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Harry G. FRANKFURT, Sulla DISUGUAGLIANZA

Il testo di Harry Frankfurt, di agevole lettura, breve e molto efficace, si avvicina al pamphlet nella misura in cui è dichiaratamente un libro a tesi, stimolato in parte – e dichiaratamente fin dalle prime righe – dalla recente pubblicazione del volume di Thomas Piketty, Il capitale nel XXI secolo. L’argomentazione di Frankfurt si snoda attraverso due tappe: in un primo capitolo, entro cui si potrebbe riconoscere una pars destruens, egli sostiene l’impossibilità di ascrivere un valore intrinseco (quindi con un’intrinseca ricaduta morale) al concetto di uguaglianza; nel secondo e ultimo capitolo, che contiene una pars construens, egli propone di sostituire alla falsa rilevanza morale dell’uguaglianza l’imprescindibilità della nozione e della pratica del rispetto, che può al contrario vantare un profilo intrinsecamente morale.

La tesi di Frankfurt consiste pertanto nella contestazione perentoria di un presunto valore intrinsecamente morale ascrivibile all’ugualitarismo economico; l’autore la enuncia con le seguenti parole: «Da un punto di vista morale, non è importante che tutti abbiano lo stesso, ma che ciascuno abbia abbastanza. Se tutti avessero abbastanza denaro, non dovrebbe suscitare alcuna particolare preoccupazione o curiosità che certe persone abbiano più denaro di altri. Chiamerò questa alternativa all’egualitarismo “dottrina della sufficienza”, vale a dire la dottrina secondo cui ciò che è moralmente importante, con riferimento al denaro, è che ciascuno ne abbia abbastanza» (pp. 20-21).

Secondo Frankfurt, l’ugualitarismo economico muove dunque da un presupposto errato, secondo cui per poter realizzare se stessi ed essere felici è necessario che tutti possano usufruire delle stesse risorse economiche. Il punto criticabile, secondo l’autore, sta nel mancato riconoscimento che l’uguaglianza non è mai un fine in sé dal punto di vista morale, piuttosto essa è sempre un mezzo per raggiungere un bene moralmente superiore, riconducibile per esempio alla dignità, al rispetto, a una vita decente o comunque desiderabile. Le argomentazioni che Frankfurt adduce sono almeno due: la prima attiene al versante pubblico, esteriore, delle relazioni innescate dall’ugualitarismo; la seconda invece riguarda il versante personale, interiore, delle stesse relazioni e, in particolare, l’indesiderabilità e l’inefficacia di un confronto con “chi ha di più” ai fini di una valutazione quantitativa dei beni necessari alle aspirazioni personali a una vita buona.

La prima argomentazione muove dalle premesse concettuali dell’ugualitarismo economico e ne tematizza le implicazioni nella sfera pubblica. In particolare, l’autore sottolinea due aspetti: a) alcune dottrine ugualitariste riconoscono nell’uguaglianza economica il presupposto inaggirabile per costruire relazioni sociali fraterne; b) altre dottrine ugualitariste implicano già da sempre il riferimento all’uguaglianza come uno strumento utile a ottenere un equo trattamento, uguali diritti e doveri, pari dignità, un’equa visibilità o capacità d’influenza politica o sociale. In altri termini, l’uguaglianza economica, anche dentro la prospettiva ugualitarista, servirebbe a raggiungere altri tipi di uguaglianza. Dopo aver esaminato le due linee giustificative dell’ugualitarismo economico, Frankfurt può concludere: «In entrambi gli argomenti l’uguaglianza economica viene caldeggiata per la sua presunta importanza nel creare o nel preservare certe condizioni non-economiche. Considerazioni di questo tipo possono senza dubbio fornire ragioni convincenti per proporre l’uguaglianza come un bene sociale desiderabile. Tuttavia, ciascuno dei due argomenti attribuisce all’uguaglianza economica un valore inequivocabilmente intrinseco» (pp. 28-29). Lungi dal criticare la sensatezza delle politiche redistributive, che Frankfurt accetta e afferma di condividere, egli declassa l’ugualitarismo economico da valore intrinseco a bene sociale desiderabile.

La seconda strategia argomentativa adottata da Frankfurt consiste nell’analisi dei processi interni alla persona nella valutazione delle risorse sufficienti per condurre la propria vita in modo dignitoso. Lungi dal sottovalutare la centralità dell’aspetto economico nella realizzazione dei piani di vita individuali, elemento che anzi l’autore afferma di ritenere essenziale insieme al riconoscimento dell’inaggirabilità dei bisogni umani, la questione problematica risiede altrove. Secondo Frankfurt, non è necessario il confronto con l’eccedenza dei beni e delle ricchezze altrui per poter attuare piani economici che permettano di vivere una vita degna; al contrario, talvolta il confronto indotto dall’egualitarismo sembra incrementare un mimetismo fuorviante, che rende difficile un calcolo effettivo e onesto delle risorse che ciascuno deve avere per poter vivere una vita degna soddisfacendo innanzitutto i propri bisogni e puntando anche alla realizzazione dei propri desideri. Esemplificando, si potrebbe dire che se voglio fare l’ingegnere, voglio una famiglia e non amo viaggiare, non avrò bisogno di avere esattamente le stesse risorse che possiede un general manager che non ha in animo il progetto di una famiglia ed è disposto a viaggiare: per calcolare le risorse di cui necessito per realizzare i miei piani di vita non è importante che io possieda la stessa ricchezza di quel general manager, i cui piani di vita saranno differenti dai miei, ma che possieda altre risorse, cioè quelle che mi servono a realizzare i miei progetti di vita. Diversamente, non sarei obiettivo nella valutazione delle risorse sufficienti per me. Nella maggioranza dei casi, quindi, il confronto con gli altri e il tentativo di rendere uguali le risorse economiche per tutti muove da una falsa percezione di sé e dei proprio bisogni, innescata proprio da un confronto di tipo quantitativo, e non certo da un effettivo calcolo dei mezzi necessari per vivere una vita degna e, se possibile, anche felice.

A partire da tali chiarificazioni concettuali e terminologiche, Frankfurt propone di sostituire al paradigma di uguaglianza il paradigma del rispetto: «La differenza più importante fra uguaglianza e rispetto ha a che fare con le cose a cui prestiamo attenzione e gli obiettivi a cui puntiamo. Con riferimento a qualunque parametro interessante (che riguardi le risorse, il benessere, le opportunità, i diritti, la considerazione, le attenzioni o altro), l’uguaglianza è solo questione di avere tanto quanto gli altri. Il rispetto è più personale. Trattare una persona con rispetto significa, nel senso qui pertinente, rapportarsi a lei esclusivamente in base a quegli aspetti del suo specifico carattere e della sua condizione che sono realmente rilevanti nella situazione data» (p. 82). Il rovesciamento terminologico, per cui il rispetto è declinato in modo sostanziale, mentre l’uguaglianza appare come un criterio prettamente formale, sembra muoversi implicitamente nella direzione di un’etica del riconoscimento pronta a inglobare dentro di sé un paradigma di tipo redistributivo, approfondendo – pur in modo implicito – un’idea di uguaglianza subordinata a un’etica pubblica della vita buona.

Silvia PIEROSARA


Harry G. Frankfurt, Sulla disuguaglianza. Perché l’uguaglianza economica non è un ideale da perseguire, Guanda, Milano 2015, pp. 103.

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