Home Libri / Approfondimenti I. Kant, Sette scritti politici liberi, a cura di M. C. Pievatolo, Firenze University Press, Firenze 2011

I. Kant, Sette scritti politici liberi, a cura di M. C. Pievatolo, Firenze University Press, Firenze 2011

È duplice il valore di questa traduzione a cura di Maria Chiara Pievatolo di alcuni dei più importanti scritti filosofico-politici kantiani. Troviamo raccolti in questo testo: Idea per una storia universale in un intento cosmopolitico (1784), Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo? (1784), L’illegittimità della ristampa dei libri (1785), Sul detto comune: questo può essere giusto in teoria, ma non vale per la pratica (1793), Per la pace perpetua (1795), Su un presunto di diritto di mentire per amore degli esseri umani (1797), Riproposizione della questione: se il genere umano sia in costante progresso verso il meglio (1798).

La prima caratteristica altamente positiva è la traduzione, filologicamente ricercata e giustificata puntualmente dall’autrice. Ognuno dei testi tradotti – tutti ad opera della curatrice, escluse la Risposta alla domanda: che cos’è l’Illuminismo? e la seconda parte de Il conflitto delle facoltà, che sono invece delle revisioni della traduzione di Francesca Di Donato -  è accompagnato da un’annotazione della curatrice, una riflessione cioè intorno all’opera tradotta, ai collegamenti che si possono operare con le altre opere kantiane, ma in cui soprattutto si sottolineano le motivazioni che in molti casi hanno portato alla scelta di una traduzione alternativa rispetto a quelle su cui i lettori italiani di Kant sono abituati a lavorare. Già questo basterebbe per conferire al testo la qualità di tesoro prezioso, che traduce le parole kantiane in un italiano meditato e carico di tradizione filosofica alta. Uno strumento utile per gli specialisti, ma anche per tutti quegli studenti che si trovano ad affrontare la filosofia politica di Kant e che necessitano di essere guidati nella lettura. Si veda, ad esempio, la riflessione sul termine scandalum acceptum, proprio della teologia morale e utilizzato da Kant nel quinto articolo preliminare della Pace perpetua e il confronto che viene fatto su questo con le traduzioni già esistenti (http://bfp.sp.unipi.it/dida/kant_7/ar01s11.html, pp. 197-200). O ancora la riflessione, nell’Annotazione allo scritto kantiano Sul detto comune, intorno alla distinzione kantiana tra “scopo ultimo” e “scopo finale” (http://bfp.sp.unipi.it/dida/kant_7/ar01s09.html, 130 e ss.).

Questo aspetto ci porta a sottolineare la seconda caratteristica altamente positiva di questo testo. Il volume, pubblicato dalla Firenze University Press, è consultabile infatti nella sua versione ipertestuale all’indirizzo http://bfp.sp.unipi.it/dida/kant_7/ e le traduzioni in esso contenute sono sottoposte ad una licenza Creative Commons. Sono cioè liberamente modificabili purché se ne riconosca l’autore[1]. Il fatto che la traduzione di un classico della filosofia sia integralmente consultabile on-line è già fatto degno di menzione. L’ipertesto permette, inoltre, che le connessioni e gli interrogativi che la lettura di un testo suggerisce possono essere immediatamente sviluppati grazie ai continui rimandi tramite link. Per ogni paragrafo è poi possibile collegarsi direttamente alla versione originale dei testi kantiani digitalizzati in Das Bonner Kant-Korpus (http://korpora.org/Kant). D’altra parte, quella di lavorare con materiale «liberamente e legalmente accessibile in rete» è una scelta dichiarata dall’autrice, che non intende «aggiungere un’altra versione degli scritti politici kantiani alle numerose già commercializzate sul mercato italiano, bensì aprire la traduzione di un classico all’uso pubblico della ragione così come lo permette la rete, se assistita dalla consapevolezza degli autori» (Introduzione, http://bfp.sp.unipi.it/dida/kant_7/index.html#introduzionegenerale, p. 24). Questa scelta riguarda anche la maggior parte dei riferimenti alla letteratura secondaria.

L’intento è perciò propriamente kantiano ed è per questo che l’utilizzo di una licenza liberamente creativa assume un senso ulteriore se i testi tradotti sono proprio quelli di Kant. Perché ad uscirne valorizzato e concretizzato è quell’uso pubblico della ragione di cui Kant scrive nell’opera sull’Illuminismo, che è proprio di colui che utilizza la ragione «in quanto studioso [als Gelehrter], davanti all’intero pubblico dei lettori [dem ganzen Publikum der Leserwelt]» (http://bfp.sp.unipi.it/dida/kant_7/ar01s04.html, p. 55). Tutti gli individui possiedono questa capacità in quanto membri della società cosmopolitica: «Lo studioso, per Kant, non è necessariamente un professore: è chiunque parli a tutti e con tutti, proponendo un punto di vista indipendente e un ragionamento autonomo» (Annotazione della curatrice, http://bfp.sp.unipi.it/dida/kant_7/ar01s05.html, p. 62). Rendere “libera”  questa traduzione è allora una forma di rispetto di Kant, proprio per la concezione che egli, secondo Pievatolo, ha di cosa sia un libro e per il rifiuto della proprietà intellettuale espresso nel testo sull’illeggittimità della ristampa. In un libro l’autore «parla» ai lettori e quindi chi lo ha stampato parla necessariamente in nome dello scrittore. È un discorso pubblico quello che l’autore compie con la scrittura, anche se esiste di certo un livello materiale (il libro in quanto oggetto). La conciliazione tra la mediazione editoriale e la sottolineatura della libertà dell’uso pubblico della ragione avviene perché, concependo il testo come discorso, Kant lascia liberi «tutti gli usi personali e rielaborativi» (http://bfp.sp.unipi.it/dida/kant_7/ar01s07.html, p. 83). L’autore può e deve decidere se e come pubblicare il testo, ma tutto il resto - «l’istruzione personale, l’esercizio della critica, la reinterpretazione creativa e la diffusione delle idee» - rimane nell’ambito dell’uso pubblico della ragione, che è libero. In un mondo, come quello attuale, dove la libertà di diffusione delle idee può essere moltiplicata all’infinito, un testo come questo ci permette di riflettere su quale sia la forma più adeguata che, in senso kantiano, questa libertà può e deve assumere.

ROMINA PERNI



[1] Per maggiori informazioni sulla licenza Creative Commons: http://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0/it/.

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