Costa, La società dell'ANSIA
Oggigiorno stiamo assistendo ad un incremento vertiginoso del disagio psichico registrato dai servizi sanitari, una ricerca del 2010 indica che quasi il 40% della popolazione europea soffre di un disturbo mentale. I più frequenti sono i disturbi di tipo ansioso, al punto da poter parlare di un’autentica «epidemia di ansia»[1]. L’ansia clinicamente rilevata nei soggetti sembra tuttavia essere il segnale di un malessere più diffuso che pervade in maniera endogena il tessuto sociale; essa, pertanto, non riguarda esclusivamente le esistenze individuali, ma è divenuta il clima culturale della società capitalistica contemporanea.
È questa la tesi che sta alla base del libro La società dell’ansia di Vincenzo Costa, che qui estende proficuamente gli strumenti teorici dell’approccio fenomenologico alla realtà sociopolitica attuale. La convinzione fondamentale che anima la ricerca è il fatto che a generare legame sociale non sia, originariamente, il piano cognitivo e discorsivo, ma, piuttosto, l’esperienza preriflessiva di un “sentire-insieme”. La società, prima ancora di produrre merci, si qualifica come un modo di produzione e distribuzione emozionale; l’ordine sociale non è semplicemente il frutto di un’intesa discorsiva, bensì l’atmosfera affettiva a partire da cui le emozioni individuali vengono esperite.
La svolta emotiva che caratterizza la riflessione contemporanea prende atto del fallimento di un opposto modello teorico che privilegiava il momento cognitivo-discorsivo nella costruzione dell’ordine sociale, nella convinzione che le emozioni scaturissero da ragioni. Di qui l’esigenza di civilizzare e moralizzare l’intero mondo emotivo umano attraverso narrazioni normativiste volte a bandire tutte quelle emozioni – quali rabbia, risentimento – che minacciano la coesione sociale. Al contrario, è il sentire a motivare in profondità l’agire, e i valori acquistano significato solo all’interno di atti emozionali. Del resto, già Hegel avvertiva come il comportamento umano fosse mosso anzitutto dal desiderio di riconoscimento quale conferma di sé nello sguardo dell’altro. Costa segnala quindi l’esigenza di prendere le distanze da quella egemonia discorsiva che guarda alle emozioni come forze minacciose da depotenziare con la forza normativa delle ragioni: il potere, per assoggettare foucaultianamente i corpi, agisce primariamente addomesticando quei sentimenti considerati illeciti attraverso una castigazione discorsiva che genera vergogna e senso di colpa nel provare quelle emozioni marginalizzate. L’esistenza estraniata dalle proprie emozioni diviene permeabile al potere perché perde una funzione dell’autocoscienza: le emozioni, infatti, ci dicono in maniera preriflessiva e immediata se ci sentiamo a casa nella nostra pelle o se siamo in balìa dell’imprevedibilità e di una chiusura di possibilità esistenziali. La crisi avviene a questo livello prerazionale, quando l’agire dei singoli e di interi gruppi riproduce un ordine sociale che è collassato su sé stesso.
Costa delinea quindi un’attenta fenomenologia di questo collasso emozionale della società neoliberale, che ha fatto della competizione e della comparazione i propri principi di funzionamento, producendo soggetti ansiosi per i quali l’esistere è divenuto una prestazione continua. L’esistenza ansiosa ricerca l’approvazione sociale, convinta che questa farà placare la sua ansia evitando la vergogna, ma quanto più ricerca il successo sociale tanto più si espone all’ansia. L’ansia non nasce da una sovrastima della minaccia ma è piuttosto la consapevolezza della nostra dipendenza ontologica dagli eventi: ogni incontro con il mondo è un esame da superare per trovare conferma della propria identità nel giudizio sociale. L’insicurezza ontologica derivante da questa organizzazione emozionale assedia il vivere in ogni suo ambito, dalla famiglia alla scuola, dal lavoro al tempo libero.
Ma ciò che più di tutti ha trasformato l’ansia da fenomeno psichico singolare a grammatica della società contemporanea è il mutato rapporto che le esistenze intessono con il tempo: se nelle epoche passate l’esistenza era chiamata a pro-gettarsi in un orizzonte temporale gravido di promesse, nella contemporaneità si assiste a una perdita di futuro, l’orizzonte di possibilità si è chiuso in un presente puntiforme che ha ormai perso ogni radicamento nel passato – con le sue risorse identitarie – e ogni costruttività proiettiva. La precarizzazione del lavoro è la principale artefice di questa chiusura dei possibili: l’esistenza avverte che il domani è incerto e che il suo poter-essere è nelle mani di altri – banalmente, di chi sceglie di rinnovarle il contratto. Immersi in un mondo senza più radici né futuro, i soggetti diventano impulsivi, ansiosi.
Uno dei maggiori pregi del lavoro di Costa sta, dunque, nell’opporsi alla tendenza a medicalizzare l’esistenza: il malessere contemporaneo non è più solo una patologia clinica da trattare con psicoterapie e psicofarmaci, ma è il riflesso di una crisi di senso della nostra civiltà. I disturbi d’ansia e dell’umore sono sintomi soggettivi che esprimono il creparsi della rete emozionale del capitalismo odierno: la crisi che si apre nei singoli individui è, in realtà, una «crisi nella crisi»[2].
Ad avvalorare la tesi della produzione sociale dell’ansia in seno al sistema comparativo-conflittuale, sta il fatto che tassi maggiori di ansia si registrano non in società povere, ma in società diseguali. Qui si inasprisce la competizione per occupare posizioni che garantiscono status e ammirazione del gruppo, neutralizzando l’ansia ed evitando la vergogna. La cultura che legittima tale struttura emozionale è quella della meritocrazia, che premia i “migliori” ed emargina i “peggiori”; alimentando un agonismo esasperato per meritare il segno della distinzione da cui i “non-meritevoli” non traggono sufficienti vantaggi emotivi.
Questa lotta di classe emozionale dissolve la coesione sociale e fa dell’ostilità il “modus” dell’incontro intersoggettivo. La società dell’ansia e dell’ostilità crea individui isolati e trincerati entro la convinzione che l’altro sia un “inferiore” o un nemico, bollando il desiderio di legame come segno di debolezza. Questa criminalizzazione dei vincoli relazionali è una delle cause sociali dell’insicurezza ontologica permanente: non potendosi più edificare a partire dall’appartenenza a orizzonti di senso comunitari, l’esistenza si costruisce per comparazione. Ciò conduce a un paradosso: l’individualismo sfrenato della cultura capitalistica genera individui prigionieri dello sguardo dell’altro, il soggetto ansioso «non è sé stesso, gli altri lo hanno sgravato dal suo essere»[3]. Tale dipendenza ontologica non è però segnata dalla gratitudine e dalla sicurezza, è bensì all’insegna del conflitto e della sfiducia.
La società dell’ansia produce, in definitiva, un’alienazione delle soggettività da sé stesse che è anzitutto una estraneazione emotiva: l’imperativo che risuona nella carne dei singoli recita “devi essere felice!”, ma questa è in realtà una felicità fittizia, una simulazione che trasforma realmente il sentire: l’esistenza si autoconvince di essere contenta di sé e piena di autostima, rimuove le proprie paure e le sostituisce con sentimenti artificiali socialmente accettabili. Conformandosi a standard imposti socialmente e negando le proprie fragilità, l’esistenza diviene maschera a sé stessa perdendo la sua singolarità irriducibile. La narcisistica negazione di ogni debolezza è, infine, proprio ciò che rende i soggetti deboli e dominabili: per ottenere quel riconoscimento che farà guadagnare status placando l’ansia, il soggetto rincorre ideali di efficienza e performatività che – producendo simultaneamente sviluppo economico - fanno funzionare il meccanismo che la genera come esistenza strutturalmente ansiosa. Il più grande merito del testo è il mostrare con lucidità la contraddizione definitiva della società contemporanea, il cortocircuito emozionale che la costituisce e sorregge: l’ansia permette la riproduzione sociale del capitalismo quale cultura dell’ostilità e dell’insicurezza.
Uno dei punti di maggior originalità del lavoro di Costa sta, invece, nel presentare la logica del dono come alternativa pensabile al disordine emozionale che identifica la nostra epoca: se la società neoliberale reca benefici emotivi ad alcuni a discapito di altri, in società sicure e solidali la redistribuzione equa della ricchezza a tutto il corpo sociale è funzionale a una circolazione emozionale di sentimenti quali gratitudine e fiducia. Scopriamo così di essere radicati in una trama relazionale che assume la forma della cura reciproca e che ci rende ontologicamente sicuri.
In conclusione, siamo di fronte a un saggio sintetico ma incisivo, in grado di delineare in quattro brevi capitoli una tesi al contempo suggestiva e pregnante: il sistema sociale attuale è una (dis)organizzazione emozionale in cui il disagio è diventato un fenomeno di massa. In un’epoca in cui assistiamo a una crescente psicologizzazione e privatizzazione della sofferenza, con pratiche di self-help che iper-responsabilizzano i singoli comportando al contempo una depoliticizzazione e un’accettazione del sistema, Costa segnala l’urgenza di recuperare criticamente quell’oggettività che pesa sul soggetto[4]. Il lavoro di Costa è, in ultima analisi, necessario perché sottolinea il significato politico della sfera affettiva: i paradossi che rendono insostenibile il capitalismo odierno, prima ancora di essere fatti materiali, sono questioni emotive. Se le cose stanno così, la ribellione non potrà che essere una rivoluzione emozionale, che avverrà quando la soggettività non agirà più per placare l’ansia e ottenere il riconoscimento funzionale al sistema, ma si radicherà nella sua vita abbracciando la propria inalienabile unicità. Costa non offre facili soluzioni al collasso affettivo, ma esorta ad ascoltare la verità delle nostre emozioni, perché esse costituiscono la comprensione viscerale nel nostro esserci e dell’essere-insieme della nostra civiltà.
IL LIBRO
V. Costa, La società dell’ansia, Inschibboleth, Roma 2024, pp. 148
Arianna PACINI
[1] R. Wilkinson, K. Pickett, L’equilibrio dell’anima. Perché l’eguaglianza ci farebbe vivere meglio, tr. it. di G. Carlotti, Feltrinelli, Milano 2019, p. 49.
[2] M. Benasayag, G. Schmit, L’epoca delle passioni tristi, tr. it. di E. Missana, Feltrinelli, Milano 2006, p. 13.
[3] M. Heidegger, Essere e tempo, tr. it. di P. Chiodi, a cura di F. Volpi, Longanesi, Milano 2005, p. 158.
[4] Cfr. T.W. Adorno, Dialettica negativa, a cura di S. Petrucciani, tr. it. di P. Lauro, Einaudi, Torino 2004.


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