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Davide SISTO, La morte si fa social

Pubblicato dalla casa editrice Bollati Boringhieri nell’agosto 2018, La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale è il nuovo saggio del filosofo e tanatologo Davide Sisto. Il volume mette in evidenza una duplicità che, oggi, caratterizza il nostro rapporto con la morte: da una parte la società ha scelto di relegare l’esperienza della morte ad ambiti che non siano quelli con cui quotidianamente entriamo in relazione; dall’altra, tuttavia, è stata proprio la morte stessa a irrompere pesantemente nelle nostre vite nel momento in cui queste hanno accolto i vari strumenti di comunicazione virtuali come i social network, le chat e i siti web.

Quando una persona muore, nota infatti Sisto, tutti i suoi account rimangono in vita, vagando nel mondo virtuale al modo di spettri ai quali è impedito di diventare spiriti. «I defunti, ghettizzati nei cimiteri a debita distanza dal mondo dei vivi, tornano a circolare simbolicamente tra i vivi, risultando essere di nuovo a pieno titolo partner degni di scambio. Si muovono repentinamente dalla periferia del mondo reale al centro di quello virtuale» (p. 72). Analizzando una serie di casi che per ora sono più fantascientifici che realistici, l’Autore afferma fortemente l’importanza di una riflessione sul rapporto tra la tecnologia digitale e l’identità individuale, per evitare una deriva asettica e un abbassamento dell’uomo al livello della macchina.

L’elaborazione di un lutto dovrebbe prevedere il distacco totale dal caro deceduto e la conseguente accettazione del dolore; nell’era della tecnologia digitale, tuttavia, c’è il rischio che l’uomo ceda al desiderio di evitare la netta e definitiva separazione da chi non c’è più. Dal mondo virtuale, nel quale il soggetto viene privato del corpo e si trasforma nel messaggio che egli stesso comunica, arriva infatti la possibilità di far perdurare il solo messaggio anche dopo la scomparsa del soggetto stesso. Attraverso vari esempi, Sisto mette il lettore a conoscenza di alcuni strumenti - come siti o chatbot - capaci di simulare una conversazione con una persona che, nella realtà, è morta.

Si può, così, chattare con un bot artificiale che simula una persona deceduta, comunicare ad esso una notizia importante e attendersi una risposta in linea con la personalità che quella persona aveva quand’era in vita. Alla base di queste invenzioni, ci sono l’incapacità di elaborare il lutto, la volontà di conservare un legame con una persona che non c’è più e, allo stesso tempo, una sorta di mancanza di rispetto per l’identità del defunto, il quale è costretto, forse contro la propria volontà, a vagare nella propria “abitazione virtuale” anche dopo aver lasciato quella fisica “tradizionale”.

Oltre ai rischi di un uso errato e deleterio degli strumenti digitali, tuttavia, Sisto riconosce ad essi anche degli aspetti da valorizzare, legati soprattutto a un loro utilizzo positivo da parte degli utenti: «Il web, a partire dai social network, dà l’opportunità a ciascuno di noi di cominciare a scendere a patti con la propria mortalità […]. Quindi, offre l’occasione per reinserire l’elaborazione del lutto all’interno di una dimensione comunitaria, per ragionare sul destino della nostra identità quando non saremo più vivi, per riflettere con più attenzione a proposito della fragilità della vita» (p. 134).

Sottolineando, dunque, il valore ambivalente della tecnologia digitale e virtuale, l’Autore riesce a dar sostegno alla propria argomentazione filosofica evitando previsioni pessimistiche, catastrofismi banalizzanti e inutili buonismi. L’appello etico a non trascurare e a non sminuire l’identità personale che precede e fonda qualsiasi forma di “vita” virtuale è accompagnato costantemente dalla consapevolezza che, in qualche modo, gli strumenti digitali possono aiutare chi soffre per la perdita di una persona cara a trovare una forma di conforto nella condivisione del proprio dolore, ammesso che si sappia resistere alla tentazione di voler ricostruire un’identità surrogata del defunto e, di conseguenza, un impossibile dialogo con esso.

In linea con gli obiettivi di ciò che si definisce Death Education, il volume di Davide Sisto auspica un ripensamento della morte che tenga conto delle nuove prospettive dell’era digitale e che abbia lo scopo di far luce sui limiti e sulle potenzialità del rapporto che ognuno di noi può instaurare con la propria identità virtuale e con quella di tutti gli altri. Entro tale contesto, un’aggiornata riflessione sul tema del fine vita potrebbe innanzitutto essere d’aiuto per riabilitare il concetto stesso della morte che, troppo spesso, viene espunto da quelle che sono le esperienze naturali della vita di ognuno e, allo stesso tempo, anche per impedire una spettacolarizzazione della morte - controverso, ad esempio, è il dibattito sui funerali in streaming.

Relazionarsi, inoltre, con questioni come l’immortalità e l’eredità digitali è essenziale per comprendere che nell’esatto momento in cui decidiamo di approdare su piattaforme digitali come i social network, accettiamo anche di consegnare la nostra abitazione e la nostra personalità virtuali al tempo che verrà dopo la nostra morte. Così come la nostra abitazione, i nostri averi e i nostri resti fisici rimangono in eredità a chi e a ciò che sarà dopo di noi, allo stesso modo, diviene oggi necessario rendersi consapevoli che anche tutto ciò che facciamo e che siamo on-line, è destinato a sopravviverci.

Sia per chi muore, sia per chi resta, è importante quindi che si impedisca la ricerca e l’effettiva realizzazione di modi per illudersi che la morte non ci sia o che possa essere in qualche modo sconfitta.

Davide Sisto, La morte si fa social. Immortalità, memoria e lutto nell’epoca della cultura digitale, Bollati Boringhieri, Torino 2018, pp. 149

Francesca PETETTA

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