far vedere, mediante un’originale lettura del Cantico di frate sole e dell’Inno ai Filippesi, come in S. Weil  sia riscontrabile la duplice influenza di San Francesco e San Paolo. L’influenza francescana  è ritrovabile nel riferimento alla lode della bellezza del creato, che si traduce in quello  spirito di distacco che spinge la creatura a de-centrarsi in modo «da attingere la totalità dell’universo, e così raggiungere, implicitamente, il vero centro che è Dio» (p. 83).   A tale riguardo  si sottolinea  che la meraviglia del Cantico sta nel «condensare in un unico movimento la lode verso Dio  creatore e verso la totalità della sua creazione» (p. 92).  Allo stesso modo L’Inno ai Filippesi , al quale  S. Weil fa riferimento nei Cahiers,  condensa in un unico movimento  la discesa di Dio verso gli uomini e l’innalzamento di questi ultimi. L’innalzamento è  reso possibile dalla stessa discesa divina, che consente  all’uomo di divenire  “figlio di Dio” e “fratello di Cristo” (p. 92) e di attingere, dunque, alla prospettiva di salvezza (cfr p. 92).  Questa duplice dinamica, racchiusa nell’unità di un unico movimento, viene considerata da Gabellieri in riferimento alla tematizzazione  weiliana del concetto di de-creazione. L’influenza francescana e quella paolina vanno riscoperte, secondo Gabellieri, per consentire la nascita di un Umanesimo che rinsaldi l’unità dello spirito con l’universo : «un Umanesimo dell’alleanza tra Dio e l’uomo, capace di inglobare tutta la storia umana  e il cosmos» (p. 94).

Il contributo weiliano viene, inoltre,  preso in considerazione nell’intervento di Massimilano Mariannelli, il quale fa vedere come in S. Weil il nesso di incarnazione-rivelazione, che costituisce  un tratto distintivo della proposta cristiana, si traduca  nel riconoscimento di un Obbligo,  al quale  si è chiamati a rispondere, o meglio corrispondere: «la prospettiva weiliana sembra proporre una via per cui la  Rivelazione, facendosi fino a noi nel Cristo, diviene un’Obbligazione che non è ideale regolativo trascendente questo mondo, ma  attestazione e testimonianza: l’Evento  cui corrispondere» (pp. 76-77). Tale traduzione apre le porte all’idea di un “Umanesimo universalista”, dal momento che l’incarnazione cristiana comprende in sé tutte le altre rivelazioni di verità  che si sono susseguite nella storia pre-cristiana (come ad esempio nei miti antichi)   e che rappresentano delle anticipazioni, dei “semi del Verbo” (p.75).

Il testo si chiude con un  breve intervento di Marco Strona, che vede nell’eredità del pensiero di Giuseppe Lazzati  la possibilità di una curvatura in chiave  politica   di un Umanesimo volto alla costruzione della “città dell’uomo”,  nella quale ciascuno -concepito sia  come singolo sia come parte della società- possa essere considerato nella molteplicità delle proprie esigenze e dei propri bisogni,  nell’ottica di uno sviluppo complessivo dell’umano. Uno sviluppo che si iscrive nel quadro di una  definizione del bene comune e di un  Umanesimo autenticamente inteso.

Indice dei contributi

-Angelo Capecci, La dignità dell’uomo e l’Umanesimo italiano.

-Agustín Hernández Vidales, L’Umanesimo di S. Francesco d’Assisi.

-Maria Clara Lucchetti Bingemer, Francesco d’Assisi e Simone Weil: Umanesimo cristiano e mistica della povertà.

-Massimiliano Marianelli, Rivelazione e Legge: Riconoscimento e corrispondenza all’ordine in Simone Weil.

-Emmanuel  Gabellieri, Dall’Inno ai Filippesi al Cantico di Frate Sole: Simone Weil tra Paolo e Francesco.

-Marco Strona, Libertà, democrazia e sviluppo umano: l’eredità attuale di Giuseppe Lazzati.

VINCENZO COZZOLINO

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