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Alessia BELLI, Che genere di diversity?

Il testo di Alessia Belli può essere ripercorso attraverso la messa a fuoco di cinque nuclei tematici. Il tema di fondo, preso in esame dall’autrice e con il quale si stabilisce una linea di continuità con numerosi altri studi, è il multiculturalismo. Un tema non facile e che rischia talvolta di essere banalizzato quando non si tiene conto della sempre più difficile equazione tra  diversità e valore, come sottolinea anche M. Nussbaum. L’autrice si sofferma su un dato semplice ed essenziale: le nostre città sono sempre più popolate da donne provenienti da mondi e culture lontane, i loro abiti e colori sono diversi da quelli delle nostre giovani e meno giovani donne, per stile, tipo ecc., ma queste donne come tutte le altre, lottano, vivono le loro storie d’amore e di costruzione dei legami, crescono i loro figli con contrasti e difficoltà. Sono donne che attraversano i nostri spazi, rimanendo ai più invisibili e sconosciute, in una parola straniere e per questo estranee. C’è una ricerca teorica che si occupa di multiculturalismo e ce lo presenta come una sfida, ma anche una conquista a fronte della quale c’è una pratica che gli resiste fondata sull’indifferenza e o sulla presa di distanza. Per tutto questo, dobbiamo ammettere che quello migratorio resta un fenomeno difficile da comprendere e gestire.

Un secondo nucleo di considerazioni può essere fatto ruotare attorno alla metodologia stessa della ricerca adottata dalla Belli, che valorizza l’apporto teorico elaborato dall’approccio femminista, fin da suo sorgere. Un metodo, quello femminista, che l’autrice intende adottare per decostruire e lasciare emergere la postura narrativa a cui guarda con interesse tutta la filosofia contemporanea. Mediante l’ascolto delle numerose storie di vita delle donne intervistate vengono, infatti, ricomposti interi mosaici, opere d’arte che sono le storie di vita delle donne, quadri a volte più composti ed omogenei, altre volte meno uniformi e fragili, come sono fragili le donne che li raccontano.

Un terzo elemento è certamente l’ascolto. Un ascolto attivo e non passivo, autentico e capace di porsi in sintonia con le emozioni e gli stati d’animo di tutte: da quelle che chiedono asilo nel nostro paese a quelle che non sanno che farsene dello sguardo paternalistico e commiserante con le quali le avviciniamo. Ma ascolto vuol dire anche essere capaci di intercettare e cogliere la richiesta proveniente da chi chiede un lavoro, domanda di riconoscimento della propria dignità che un paese che vuole dirsi civile non può continuare ad eludere. L’ascolto della Belli è praticato anche nei confronti dell’azienda promotrice della ricerca, un’azienda che intende il profitto non come un fine, ma come un mezzo in vista della realizzazione di un ambiente capace di valorizzare le professionalità e di promuovere il benessere delle persone che vi lavorano, proprio in vista della promozione di una cittadinanza organizzativa e sociale. Un’azienda capace di lavorare sull’idea di uno spazio inclusivo in cui sperimentare pratiche virtuose di integrazione e accoglienza. Ascolto anche della città di Arezzo, che è divenuta un laboratorio fotografico di sperimentazione, una città tipicamente italiana fin nelle radici più profonde delle sue tradizioni, ma anche profondamente intraprendente, come la definisce la Belli, ossia operosa anche sul piano delle dinamiche di accoglienza, che negli anni si sta misurando con la propria capacità di gestire il fenomeno migratorio, una città difficile che sta combattendo con i propri retaggi culturali, ma che prova anche a aprirsi al nuovo creando luoghi e momenti di incontro per scambi culturali di tipo inclusivo e creativo.

Un quarto nucleo tematico è senz’altro lo sguardo che, a partire da un certo posizionamento, l’autrice sceglie per condurre la propria ricerca. Una ricerca che non può, come lei stessa ammette, essere del tutto neutra, ma che è già posizionata e che definisce la sua “estraneità relativa” rispetto al contesto di indagine. Accanto al proprio sguardo emerge anche lo sguardo delle donne che ha incontrato, intervistato, fotografato e alle quali ha messo in mano una macchina fotografica perché si fotografassero e perché fotografassero tutto quello che per loro era importante. Ne emerge un affresco con molte sfumature, chiaroscuri e zone d’ombra che la luce delle vite delle donne incontrate non sempre riesce a chiarire. Focalizzare l’attenzione sullo sguardo vuol dire anche sapersi mettere dalla parte di chi si sente guardata con sdegno e disprezzo, di chi sente su di sé uno sguardo di sufficienza e di sopportazione ma anche di commiserazione e di indifferenza.

Un ultimo, ma non ultimo, elemento che ci pare importante mettere a tema è di tipo antropologico e ruota attorno alla cifra relazionale, puntualmente evidenziata nel lavoro della Belli. Tutti gli elementi precedentemente messi in evidenza ruotano, in modo significativo, attorno alla cifra relazionale dell’essere umano. È, infatti, per mezzo e attraverso la relazione con l’altro, dello sguardo dell’altro, che le donne giungono a percepirsi come persone meritevoli di rispetto. L’essere umano è un essere relazionale per questo attraverso e mediante il riconoscimento dell’altro giunge anche al riconoscimento di sé. Il tema dell’acency diviene in tal senso essenziale ed efficace come strumento di lettura e comprensione della realtà delle donne straniere che sanno attivare, al di là delle possibili e frequenti marginalizzazioni, percorsi cooperativi nei quali testimoniano la loro intraprendenza e il desiderio di incidere positivamente nella vita delle nostre città. In questo senso, il più volte richiamato approccio del Diversity Managment risulta essere lo strumento operativo più efficace per valorizzare, promuovere e sostenere persone e aziende che intendono attivare modelli di integrazione finalizzate al miglioramento della qualità della vita delle persone all’interno dei contesti produttivi e sociali.

Donatella Pagliacci

 

A. Belli, Che genere di diversity? Parole e sguardi femminili migranti su cittadinanza organizzativa e sociale, Franco Angeli, Milano 2016, pp. 194.

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