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Francesco FERRARI, Religione e religiosità

Il “periodo predialogico” dell’opera di Martin Buber – che si protende dagli ultimi anni del Diciannovesimo secolo al termine del secondo decennio del Novecento - è stato oggetto di scarsa considerazione da parte della cultura filosofica italiana, a giudicare dall’esiguo numero di saggi critici al riguardo. Pertanto, assume notevole rilevanza l’attenzione prestata proprio alla produzione “predialogica” del filosofo dal giovane studioso Francesco Ferrari. Questi ha già pubblicato due monografie nonché numerosi articoli sul pensiero dell’autore, e ha curato altresì l’edizione italiana di alcune sue opere.  

Il volume più recente, Religione e religiosità, è particolarmente cospicuo, nella mole come nei contenuti, e costituisce una felice sintesi della ricerca svolta da Ferrari. L’autore ha ampiamente attinto anche alle fonti di prima mano reperibili presso il Martin Buber Archiv di Gerusalemme. Opportunamente, il libro riporta la traduzione di ampi stralci della produzione predialogica del filosofo. Non va sottaciuta, inoltre, l’accuratezza dossografica dell’opera. La letteratura critica relativa a Buber – prevalentemente in tedesco e in inglese – vi è largamente citata; la bibliografia in fondo al volume è molto ampia (pp. 331-357). Nel libro si riscontrano quindi con significativa frequenza congrui riferimenti ai saggi critici scritti dal biografo Maurice Friedman, dall’amico Gustav Landauer, nonché da Hans Kohn, Bernhard Casper, Paul Mendes-Flohr e da altri eminenti studiosi. È di particolare interesse il dialogo a distanza tra Ferrari e Mendes-Flohr, il quale ravvisa nell’itinerario intellettuale di Buber una “conversione” che lo induce a trasporre il centro dei suoi interessi teorici dalla mistica al dialogo.

La formazione culturale di Buber è oltremodo complessa e risulta molto difficile per lo studioso dell’autore enucleare in modo ordinato le sue diverse fonti. Francesco Ferrari vi riesce senz’altro, individuando tre fondamentali istanze che contribuiscono a tale formazione: la germanicità (Deutschtum), l’ebraismo e la mistica. A ognuna di esse è dedicata un’ampia sezione del volume.

Per quanto attiene alla germanicità (pp. 25-106), l’autore pone in rilievo l’“educazione estetica” del filosofo negli anni trascorsi a Vienna, ove egli manifesta un marcato interesse per le più diverse espressioni della letteratura e dell’arte, soprattutto per il teatro (il giovane resta particolarmente affascinato da Eleonora Duse). Berlino è invece il luogo dell’“educazione politica” di Buber. Qui egli stringe amicizia con l’intellettuale e attivista anarchico Gustav Landauer e frequenta il movimento Neue Gemeinschaft, che corrobora in lui l’interesse per la vita comunitaria. Pure a Berlino, il giovane frequenta le lezioni di Wilhelm Dilthey e Georg Simmel. Ferrari evidenzia il debito intellettuale permanente che Buber rivela nei confronti dei due filosofi. Poiché assimila in modo critico la lezione dei due autorevoli maestri, l’autore si delinea nelle pagine conclusive del libro come un  “pensatore religioso liberale” (pp. 319-330), fortemente critico nei confronti delle pretese di verità assoluta rivendicate dalle religioni storiche, nonché di ogni dogmatismo o ritualismo, e proclive a una serrata scepsi riguardo alla riflessione  “su Dio” proposta dalle varie correnti della teologia cristiana, sia cattolica  che riformata.

Nella sezione del volume dedicata all’ebraismo buberiano (pp. 107-178), l’autore rende conto, tra l’altro, dell’intensa attività svolta dal filosofo all’interno del sionismo, ove egli si contrappone, talora in modo roboante, al pensiero del leader politico del movimento, Theodor Herzl. Buber propugna un rinnovamento radicale dell’ebraismo – una sorta di Rinascimento – e i suoi scritti, come i suoi discorsi, destano un grande entusiasmo all’interno delle élites giovanili ebraiche. 

Nella terza sezione del libro, la più ampia (pp. 179-318), Francesco Ferrari pone in luce la rilevanza delle opere buberiane dedicate alla mistica, occidentale e orientale. L’autore sottolinea l’interesse prestato dal filosofo alla mistica speculativa tedesca, da Meister Eckhart a Jakob Böhme. La dissertazione di laurea da lui discussa nel 1904 a Vienna verte sul “principio di individuazione” in Cusano e in Böhme. In un periodo successivo, il giovane intellettuale rivolge la sua attenzione al chassidismo, ravvisandovi una “mistica che diventa ethos”, e alle religioni orientali, in particolare al taoismo.

Nonostante il denso intreccio dei più disparati riferimenti bibliografici, che avrebbe potuto esporre il libro al rischio di una certa frammentarietà, esso presenta un carattere unitario, in quanto l’autore pone fondatamente in rilievo il nucleo tematico che accomuna gli scritti predialogici di Buber. Si tratta della dialettica tra religiosità e religione, mutuata da Georg Simmel. Per il giovane filosofo la religiosità è l’autentico rapporto con l’Assoluto, esito di un’ineffabile esperienza interiore (Erlebnis), la quale irrompe talora nella trama del quotidiano. Di converso, la religione è la “versione istituzionale” della Religiosität, e costituisce un complesso di credenze, di norme e di riti, mediante i quali l’uomo cerca, senza mai riuscirvi, di “dare forma” permanente all’esperienza sorgiva della religiosità. All’interno del mondo ebraico è l’ebraismo sotterraneo, contrastato dall’ortodossia, a rappresentare l’autentica religiosità. Per Martin Buber, il chassidismo ha espresso la forma storica più significativa di tale ebraismo, in quanto capace di ricondurre la religiosità al centro della vita quotidiana: anche l’azione più umile, se compiuta con la retta intenzione (kawannah) contribuisce alla redenzione di ogni essere umano, del mondo e persino di Dio stesso.         

Francesco Ferrari, Religione e religiosità. Germanicità, ebraismo, mistica nell’opera predialogica di Martin Buber, Mimesis, Sesto San Giovanni-Mi 2014, pp. 372, Euro 28,00.

Nunzio BOMBACI

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