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Francesco STOPPA, La costola perduta

Il libro di Francesco Stoppa La costola perduta. Le risorse del femminile e la costruzione dell’umano si offre come una lettura elegante ed esperta, capace di esplorare l’universo femminile con delicato stupore, sagacia e competenza.

L’immagine con la quale l’autore apre il volume è di grande impatto ed efficacia: il dipinto di Piero della Francesca della Madonna del Parto. L’opera, magnifica e carica di nostalgia, rimanda all’idea di un’inconsapevole attesa che sconvolge e sorprende, segno di una dinamica, che investe la vita fin dal suo sorgere, “che spinge il vivente in direzione opposta a quella che lo vedrebbe crogiolarsi nella certezza del confort intrauterino” (p. 11).

Stoppa spiega che materno e femminile non sono due concetti sovrapponibili e la donna, che è nella madre, ha il compito e il merito di offrire al figlio strumenti e modi per rendere possibile il suo divenire umano, proprio facendogli sperimentare mediante la nascita, la mancanza. Sì perché la donna è portatrice di quella eterogeneità dirompente e necessaria per il maschile, affinché ciascun essere umano possa interrogarsi sulla propria natura.

Contrariamente all’interpretazione tradizionale, i miti della creazione, provenienti dalle tradizioni filosofica e religiosa, sembrerebbero tutti sfavorevoli all’uomo, ed è proprio in riferimento alla narrazione biblica che scorgiamo il fulcro della proposta di Stoppa, centrata sulla dissimmetria generatasi “all’interno dell’uomo e questo significa che l’invenzione della donna, l’avvento della differenza femminile, comporta un rimaneggiamento dell’identità maschile” (p. 20).

Avvento di novità senza ritorni, dunque, la donna ispira una serie di riflessioni, infatti, dopo aver superato una consolidata e fuorviante retorica delle differenza tra i sessi, il fluido narrare di Stoppa permette di rileggere anche la tanto discussa interpretazione lacaniana del femminile. La realtà del darsi del corpo della donna, la sua capacità di mettersi in ascolto, di vivere in equilibrio, nonostante tutte le possibili fratture, consentono di approdare ad un genere di riflessione tutt’altro che scontata, che interpreta la donna come “fomentatrice di legami” (p. 42).

La cifra del materno rivela il continuo divenire della vita, con il quale ogni essere umano deve continuamente fare i conti. È la madre che trasmette, perché la sperimenta, una sapiente cura della mancanza, che è essenziale anche per la costruzione della socialità. Attraversando il senso e la profondità dell’esperienza del godimento, definito anche come godimento del limite, l’autore ci permette di cogliere nella parola, la messa in esercizio della mancanza, che attiene all’essere e non all’avere o non avere e, con essa, alla possibilità di accoglienza dell’altro, ma anche al poter dare espressione al fremito del pensiero, che si esprime mediante un’incessante ricerca lessicale, con la quale alimentare il nostro godimento.

Nella donna il godimento, connesso alla mancanza, si fa ancora più decisivo, cruciale. Un godimento che non ha nulla di compensatorio, non scaturisce da nessuna rivalsa fallica, ma si correla direttamente con l’esperienza di un vivere in pienezza, non nonostante la mancanza, ma a partire da questa, e che diviene più manifesta quando si esprime, come nel caso della maternità di Maria, in un’accoglienza totale di un altro, creando un vuoto per far essere l’altro, per permettergli di esistere, un vuoto che più che un’assenza è “generatività che dischiude al figlio le porte del mondo” (p. 86).

Compagna non melanconica del desiderio femminile è la solitudine. Questa confermerebbe la peculiare modalità del disporsi femminile nel mondo e la sua propensione per la cura dei legami. Maschile e femminile sembrano danzare sulle note del buio e della luce. Della notte, la donna conosce i confini e i pericoli, li sa attraversare con grazia, tenendo per mano l’uomo che, non sapendosi arrischiare nei territori sconosciuti, accetta di lasciarsi guidare da lei per poterla condurre, a sua volta, verso le più certe fisionomie del giorno.

L’uomo, nel colloquio affettivo con la donna, è afasico e non possiede la stessa confidenza di lei con la parola, egli le si approssima con la sola prestanza fisica. Talvolta, l’uomo sembra persino spaventarsi dinanzi alle richieste affettive della compagna, ha paura di disgregarsi, quasi di infrangersi nel sentirsi chiamato ad amare, perché ciò vorrebbe dire per lui uscire per raggiungere l’altra, l’amata e, proprio questo rischiare di non essere più presso di sé, lo atterrisce e lo fa arretrare dinanzi a lei.

Accanto a tutto ciò, il femminile sembra offrire, a prescindere da quella che l’autore definisce la sua strutturale instabilità, un modello conciliativo di stare al mondo e di tessere legami, un modello di cui la stessa società e gli uomini hanno bisogno. Sì perché la donna è portatrice di un modo di pensare e vivere che, rifiutando le diverse forme di universalizzazione - senza per questo enfatizzare l’individuale - si mostra capace di decostruire le logiche di potere, per rimettere in primo piano il tratto più umano dell’uomo. Anche se non va sottovalutato che, l’esperienza del fraintendimento è più comune e diffusa di quella dell’intesa tra esseri umani.

La necessità di fare chiarezza, sulle resistenze dell’uomo nei confronti della donna, consente all’autore di addentrarsi nelle pieghe della riflessione lacaniana, per comprendere la genesi del rifiuto, ma anche dell’emarginazione e segregazione del femminile, fino all’uso della violenza maschile contro le donne. La scoperta della sessualità femminile è un’esperienza destabilizzante e, a volte, anche difficilmente definibile dall’uomo. L’altra è per il maschio, inaspettatamente, esperienza del vuoto e un di più di vita, ella vive serenamente portando l’uomo dinanzi alla possibilità dell’inconciliabile che può indurre nell’uomo atteggiamenti eccessivamente difensivi, che arrivano fino alla violenza. Posto dinanzi alla novità irriducibile dell’altra, l’uomo, avverte Stoppa “recupera fuori di sé la costola perduta, ma questo non basta a sanare la sua sensazione di asimmetria” (p. 132).

Si insinua in questo contesto l’ombra dell’invidia, con la quale il maschio si vendica della capacità femminile di sottrarsi ai meccanismi consolidati e di aprire sempre una nuova partita con la vita. Del resto, l’autore invita a considerare la presenza, in molte donne, di quella tanta o poca dose di masochismo che esse provano nel cercare di essere, a tutti i costi, oggetti dell’amore dell’altro. Nel sottomettersi alle violenze, le donne manifestano anche un altro inquietante tipo di vincolo che le incatena e le rende vittime sacrificali del maschio violento, del quale sembrano andare in cerca.

Oltre il possibile incontro e scontro tra maschile e femminile è possibile guardare nella direzione del loro abitare lo spazio della vita comune, nel quale gli umani vengono messi alla prova rispetto alla loro pretesa di autosufficienza. Ciò perché, spiega l’autore, “anche l’identità collettiva, come quella personale, è figlia del taglio, dell’aprirsi di faglie, del generarsi della discontinuità” (p. 172).

Un libro che parla del femminile, del materno e delle donne senza mai confondere un termine con l’altro, senza sovrapposizioni indebite. Una ricerca capace di offrire una visione delle donne e del loro essere, prendendo le distanze dalla funzionalità del femminile, pur ripartendo dagli stessi riferimenti filosofici e religiosi della tradizione patriarcale. Un’opera che parla degli e agli uomini, insegnando loro a scovare nelle loro paure celate, e mai sufficientemente disvelate, la vera difficoltà a rapportarsi alla novità dell’altro, incarnato dalla donna. Un lavoro che insegna a guardare alla lezione di Lacan con maggiore accuratezza per scorgere nelle pieghe di quella riflessione un più di senso, che non è sempre stato portato all’evidenza.

F. Stoppa, La costola perduta. Le risorse del femminile e la costruzione dell'umano, Vita e Pensiero, Milano 2017, pp. 197

Donatella PAGLIACCI

 

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