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Andrea AGUTI, Filosofia della religione

Pubblicato nella collana “Saggi” dell’Editrice la Scuola, dove sono apparsi importanti “manuali” che introducono alla storia e alle questioni di ambiti diversi della ricerca filosofica (filosofia teoretica, filosofia morale, filosofia politica, filosofia della scienza …), il volume di Andrea Aguti, più di una recensione, meriterebbe una discussione, essendo un testo che interpreta con finezza il tempo che stiamo vivendo, e ciò per almeno tre motivi – tra i tanti che potrebbero essere detti. In primo luogo per il tema che affronta, la questione della religione che, come l’autore scrive, è un motivo che incrocia interrogativi fondamentali di ogni uomo. In secondo luogo, perché la affronta nella piena consapevolezza della sua crisi, o anche, nella consapevolezza della perdita di evidenza del suo “oggetto” (che si tratti di “Dio”, del “sacro”, del “trascendente”, ecc.). In terzo luogo, perché affronta il tema in modo autenticamente filosofico, con un costante riferimento alle fonti e all’interrogativo che chiede della razionalità dei temi concernenti la religione. Certo, chi cerca in questo libro un “manuale” resterà deluso dalla mancanza di sezioni di carattere storico-espositivo; chi invece è interessato alle questioni speculative, vi troverà un’intelligente contestualizzazione della filosofia della religione.

Contestualizzazione non neutra né neutrale, ché l’autore assume un’esplicita chiave ermeneutica, quella del “teismo”, senza che ciò gli impedisca di essere oggettivo e di prendere in considerazione le molteplici implicazioni caratterizzanti quanto intende trattare. È indubbio pregio del volume il fatto di affrontare i temi classici della “filosofia della religione” alla luce della bibliografia più recente, mostrandone non soltanto le questioni ma anche la loro attualità e/o il loro svolgimento nella filosofia contemporanea. Lo espliciteremo con il riferimento a due capitoli, il quarto e il quinto, dedicati rispettivamente agli argomenti volti a dimostrare l’esistenza di Dio e la natura divina (Esiste Dio e qual è la sua natura?) e alla teodicea (Se Dio esiste, perché il male?). Aguti, in questi due capitoli, ha il merito di chiarire che le questioni suddette non sono appannaggio di teologi e filosofi ma rappresentano l’interrogativo che ragionevolmente ogni uomo pone. Che, però, tale interrogativo sia “di tutti” non significa che esso non possa essere indagato secondo un rigoroso svolgimento critico-filosofico. Così, nel capitolo dedicato alle prove proposte per affermare l’esistenza di Dio, i diversi argomenti sono discussi a partire dalla loro posizione in epoca medievale per passare poi alla disamina della loro crisi moderna (come nel caso della critica all’argomento teleologico mossa da David Hume e Charles Darwin) fino ad arrivare al dibattito contemporaneo. Aguti si rivolge ai più recenti lavori di Michael Behe e ai testi che sostengono l’intelligent designer, a Brendam Sweetman e alla polemica con i darwinisti, affrontando alla luce della filosofia contemporanea il rapporto tra scienza e religione – una questione il cui interesse che non si riduce al solo ambito filosofico o teologico. La stessa attenzione critico-metodologica è dedicata all’argomento morale o alle questioni più “classiche” poste sulla natura divina, quali la sua “necessità, semplicità, eternità”, proprietà essenziali di Dio ereditate dalla storia della filosofia e rilette in dialogo con la più recente letteratura, soprattutto anglosassone. Così, il nome di Luis De Molina – e la questione del rapporto predeterminazione divina/libertà umana/combinazioni di compossibili – sta accanto a quello di William Lane Craig, filosofo statunitense di estrazione analitica che ha ripreso e discusso la tesi moderna. Non soltanto, dunque, l’argomento ontologico, come già Gödel aveva insegnato, è sponda di dialogo con la tradizione analitica, ma anche l’argomento cosmologico e teleologico sono affrontati in tal senso. Se gli argomenti per affermare l’esistenza di Dio attestano il possibile convergere di argomenti filosofici e temi propri della religione, la questione esposta nel quinto capitolo, dedicato al male, sembrerebbe segnarne invece lo scacco. In questo capitolo, in un percorso in cui si ritrovano nomi più noti (Tommaso d’Aquino, Gottfried W. Leibniz, Immanuel Kant …) o che rappresentano i riferimenti più classici per questa ricerca (Karl Jasper, Hans Jonas, Luigi Pareyson…) troviamo anche i bei testi di Clive S. Lewis, forse più noto come romanziere e docente di letteratura, autore di volumi dedicati alla sofferenza e al male nei quali l’immediatezza dell’esperienza del male e la ferita che esso provoca si svolge insieme alla mediazione del pensiero.

Aguti dichiara di aver dovuto inevitabilmente operare delle scelte e anche in questa recensione, più ingiustamente che inevitabilmente, ne abbiamo operate. Il che non vieta tuttavia di dar conto dell’ampio piano in cui si svolge un’opera capace di porsi al di qua delle varie classificazioni e opposizioni della filosofia (metafisica vs fenomenologia-ermeneutica e, queste, vs filosofia analitica) per – giova ripeterlo – mettere il metodo alla prova delle questioni. È in questo modo che si svolge il percorso dei diversi capitoli che partono dalla filosofia della religione intesa come questione disciplinare (capitolo primo), per poi indagare la religione en tant que telle (capitolo secondo). Che s’interroga sulla giustificabilità della credenza dal punto di vista della ragione (capitolo terzo) per passare alle questioni concernenti l’esistenza di Dio, la sua natura e il male (capitoli quarto e quinto). Il volume si chiude su un’ultima questione, anche questa affatto attuale, riguardante il pluralismo religioso e la verità della religione (capitolo sesto). Tale questione, tuttavia, non si limita a chiudere “fisicamente” il testo; in essa si declina la scelta iniziale dell’autore (l’opzione per il teismo) svolta verso quella che ci sembra essere l’elemento carsico del testo, la verità. Ovvero, la questione del pluralismo (precisata nel riferimento al filosofo presbiteriano John Hick) porta alla luce quello che negli altri capitoli resta implicito pur se mirato nello svolgimento dei diversi motivi, come nel caso in cui si affronta il tema della credenza che, inevitabilmente, apre alla questione aletica. Questione che, alla fine del volume, non è mirata né direttamente né indirettamente, ché essa, piuttosto, si costruisce attraverso le questioni poste attorno al pluralismo religioso e affrontate a partire dagli studi sul monoteismo e sulla differenza mosaica condotti da Jan Assmann. All’esclusivismo cui conducono le tesi di quest’ultimo ha risposto l’affermazione del pluralismo religioso che nasce, in negativo, come reazione all’esclusivismo stesso, in positivo per l’incontro con altre religioni e culture. Di qui, la discussione più ampia di esclusivismo (v’è incompatibilità tra le credenze di una religione e quelle presentate da altre religioni diverse, per cui non tutte possono essere vere) e inclusivismo (pur essendo vera una sola religione, a chi non l’ha conosciuta la salvezza non si preclude), il primo indagato attraverso la discussione delle tesi di Alvin Plantinga, il secondo attraverso le tesi di Karl Rahner, per concludere sulla proposta di alcuni “criteri per la valutazione delle religioni” – coerenza logica delle loro affermazioni, coerenza del sistema dottrinale di una religione, compatibilità di un sistema religioso con ambiti della conoscenza umana ben fondati, capacità del sistema dottrinale di una religione di dare conto della domanda di senso dell’esistenza umana, plausibilità esistenziale delle religioni, ovvero la loro capacità di render possibile un’esistenza “ricca di significato e moralmente responsabile”. Criteri, questi, che senza avanzare alcuna pretesa d’inconfutabilità, favoriscono il discernimento della verità di una religione.

Andrea Aguti, Filosofia della religione. Storia, temi, problemi, Editrice La Scuola, Brescia 2013, pp. 396.

Carla CANULLO

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