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Caterina RESTA, La passione dell'IMPOSSIBILE

L’impossibile costituisce una figura fondamentale del pensiero di Jacques Derrida, in particolare a partire da una certa torsione etico-politica nel suo filosofare attestata da Forza di legge. Il volume La passione dell’impossibile, uscito per i tipi de Il Melangolo nel settembre 2016, costituisce l’approdo di un durevole e fecondo dialogo che l’autrice, Caterina Resta, professoressa di Filosofia teoretica presso l’Università di Messina, intrattiene con il filosofo della Grammatalogia fin dal 1990. Tale confronto, inaugurato con la monografia Pensare al limite. Tracciati di Derrida (Guerini e Associati, Milano 1990), ha già avuto in L’evento dell’altro. Etica e politica in Jacques Derrida (Bollati Boringhieri, Torino 2003) uno snodo fondamentale. Ed è a tredici anni di distanza da esso che La passione dell’impossibile si pone come terzo atto di una trilogia, valorizzando, attraverso sei studi strettamente concatenati (Il segreto della decostruzione; Ospitare la morte; Poetica e politica della traduzione; Oikonomia. La legge del proprio; L’impossibile, il non potere; Una cosmopolitica a-venire), una chiave ermeneutica indispensabile per accedere al pensiero di Derrida: quella che lega passione e patire, impossibile e potere.

Se possibile è infatti, come la sua stessa etimologia attesta, ciò che implica un potere (verbo) che però non esita a volgersi in potere (sostantivo), la passione dell’impossibile si dà come la possibilità di un non-potere, di un patire inaggirabile, insuperabile e indecostruibile. Tale passione implica quindi, da un lato una condizione di strutturale passività, che echeggia il “soggetto-ostaggio” di Lévinas; dall’altro, si configura invece come attiva pulsione, come quell’amore che, come Derrida stesso dichiara nelle pagine di Circonfessione, non avrebbe mai rivolto a nient’altro se non all’impossibile stesso. Nel solco della passione dell’impossibile si attua allora una ridefinizione della soggettività, destituendola dalle pretese egemoniche di un Io incapace di farsi attraversare dall’esperienza dell’alterità. La lezione che si apprende nei diversi studi del volume di Caterina Resta è pertanto quella di uno spossessamento radicale, in cui una distruzione di matrice heideggeriana del “proprio” (Eigen) assunta come condizione per il darsi dell’evento (Ereignis), oscillante quindi tra Er-eignis e Ent-eignis, si dà come l’impossibilità di esercitare potere in maniera prensile e oggettivante su qualcosa.

Intesa come un non-potere, un non-proprio che è un non-poter-appropriarsi-di, La passione dell’impossibile si snoda come fenomenologia di una decostruzione che è, in quanto tale, ciò che già accade. L’ospitalità incondizionata all’altro-che-viene, a un Altro radicale, tout-autre, si contrappone alle rassicuranti (e illusorie) dimore del Medesimo. Un non potersi esimere di fronte a un Altro che in Derrida è sempre, in quanto tale, un arrivante assoluto, qualcosa che viene, ovvero a-venire: un événement che è principio motore della passione dell’impossibile. Lo attestano diverse aporie: tanto quella “propria” lingua, se creduta come idioma singolare in antitesi al gesto della traduzione, quanto quella di un’economia del “proprio” in un’epoca di mondialatinazzione; tanto una politica che accorda una preferenza a ciò che di surrettiziamente “comune” dovrebbe esserci in un “bene comune” o in una “comunità”, quanto la vita di fronte alla morte, limite che la chiude, la scava, la forgia.

Ciò che accade, nella decostruzione, è a ben vedere proprio questo: l’evento di qualcosa di inappropriabile e sempre a-venire, un’estraneità irriducibile che pervade, come la venuta di un revenant, il presente di ogni supposta presenza a sé, deponendo, nel darsi della différance, un soggetto che si credeva sovrano, padrone, assoluto. La passione dell’impossibile mette in scacco ogni forma di chez soi consolidato e ritenuto come ovvio. Figura paradigmatica ne è Abramo. Egli è sempre e comunque l’altro, ovvero: colui che è chiamato a congedarsi dai “suoi”, ascoltando l’imperativo della voce divina che gli ingiunge di uscire dalla “sua” terra per offrire in sacrificio il “suo” unico figlio Isacco, in un incontro che avviene nella segretezza che permette quella sospensione della morale (ovvero, della tradizione stratificata di un mos) e dell’etica (ovvero, del radicamento del criterio dell’agire in un dato luogo) di kierkegaardiana memoria.

La passione dell’impossibile annuncia così una fede che sospende la legge, epifania dello iato che separa giustizia e diritto, aprendo lo spazio a un ordine altro, un ordine del tout-autre. In esso si esplica l’ulteriorità di una giustizia sempre a-venire rispetto qualsivoglia forma di diritto oggettivato e consolidato. Una giustizia infinita e interminabile, che ospita quel residuo incompensabile proprio di ogni donazione, costitutivamente eccedente. Grazie a esso si istituiscono nondimeno, in Derrida, tutta una serie di figure dell’indecostruibile: su tutte, il per-dono e l’ospitalità. Con la scandalosa passività-pazienza-“patenza” di chi si dispone a ospitare l’imprevedibile alterità dell’evento, la passione dell’impossibile intende così sfidare quella “pulsione di potere” che abita e muove ogni pertinace “pulsione del proprio”, riaprendo un varco necessario per l’avvento dell’a-venire (che comunque verrà).

Caterina RESTA, La passione dell’impossibile. Saggi su Jacques Derrida, Il Melangolo, Genova 2016.

 

Francesco FERRARI, Università di Jena

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