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Andrea FUMAGALLI, Lavoro male comune

Il recente testo di Andrea Fumagalli, Lavoro male comune, si inserisce a pieno titolo all’interno dell’acceso quanto complesso dibattito che ruota attorno alle attuali trasformazioni del mondo del lavoro e alle conseguenze che queste trasformazioni hanno a livello economico, sociale e antropologico. Le considerazioni di Fumagalli prendono il via dalla presa di coscienza di una nuova «discontinuità storica», un cambio di paradigma iniziato con la crisi del modello fordista nei primi anni Settanta, e che ha dato origine ad un nuovo «regime di accumulazione», incentrato sul passaggio dal lavoro materiale al lavoro immateriale («capitalismo cognitivo»).

Nel Capitolo I (“L’ideologia del lavoro: costrizione o libertà?”), Fumagalli conduce un’incisiva critica all’«ideologia moderna del lavoro» – derivante dal movimento protestante della metà del XVI secolo –, e all’«etica del lavoro» che ne consegue, diventata «senso comune» e «principio normativo» introiettato e condiviso da tutti in maniera perlopiù acritica (p.8). Attraverso l’«elogio della laboriosità», si è affermato progressivamente il paradigma del lavoro dipendente come «nuovo dispositivo disciplinare di comando» (rispetto a questo Fumagalli si rifà esplicitamente alle riflessioni di Foucault sul biopotere, in quanto capacità di controllare, indirizzare e finalizzare la vita degli esseri umani).

Siamo qui di fronte alla disputa, oggi più che mai aperta, su quanto il lavoro sia un’attività effettivamente, e non solo potenzialmente, libera. Secondo Fumagalli, l’errore d’impostazione e di metodo delle teorie liberiste e neoliberiste è di «assumere implicitamente che il mercato del lavoro possa essere analizzato al pari di un qualunque mercato di beni e servizi» (p. 27). Infatti, sottolinea l’autore, «il rapporto di lavoro non può essere considerato un esempio di libero scambio» (pp. 30-31): chi domanda lavoro è sottoposto a un «vincolo di reddito» a cui non è sottoposto chi offre lavoro, il quale inoltre ha la proprietà (o controllo) dei mezzi di produzione, a differenza del lavoratore. Il lavoro allora, secondo Fumagalli, non è propriamente un «bene», ma un «rapporto sociale in continua evoluzione», la cui dinamica definisce di volta in volta il grado di alienazione e il grado di sfruttamento. Il processo di alienazione, tuttavia, varia a seconda del paradigma organizzativo che di volta in volta si costituisce. Attualmente, ribadisce Fumagalli, il paradigma dominante è quello del «biocapitalismo cognitivo», caratterizzato da una crescente dose di immaterialità e di intellettualità, «che aumentano il coinvolgimento del lavoratore e ne accrescono, almeno potenzialmente, l’autonomia» (p. 34). Ciò, tuttavia, ha portato alla sussunzione totale della persona all’interno della dimensione del lavoro, contribuendo ad alimentare la percezione di esso come «bene comune». Fumagalli reagisce duramente a questo modo di intendere il lavoro, affermando che esso «non ha un valore intrinseco in sé e per sé», ma è semmai «uno strumento per produrre valore» (p. 34).

In questo senso è molto importante distinguere tra “lavoro”, “opera”, “ozio” e “svago” (pp. 35 e segg.), per non confondere i molteplici aspetti dell’attività umana e far sì che la dimensione del “lavoro” non fagociti tutte le altre. Ciò infatti, a giudizio di Fumagalli, è un rischio concreto, dal momento che è in atto «un processo di snaturamento dell’uomo […], reso possibile dallo stravolgimento dei due cardini principali che hanno accompagnato la nostra specie umana da quando è apparsa sulla terra: la gestione del tempo e il suo essere comunità» (p. 37). Per questo, afferma Fumagalli, «lungi dal diventare bene comune, il lavoro moderno è sempre più male comune» (p. 38).

Per dare rilievo concreto a questa affermazione, nel Capitolo II (“Il lavoro oggi: una fotografia della situazione italiana”), Fumagalli analizza la situazione del lavoro in Italia, proprio alla luce di quelle trasformazioni che stanno sempre più portando alla creazione di valore tramite la produzione di conoscenza. Secondo l’autore, una delle conseguenze principali del passaggio al lavoro immateriale è l’affermarsi della «precarietà come condizione strutturale» (p. 48). Ciò è avvenuto perché in Italia «si è perseguita esclusivamente una flessibilità del lavoro non supportata né da un welfare in linea con le nuove condizioni dei lavoratori, né da un adeguato sviluppo nei settori cognitivi ad alto valore aggiunto», per cui la flessibilità si è trasformata in precarietà, che è anche un «ostacolo per la crescita» (p. 60). Più avanti Fumagalli aggiunge :«oggi i settori a maggior valore aggiunto sono quelli del terziario e le fonti della produttività risiedono sempre più nello sfruttamento delle economie di apprendimento e di rete, proprio quelle economie che richiedono continuità di lavoro, sicurezza di reddito e investimenti in tecnologia» (p.95).

 

Di fronte a questi scenari, nel terzo e ultimo capitolo (“Che fare?”), l’autore prova a delineare una possibile via d’uscita dalle contraddizioni che innervano il lavoro nell’epoca del “biocapitalismo cognitivo”. La cosiddetta «politica dei due tempi», prima la flessibilità e poi la crescita, si è rivelata fallimentare, per cui occorre rovesciare la questione: prima sicurezza sociale, e solo dopo discussione delle politiche necessarie per meglio riorganizzare il lavoro e renderlo meno ricattabile. Ciò significa «passare dal diritto al lavoro al diritto alla scelta del lavoro» (p. 82), così che quest’ultimo non sia considerato un fine in sé ma uno strumento necessario per poter soddisfare i propri bisogni.

Quindi, dal punto di vista delle concrete pratiche da attuare a livello politico, «solo la garanzia di un reddito di base incondizionato, e non il lavoro, costituisce oggi un bene comune, seppur improprio» (p. 85).  Il reddito di base, conclude Fumagalli, dev’essere considerato una forma di remunerazione primaria, poiché esso remunera «quell’attività di vita produttiva di valore, che oggi non viene certificata come prestazione lavorativa. […] Il reddito di base è quindi la remunerazione diretta dell’opera, dell’ozio, dello svago, diventati, oggi, produttori di valore» (p. 102).

 

Tuttavia, forse è proprio quest’ultimo punto a mostrare qualche problematicità nel testo di Fumagalli. Se infatti il reddito di base viene giustificato in quanto “remunerazione” di attività non lavorative ma comunque, a loro modo, “produttive”, esso risponde ad un meccanismo economico, quello della remunerazione appunto, che funziona secondo una logica di scambio e non dà vita a quella incondizionatezza che vorrebbe Fumagalli. Inoltre, così concepito, il reddito di base finisce per legittimare a sua volta la “messa a valore” di tutta la vita, che viene remunerata come se essa stessa fosse interamente “lavoro”.

Il reddito di base, per essere davvero incondizionato, dovrebbe invece porsi ad un livello più alto, quello dei diritti. Esso infatti costituisce la condizione necessaria affinché ciascuno possa disporre di una base solida su cui costruire la capacità di svolgere le varie attività umane nella loro molteplicità, realizzando la propria ricchezza antropologica secondo modalità libere.

 

A. Fumagalli, Lavoro male comune, Bruno Mondadori, Milano 2013, pp. 134, Euro 15,00.

 

FRANCESCO DE STEFANO

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