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La FIDUCIA nel rapporto tra il CONDANNATO e il GIUDICE

Nel 1985 a Torino si celebra un maxi processo alla mafia catanese; il processo dura quasi due anni; tra i condannati all’ergastolo Salvatore un pluriomicida. Il giorno dopo la sentenza il giudice gli scrive e gli manda un libro. Si stabilisce tra i due una corrispondenza epistolare che durerà 26 anni. Il libro è scritto dal giudice a distanza di 30 anni dal maxi processo e presenta le vicende personali e carcerarie di Salvatore. Nel seguito cercherò di approfondire il libro sotto la prospettiva di alcune delle virtù sociali, in particolare della fiducia e della speranza.

Inizierei dalla prima mossa quello del Presidente del Tribunale che esaurito il suo ruolo di giudice, dopo avere comminato la pena dell’ergastolo, prende carta e penna e scrive all’ergastolano Salvatore. Quale può essere il retroterra di un simile comportamento? La prima associazione è con gli atteggiamenti giovannei di “distinzione dell’errore dall’errante”; di “rispetto per la dignità della persona umana”; di “fiducia nelle risorse della persona”. Per quanto riguarda il “rispetto per la persona” vale ricordare una iniziativa presa dal Presidente di dedicare un po’ di tempo, finita l’udienza, ai bisogni degli imputati esclusi quelli relativi al processo. L’aspetto più rilevante relativo alla “fiducia nelle risorse umane” mi pare si manifesti fin dall’inizio della corrispondenza epistolare. Nel libro inviato assieme alla lettera c’è una frase del protagonista dal significato esplicito: “mai un uomo è interamente santo o interamente peccatore”. Al paragrafo “50..e il teatro” si legge: “recitare una parte può significare che una parte di noi stessi è finita sepolta e questa vita mai nata aspettava..”(p.166-167). Questo tipo di fiducia presuppone una concezione della persona che è agli antipodi di quella dello stereotipo del “delinquente nato” dove l’essenza maligna agirebbe immutabile 24 ore al giorno. La dimostrazione piena della fiducia sta naturalmente nella continuità del rapporto epistolare durato 26 anni ed anche nella decisione di intensificare, dopo vari anni, il livello di profondità del rapporto interpersonale (41 “Ci conosciamo così poco”).

La fiducia tuttavia ha bisogno di essere recepita per dare i suoi frutti. Dalla parte di chi la riceve deve esserci un certo terreno fertile. In Salvatore c’e una percezione di sé che da un lato appare fatalistica ( dove cammino io non può crescere l’erba..) dall’altro è di carattere relazionale e non essenzialista. Ne è testimonianza un dialogo che si è svolto tra l’imputato ed il Presidente in uno dei colloqui concessi dopo le udienze del processo; in quella occasione Salvatore afferma: “se io nascevo dove è nato suo figlio, magari ora facevo l’avvocato”. (42)

Attraverso la relazione epistolare, Salvatore ha la chiara percezione che possa esistere un altro tipo di vita da quella del pluriomicida e ne da testimonianza al suo interlocutore quando scrive: “ Lei mi ha fatto capire dove sono le cose buone..(87); le condanne non insegnano nulla, anzi ingattiviscono, ma lei le sue lettere insegnano tanto, sono come un libro che insegna la vita” (92)

La relazione ha anche un aspetto esistenziale profondo che farà dire all’ergastolano: “ dalla vita ho avuto molti più dolori che gioie: le cose belle che ho avuto sono solo due, una è Rosi [la fidanzata] e l’altra è lei, tutto il resto è dolore, dolore dato e dolore subito”(116)

La funzione della fiducia si esplica nel trasformare la passività del condannato in attività, in iniziative di apprendimento scolastico e pratico che Salvatore cerca di intraprendere una dopo l’altra: licenza elementare, media, scuola superiore; diplomi di giardinaggio, di grafica, ecc. Questa operosità alimenta la speranza di potere guadagnare permessi e spazi di libertà. Operosità e speranza sono tra loro in interazione reciproca. L’azione non sorretta dalla speranza di poterla realizzare appare sterile e sprecata; d’altro lato la speranza non investita in un opera oggettiva, non può vivere.

Purtroppo, come è documentato nel libro, il contesto burocratico è impermeabile a questi processi di carattere psicologico;  le iniziative di Salvatore sono interrotte e poi frustrate al punto da portare il condannato al tentativo di suicidio. Il contrasto tra le vicende personali del condannato e il modo in cui viene amministrata l’istituzione carceraria pare insanabile. Per questo l’autore, in quanto giurista, propone in appendice una serie di proposte legislative adatte a modificare il rapporto tra la pena e la persona del condannato all’ergastolo.

Giuseppe GALLI

Elio Fassone, Fine pena: ora, Palermo, Sellerio 2015

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