Home Libri / Approfondimenti Maurizio Chiodi, Amore, dono e giustizia. Teologia e filosofia sulla traccia del pensiero di Paul Ricœur, Glossa (Collana Quodlibet), Milano 2011, pp. 231.

Maurizio Chiodi, Amore, dono e giustizia. Teologia e filosofia sulla traccia del pensiero di Paul Ricœur, Glossa (Collana Quodlibet), Milano 2011, pp. 231.

Il saggio affronta con coraggio e rigore, sullo sfondo della riflessione sulla dimensione del dono e di quella del rapporto, asimmetrico ma bilaterale e vitale, di amore e giustizia,  -nonché di una definizione possibile, ad essi sottesa, del rapporto tra l’etico (comprensivo della dimensione morale), il sociale (con la necessità intrinseca della giustizia) e il politico- , il complesso rapporto tra il pensiero filosofico e quello teologico. Di questo rapporto tra la dimensione antropologica -che il pensiero filosofico riconosce e indaga- e quella religiosa -che la teologia svela insorgere come attitudine di riconoscenza da parte dell’uomo ad un’originaria donazione da parte di Dio- M.Chiodi cerca di far emergere un ‘punto di convergenza’ (anch’esso irriducibile poiché riflesso di un’eccedenza di senso) tra le aspirazioni umane più profonde e più alte del vivere insieme, attestate dall’approccio fenomenologico e ermeneutico della dimensione antropologica, e le verità rivelate nelle Scritture, sorgente quest’ultime dell’ermeneutica biblica e del pensiero teologico. L’autore ripercorre l’evoluzione del pensiero di Ricœur mostrandone le implicazioni possibili, quali emergono dalle affermazioni più aperte al dialogo, contenute nei saggi della maturità: la formulazione de la petite éthique in Soi–même comme un autre, La critique et la conviction, la radici non filosofiche del pensiero filosofico (fulgida è la tesi dell’origine del comandamento nel seno dell’imperativo poetico dell’amante all’amata: ‘amami!’ della Stella della Redenzione di Rosenzweig) in Lectures III, la tenace dialettica che presiede alla scrittura dei Parcours de la reconnaissance e, dulcis in fundo, Amour et justice, nonché la parabola del soi dans le miroir des Écritures e del soi-mandaté nelle Gifford Lectures, etc. Sono testi, quest’ultimi, nei quali si avverte distintamente e ancor più che in altri, la matrice biblica, e segnatamente evangelica, della prospettiva in cui sono istituite le questioni fondamentali dell’identità e responsabilità del soggetto, del ruolo dell’alterità, dell’ispirazione o se si preferisce del fondamento non puro empirico dell’etica, recante in sé l’ascolto di quella voce interiore, difficile per il filosofo da definire e ricondurre ad un’origine, ma voce di Dio per il credente. M.Chiodi analizza il pensiero di Ricœur per proporre, in seguito, una visione sua personale, argomentata con rigore, che ripensi questo rapporto tra la dimensione antropologica e quella religiosa come un rapporto fondato su una necessaria implicazione reciproca. La sua tesi è affascinante quanto controcorrente, se la si confronti con quelle che furono convinzioni condivise dai filosofi del Novecento: anche la dimensione antropologico-filosofica implicherebbe, secondo l’autore, quella religioso-teologica, e non unicamente l’inverso. Oltre Ricœur, il quale pensava fondamentalmente ad un’ermeneutica biblica con la figura di Gesù al centro, l’autore si propone di pensare diversamente il rapporto tra una visione fenomenologica ed ermeneutica della dimensione antropologica e un’ermeneutica teologica, ripensata quest’ultima non nella forma dell’ontoteologia metafisica e deduttiva medioevale, ma nella forma di un’intelligenza della fede cristiana che si costituisca come necessità di riconoscere come segno anticipatore quell’agape che è tutt’uno con Dio stesso e che ci viene da Lui originariamente dato insieme alla vita, come un dono. Anche l’esperienza umana, con il suo intrinseco bisogno di rigenerazione, adombrato anche nell’atto, volontario, di rispondere al dono ricevuto, con un altro dono, e da parte del credente di rispondere, con la testimonianza di vita, della verità vissuta e predicata da Gesù (quella dell’agape al cuore di ogni comandamento morale) è quell’esperienza alla quale l’autore riconosce un’intrinseca dimensione religiosa. Quest’ultima, sempre frutto della libertà umana di aderirvi, è una dimensione che chiede di essere non unicamente colta nell’interiorità, ma vissuta responsabilmente nei fatti, insieme agli altri uomini. M.Chiodi ripensa all’ontologia in chiave fenomenologico-ermeneutica e come dimensione al cui centro vi sia il rapporto tra l’uomo e Dio. In quest’orizzonte, anche il rapporto tra amore e giustizia può, e secondo l’autore deve, essere letto in chiave teologica: l’amore (agape) è la manifestazione, testimoniata con la vita, della fede; in esso non solo sono sussunti tutti i comandamenti, ma è presente la possibilità stessa delle relazioni buone tra gli uomini, quelle relazioni interpersonali che prendono la forma più estesa delle relazioni sociali e politiche. Come aveva già compreso Ricœur, in Amore e giustizia, se la giustizia estende e applica in forma universale il principio dell’equità, quest’ultimo ha le sue radici profonde nell’amore. Questo amore, che viene da Dio, è incarnato in Gesù: all’uomo è data la libertà di riconoscerlo e di viverlo.

CECILIA DI BONA

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