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Francesco F. CALEMI, Le Radici dell’Essere

Il filosofo australiano David Malet Armstrong ha sviluppato durante la sua lunga carriera un sistema metafisico che ha influito in modo determinante sulla filosofia contemporanea di stampo analitico. L’assunto di partenza della sua metafisica è che nulla esiste se non ciò che è nello spazio-tempo. Il suo non è un realismo a priori ma a posteriori: per stabilire quali sono le entità che fanno parte di questo mondo non è sufficiente un’analisi di tipo linguistico, piuttosto è necessaria un’analisi di tipo empirico.

Il libro di Francesco F. Calemi è suddiviso in sei capitoli, nei quali vengono presentati alcuni dei temi centrali della filosofia armstronghiana: nel primo capitolo viene introdotto il problema dell’uno sui molti – come due entità distinte possono condividere la stessa proprietà; il secondo è dedicato alla critica di Armstrong alle teorie nominaliste dello struzzo, dei predicati, dei concetti, mereologico, delle classi, delle classi naturali e della somiglianza­, che negano l’esistenza delle proprietà, e al particolarismo, che considera le proprietà non come universali ma come particolari; nel terzo viene esposto il realismo aristotelico appoggiato da Armstrong, che si contrappone al realismo platonico; nel quarto troviamo l’analisi degli enti individuali o particolari; nel quinto viene trattato il principio dei fattori di verità e la nuova teoria degli stati di cose; nel sesto le applicazioni della teoria degli universali alle leggi di natura, alla modalità, alla matematica (verità matematiche e teoria degli insiemi), e la teoria della totalità, che descrive il mondo come un mondo di stati di cose.

Secondo Armstrong le proprietà esistono e sono da intendere come universali. L’assunto di partenza è il riconoscimento di un fatto “banale” – o mooreano –: nominalisti, realisti e particolaristi accettano che enti differenti possono avere la stessa proprietà, ma ciò è problematico. L’argomento dell’uno sui molti viene formulato inizialmente in Universals and Scientific Realism del 1978. Qui Armstrong sostiene che particolari diversi tra loro sono caratterizzati dall’apparente esistenza di identità di natura. Un enunciato del tipo ‘a è F’ equivale all’enunciato ‘a ha la proprietà F’. Poniamo il caso che un altro ente, b, ha la proprietà F, e quindi ‘b è F’. a e b sono diversi numericamente ma identici qualitativamente, perché entrambi posseggono la proprietà F.

Per Armstrong l’identità qualitativa è irriducibile; se si accetta tale irriducibilità allora si deve ammettere che le proprietà esistono e che queste possono essere possedute da più particolari. La conclusione all’argomento è che gli universali esistono e sono localizzati spazio-temporalmente (realismo aristotelico). L’inventario ontologico armstronghiano non ammette, infatti, entità non-spaziotemporali, viene rifiutato un realismo di stampo platonico, che dal canto suo tratta come esistenti anche tali entità. Per Armstrong gli universali sono sempre istanziati nei particolari e i particolari istanziano sempre universali (rigetto dei cosiddetti particolari nudi, considerati, cioè, astraendo dalle loro proprietà).

Come suddetto, anche i nominalisti accettano il fatto banale che enti diversi possono essere identici sotto un certo aspetto, ma sostengono che avere una proprietà è essere in un certo modo: la verità di ‘a è F’ fonda la verità di ‘a ha la proprietà F’, mentre per i realisti accade il contrario. In base a quanto detto, se ci impegniamo a riconoscere l’esistenza solo di ciò che rende veri certi enunciati, allora per i realisti occorre riconoscere l’esistenza delle proprietà; per i nominalisti, invece, non vi è bisogno di farlo, perché ciò che rende vero ‘a ha la proprietà F’ è semplicemente ciò che rende vero ‘a è F’, vale a dire il fatto che il predicato ‘è F’ è attribuito ad a. I nominalisti, inoltre, propongono una parafrasi degli enunciati del tipo ‘a è F’. Tale mossa porterebbe, secondo Armstrong, a due tipi di regresso, rispettivamente dell’oggetto e della relazione.

Un nominalismo sui generis è quello à la Quine, o nominalismo dello struzzo. La particolarità sta nel fatto che il problema dell’uno sui molti viene ignorato e si sostiene che ‘a è F’ perché è F, questo è un fatto primitivo non ulteriormente analizzabile. Criticando il nominalismo dello struzzo, Armstrong critica anche il quantificazionalismo e il criterio dell’impegno ontologico di Quine, secondo il quale non c’è impegno all’esistenza da parte di predicati come ‘è F’.

In Truth and Truthmakers del 2004 Armstrong assume un nuovo paradigma metaontologico, che va a sostituirsi al quantificazionalismo. Secondo questo nuovo paradigma essere è essere un fattore di verità, detto diversamente: se una proposizione è vera, deve esistere qualcosa nella realtà che la rende vera. Questo qualcosa sono i fattori di verità.  Il principio dei fattori di verità asserisce che per ogni verità, p, esiste un ente, T, tale che T rende vero p se e solo se non è possibile che T esista e p sia falso. Inoltre Armstrong accetta la tesi massimalista, secondo la quale ogni verità ha un fattore di verità, e il necessitarismo, per il quale l’esistenza del fattore di verità necessita la verità di qualsiasi proposizione che rende vera.

In Truth and Truthmakers è presente una nuova formulazione della teoria degli stati di cose, che ha subito delle modificazioni in seguito ai ripensamenti di Armstrong sullo statuto ontologico da attribuire agli stati di cose. Tre sono le teorie degli stati di cose: I. gli stati di cose sono irrilevanti da un punto di vista ontologico; II. gli stati di cose riacquistano uno statuto ontologico, e sono l’unione di universali e particolari nudi; III. gli stati di cose sono intersezioni transcategoriali –tra la categoria degli universali e la categoria dei particolari corposi (che sono la somma dei particolari nudi e delle loro proprietà)– che non aggiungono essere agli enti che intersecano, sono “un pasto ontologico gratuito”. Alla base della terza teoria degli stati di cose c’è una nuova teoria dell’istanziazione intesa come intersezione: così come due rette che s’intersecano in un punto, gli universali e i particolari corposi s’intersecano e tale intersezione ne determina una parziale identità.

La teoria armstronghiana degli universali è strettamente connessa a diverse questioni, tra cui le leggi di natura e la teoria combinatoria della possibilità. In What is a Law of Nature? del 1983 il filosofo australiano rifiuta la concezione regolarista, secondo la quale le leggi di natura sono mere generalizzazioni, a favore di una teoria delle leggi di natura intese come asserzioni generali che esprimono relazioni di necessitazione tra gli universali.

Per quanto concerne la teoria combinatoria, Armstrong formula una teoria sui mondi possibili basata sull’ontologia dei particolari, universali e stati di cose. Gli stati di cose non attuali sono considerati come stati di cose meramente possibili, ricombinazioni di universali semplici e particolari semplici.

Il libro di Calemi si conclude con la descrizione della tesi della totalità, considerata il compendio del pensiero armstronghiano. Esisterebbe uno stato di cose totale, costituito dalla somma di stati di cose di livello inferiore, dalla proprietà attribuita allo stato di cose totale di essere uno stato di cose e dalla relazione di totalizzazione. Attraverso questa teoria è possibile fornire fattori di verità anche per le verità negative.

Francesco F. Calemi, Le Radici dell’Essere. Metafisica e metaontologia in David Malet Armstrong, Armando Editore 2013

 

 

LAURA RACCIATTI

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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