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O. BOULNOIS, Lire le Principe d’individuation de Duns Scot

La questione della determinazione ontologica del singolare concreto e, di conseguenza, della sua conoscibilità, è un tema classico della storia della filosofia, e di quella medievale in particolare. Non si tratta, tuttavia, di una questione che caratterizzi necessariamente la riflessione filosofica, quasi fosse un elemento di un’ipotetica filosofia perenne. Al contrario, essa ha una precisa origine storica che va rintracciata in una particolare interpretazione della trattazione aristotelica

Aristotele compie un notevole sforzo per mantenere distinti il piano semantico della predicazione dal piano ontologico della struttura metafisica degli enti singolari. Il perno del suo discorso è semplice: i singolari concreti sfuggono alla presa linguistica perché non sono dicibili. Il linguaggio può dare un nome alle cose solo tramite le definizioni che tali nomi riassumono: ‘uomo’ indica l’insieme di tutti gli uomini perché ne indica la caratteristica definitoria comune, ovvero che in ogni caso si tratta di ‘animali razionali’. La connessione fra il nome e la definizione implica però che il singolare, Platone o Socrate che sia, non abbia un nome in senso proprio, ma solo per accidente: ‘Socrate’ non rimanda a una definizione ma è una semplice etichetta passibile di equivocità, perché vi sono più cose, potenzialmente infinite, che nomi. I nomi propri non rientrano perciò nell’ambito linguistico della predicabilità e della conoscibilità: ‘uomo’ è predicabile di molti, ‘Socrate’ non è predicabile di alcuno. In breve, per Aristotele il concetto di specie deriva dal raggruppamento di individuali concreti tramite il riconoscimento di caratteristiche comuni che consentono una definizione unica; ma questo concetto non rimanda a una natura comune metafisica che debba ‘contrarsi’ nella singolarità dell’individuo. Questa estraneità del piano linguistico da quello ontologico si rivela nella convinzione aristotelica che il dato originario della nostra esperienza del mondo siano proprio gli individui, e che perciò essi non debbano essere spiegati tramite una stratificazione metafisica, ma piuttosto descritti tramite un’analisi linguistica.

Aristotele manifesta certamente notevoli incertezze quando affronta la trattazione più strettamente metafisica della struttura dell’ente. Ciò è evidente in diverse sue affermazioni, almeno apparentemente contrastanti: da una parte il singolare è descritto come composto dalla definizione (forma) e dalla materia, con allusione al rapporto fra il piano linguistico del nome a quello ontologico dell’ente, per se stesso inconoscibile e, per questo, materiale; dall’altra parte, quando l’indagine strettamente metafisica cerca di analizzare più da vicino l’aspetto ontologico materiale, il singolare viene caratterizzato dalla sua forma e dalla sua materia, impiegando qui con tutta evidenza ‘forma’ senza riferimento all’aspetto definitorio del nome predicabile.

Si può in ogni caso concludere con buona ragione che il problema del principio di individuazione non è presente nel pensiero di Aristotele, ma emerge invece quando le esitazioni aristoteliche sull’ontologia delle categorie, dall’incerto statuto di espressioni linguistiche che rimandano a caratteristiche reali, si risolvono nella loro decisa ontologizzazione. Questo passaggio è consegnato alla riflessione filosofica dell’occidente latino dall’interpretazione di Porfirio. Nell’Isagoge, Porfirio assegna uno statuto ontologico forte alle specie in base all’analisi discendente dall’Uno al molteplice. In questa prospettiva, per spiegare la diversificazione dell’unità nei generi, nelle specie e, infine, nell’individuo diviene ineludibile porre una serie di elementi determinanti sul piano ontolgico e non solamente sul piano definitorio: l’analisi linguistica delle Categorie diviene l’ontogenesi del soggetto. Di conseguenza, il singolare concreto assume un nome che è propriamente tale: ‘Socrate’, a parere di Porfirio e della tradizione successiva, è predicabile, anche se solo di se stesso. L’esito finale di questa ristrutturazione si condensa nella domanda sul motivo per cui la specie si determini nei suoi componenti individuali. Il problema dell’individuazione è così posto, la filosofia successiva dovrà trovare le risposte più adeguate.

Uno dei meriti del nuovo volume di Olivier Boulnois è quello di introdurre il pensiero di Scoto sul tema con una breve presentazione storica, densa e al tempo stesso lucida, della genesi del problema che mette al riparo da indebite generalizzazioni, ma ricotruisce con attenzione i passaggi decisivi dei quali abbiamo rapidamente dato ora conto. Il testo poi si sviluppa, come annunciato dal titolo, in un’analisi precisa e minuziosa delle questioni dedicate da Scoto al problema dell’individuazione. La lettura consente di seguire l’articolato percorso scotiano, a partire dalle polemiche nei confronti delle soluzioni presenti nel panorama dottrinale del tempo, fino all’affermazione della soluzione propria di Scoto, che porta a conclusione il cammino metafisico indicato da Porfirio. Se la natura comune che caratterizza i componenti di una specie ha una sua forma (parziale) di esistenza, il compimento metafisico dell’individuale, sostiene Scoto, potrà avvenire solamente sullo stesso piano di tali principi metafisici. Non potrà, per essere più chiari,  essere delegato al rapporto del principio formale specifico con la materia individuante, così come la tradizione del peripatetismo arabo e la riflessione di Tommaso d’Aquino vogliono leggere lo stesso Aristotele.

La difficoltà scotiana di stabilire tale principio metafisico, noto storicamente con il nome di ‘haecceitas’, ‘questità’, è ben messa in luce nella terza parte del volume, dove Boulnois mostra come Scoto oscilli fra due soluzioni distinte. Da un lato, egli identifica tale principio con ‘l’ultima realtà della forma’  che, in quanto tale, è estranea al contenuto formale dell’individuale, e quindi priva di alcuna determinazione quidditativa che ne faccia il possibile oggetto di un atto conoscitivo. Dall’altro, in occasioni diverse, Scoto coglie il principio di individuazione in una ‘forma individuale’, ricollocando la questione nell’ambito delle successive contrazioni di generi e specie per differenze aggiunte, ciascuna caratterizzata da una determinazione formale quidditativa. Di questo slittamento teoretico Boulnois non trova una ragione (che forse andrebbe cercata in collegamento alle nuove possibilità conoscitive supposte da Scoto tramite la conoscenza intuitiva); la conclusione del volume, aperta e problematica, è quindi che il motivo di tale cambiamento resta «une énigme».

Non è invece enigmatica la lettura dell’introduzione a Scoto di Boulnois, che accompagna il lettore con pazienza e competenza all’interno del complesso mondo del realismo scotiano e della sua elegante e innovativa risposta alla questione della singolarità degli enti.

O. Boulnois, Lire le Principe d’individuation de Duns Scot, Vrin, Paris 2014, pp. 222.

 

Guido ALLINEY

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