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POLITICAL THEOLOGY Revisited

L’interpretazione di Carl Schmitt nei saggi di Clayton Crockett, Simon Critchley e Paul Kahn

Nel mondo accademico americano è in corso, da alcuni anni, un acceso dibattito sul ruolo della religione, del sacro e della fede nell’immaginario politico occidentale. Questo dibattito va di pari passo con un rinnovato interesse per la teologia politica di Carl Schmitt. Qui di seguito vengono discussi tre saggi pubblicati nel biennio 2011/2012 nei quali, sulla scorta di orizzonti ermeneutici e tradizioni filosofiche differenti, vi è un confronto esplicito con il famoso testo schmittiano Politische Theologie. Vier Kapitel zur Lehre der Souveränität (1922). Il presente contributo è suddiviso in quattro sezioni. Nelle prime tre sono presentate le tesi e gli argomenti dei singoli saggi; nella quarta si rilevano i punti in comune e gli aspetti che divergono, per proporre, infine, una valutazione complessiva del dibattito.

Teologia politicale radicale in Clayton Crockett
Nel testo Radical Political Theology. Religion and politics after liberalism (2011), il teologo Clayton Crockett affronta il pensiero di Schmitt dal punto di vista della teologia radicale. L’allievo di Charles Winquist riprende il proclama della morte del Dio della metafisica con l’obiettivo di sviluppare un progetto teologico immanentista, «secolare» e militante. Pur inserendosi nella tradizione del maestro, egli critica l’insufficiente radicalità della teologia radicale: essa avrebbe trascurato l’intrinseca relazione genealogica e strutturale fra la morte di Dio e la nascita della teoria liberale riguardante la democrazia e il capitalismo del libero mercato. L’autore fa riferimento a Schmitt per criticare il neo-liberalismo come una sorta di religione secolare, basata sulla fede nel libero mercato, e secondariamente per identificare la crisi dello stesso con il passaggio a un’epoca «post-secolare».

A sostegno della prima tesi Crockett chiama in causa la formula secondo cui «tutti i concetti più pregnanti della moderna dottrina dello stato sono concetti teologici secolarizzati» (C. Schmitt, Teologia politica. Quattro capitoli sulla dottrina della sovranità, in: id., Le categorie del ‘politico’. Saggi di teoria politica, Il Mulino, Bologna 1972, p. 61), e la combina con l’analisi genealogica della secolarizzazione elaborata dall’antropologo Talal Asad, il quale considera il secolarismo una struttura ideologica che regola e produce sia la dimensione secolare sia quella religiosa della cultura occidentale contemporanea (Cfr. T. Asad, Formations oft he Secular. Christianity, Islam, Modernity, University Press, Stanford 2003), Crockett ritiene di aver individuato un elemento fondamentale di questa dimensione religiosa nella fede nei meccanismi autoregolanti del libero mercato.

Dopo questa critica del liberalismo come ideologia nascostamente religiosa, il saggio assume una connotazione propositiva. L’argomentazione può essere riassunta come segue: il liberalismo è intrinsecamente connesso con il capitalismo e siccome quest’ultimo è in crisi, perché ha incontrato limiti alla propria espansione a causa della finitezza del mondo, anche l’ideologia liberista ha fatto il proprio tempo. In breve: l’era della religione secolare sta giungendo a termine per lasciare spazio a un’epoca post-secolare. Per l’autore due possibilità delineano quindi l’orizzonte futuro: da una parte la re-istaurazione di stati nazionali autoritari che si basino sulla distinzione schmittiana di nemico/amico come fondamento della politica (Cfr. C. Schmitt, Le categorie del politico, Il Mulino, Bologna: 1998), dall’altra un superamento di quest’ultima grazie a una riconfigurazione del demos come «moltitudine». L’autore fa riferimento agli scritti di Toni Negri e Michael Hardt (Cfr. T. Negri, M. Hardt, Moltitudine. Guerra e democrazia nel nuovo ordine imperiale, Rizzoli, Milano 2004). A differenza dell’unità politica dello stato-nazione, la quale non è in grado di rispondere con soluzioni concrete ai problemi del mondo globalizzato, la democrazia quale azione politica della moltitudine è immanente, plastica e decentralizzata e, pertanto, capace di effettualità al di là dei confini nazionali. Crockett combina quest’ambigua concezione di moltitudine con una sorta di teo-logica dell’evento. Riprendendo molto liberamente (e molto deleuzianamente) il concetto di evento come si presenta nel pensiero di Alain Badiou (Cfr. A. Badiou, San Paolo. Fondazione dell’universalismo, Cronopio, Napoli 1999), l’autore concepisce la democrazia della moltitudine come un’apertura immanente sul futuro, una promessa di rinnovamento costante.

Anarchismo mistico, religione civile e etica della responsabilità in Simon Chritchley
Simon Critchely è un filosofo inglese con una cattedra alla New School di New York. Il suo pensiero è contrassegnato dal tentativo di sviluppare una teoria etica della responsabilità. Nel saggio The Faith of the Faithless. Experiments in Political Theology (2012) l’autore porta avanti il proprio programma filosofico, che può essere riassunto nella seguente domanda: dopo il disincanto della religione e dopo la corruzione e trasformazione dell’illuminismo in nichilismo, come possono gli uomini dare un fondamento al proprio agire etico e politico? Il saggio è suddiviso in quattro parti, ciascuna delle quali può essere considerata una variazione sul tema stabilito nell’introduzione: «Rather than seeing modernity in terms of a process of secularisation, I will claim that the history of political forms can best be viewed as a series of metamorphoses of sacralisation»(p. 10).

Nella prima parte del saggio Critchley propone una lettura e un’interpretazione della parte conclusiva de Il contratto sociale di Rousseau, nella quale il filosofo francese insiste sulla necessità di una religione civile: intesa come insieme d’intuizioni morali che motiva il cittadino a partecipare attivamente al processo di legislazione collettiva, attraverso il quale si costituisce una comunità politica autodeterminantesi. Secondo l’autore, la tesi rousseauiana rende evidente che la politica è necessariamente fondata su finzioni; egli elenca fra queste l’idea della sovranità popolare, l’idea di rappresentanza politica e il mito americano della libertà individuale. Per contrastarle, Chritchely propone di fondare la politica su una «poetic construction of a supreme fiction (…) a fiction that we know to be a fiction» (p. 91). Per distinguere tale finzione suprema dalle altre l’autore fa riferimento alla lettura delle lettere paoline offerta da Alain Badiou, e concepisce la «verità» politica come una sorta di fedeltà (fidelity; fidélité in Badiou) radicale a un evento storico.

Nella seconda sezione Critchley critica sia il liberismo (descritto come una sorta di deismo che unifica ragione e natura e in quest’ultima identifica la divinità), sia l’autoritarismo di Schmitt (che considera fondato sul concetto di peccato capitale), per infine introdurre l’«anarchismo mistico» come alternativa a entrambi. Per il filosofo americano quello di «peccato capitale» è un concetto teologico inteso ad affermare l’idea di una difettosità essenziale nella natura umana, la quale non può essere corretta mediante alcun atto di volontà, con cui si vuole spiegare la propensione dell’uomo alla malvagità, alla violenza e alla crudeltà. L’autoritarismo di Schmitt si fonderebbe proprio su questo tipo di antropologia biblica secolarizzata: giacché ogni uomo tende sempre alla distruzione dell’altro, è necessaria una sovranità assoluta in grado di difendere la comunità politica contro qualsiasi nemico e ad ogni costo. Critchley propone di superare invece questa visione dell’uomo, e di modellare la politica su una concezione paradisiaca dell’umanità: vale a dire su come questa si presenta prima della caduta di Adamo, o dopo la sconfitta del peccato nel giudizio universale. L’autore localizza tale modello politico nell’escatologia rivoluzionaria dei movimenti millenaristici cristiani, da lui descritti come delle forme di «faith-based-comunism» (p. 11, cfr. anche pp. 121-135). L’anarchismo mistico viene descritto come una «politica dell’amore», dove amore è inteso come un atto spirituale che cerca di superare ogni concezione d’identità per far emergere una nuova forma di soggettività universale.

Delle ultime due sezioni riferirò qui molto brevemente. Nella terza l’autore sviluppa il concetto della politica dell’amore confrontandosi con la lettura heideggeriana delle lettere dell’apostolo Paolo. Qui trova una concezione dell’essere umano definita dall’esperienza di debolezza, sofferenza e finitezza, a partire dalla quale egli ritiene possibile istaurare un rapporto con gli altri che potrebbe marcare l’avvento di una nuova resistenza politica. Nell’ultima parte l’indagine si sposta sulla questione della violenza e della sua relazione con l’etica e con la politica della non-violenza.

Il sacro nello stato e il sacrificio per lo stato in Paul Kahn
Come lascia intuire già il titolo, Political Theology. Four New Chapters on the Concept of Sovereignty (2011) è un confronto serrato con le tesi di Carl Schmitt. Con questo saggio, il professore di diritto Paul Kahn vuole offrire un’interpretazione contemporanea della teologia politica e mostrarne l’attualità: far comprendere che «our political practices remain embedded in forms of belief and practice that touch uppon the sacred» (p. 3).

In primo luogo Kahn ripercorre la riflessione schmittiana sul liberalismo, per poi sviluppare una critica delle teorie politiche liberali contemporanee. Queste commetterebbero l’errore di concepire la fondazione e la continua legittimazione dello Stato come espressione della sovranità popolare, riducendo la questione della legittimità a un problema di rapporto fra norme e principi e, in definitiva, a un prodotto della ragione deliberativa. In realtà, dice Kahn con Schmitt, in modo analogo a come Dio decide, in un atto di volontà assoluta, di creare il mondo e, in un secondo tempo, di intervenire miracolosamente nella creazione, sospendendone le leggi naturali, la decisione sovrana precede lo stato e il sistema legale, e ne garantisce la sopravvivenza. Alla base della legge e della sovranità non vi sarebbero, pertanto, dei principi, ma un atto di volontà (ibid., pp. 52s e 125-132). A propria volta, tale atto di volontà non sarebbe possibile senza un kierkegaardiano salto nella fede: «the leep of faith grounds the norm» (p. 48).

In secondo luogo, le teorie liberali non offrirebbero una chiave di lettura adeguata per una serie di fenomeni caratteristici della politica attuale: quali la violenza politica, la tortura, il terrorismo e la crescente tendenza, da parte dei governi occidentali, a prendere decisioni che violano diritto nazionale e/o internazionale. La tesi secondo cui «sovrano è chi decide sullo stato di eccezione» (C. Schmitt, Carl, Teologia politica, cit.,  p. 33) permetterebbe invece di spiegare, ad esempio, l’illegale implementazione di misure di sicurezza all’interno e all’esterno delle frontiere nazionali degli Stati Uniti. Secondo Kahn è la dichiarazione dello stato di guerra che permette al governo americano di legittimare le decisioni che violano la legge (P. Kahn, Political Theology, cit., pp. 7s.).

L’aspetto più originale dell’indagine di Kahn riguarda il rapporto fra violenza politica e sacrificio. Quest’ultimo è da lui considerato il punto di origine della comunità politica. La sua analisi è rivolta in particolare al mito fondativo degli USA. Kahn sostiene che la costituzione americana trova il proprio fondamento sacrale nel ricordo del sacrificio dei cittadini nella guerra civile americana. La disponibilità a morire (e a uccidere) per garantire l’esistenza dello stato rivelerebbe la sua dimensione sacra: esperienza della violenza sarebbe sinonimo di esperienza di autenticità (cfr. p. 11 e pp. 137-147). In maniera analoga, nel contesto politico successivo all' 11 settembre la rappresentazione come vittime sacrificali delle vittime degli atti terroristici avrebbe la funzione di «sacralizzare» la guerra al terrorismo, legittimando così azioni al di fuori della legalità  da parte del governo. Kahn sostiene, in definitiva, che lo stato secolare non sia poi tanto secolare come è comunemente rappresentato. Egli critica il tradizionale modo di intendere la secolarizzazione come un processo storico che ha portato all’esclusione della religione dalla sfera pubblica e dalla politica in particolare. Kahn critica anche Mark Lilla, per il quale certe forme attuali di legittimazione dell’azione politica dimostrerebbero la crescente ingerenza delle dottrine religiose (cristiana, islamica, ebraica, ecc.) nella politica (Cfr. M. Lilla, The Stillborn God. Religion, Politics, and the Modern West, Alfred A. Knopf, New York 2007). Al contrario, egli è dell’opinione che la modernità abbia prodotto uno spazio e una propria storia sacrale il cui potere legittimatorio e motivazionale funziona autonomamente, senza dover ricorre a tradizioni e dottrine religiose.

Valutazione complessiva
Si può ora tentare una valutazione complessiva dei tre saggi sopra esposti. In primo luogo essi manifestano un condiviso atteggiamento critico verso le teorie politiche liberali. Da questo punto di vista, non stupisce l’interesse per Schmitt. La critica verte soprattutto sull’incapacità del liberalismo di spiegare i meccanismi culturali e sociali che determinano la legittimazione dello stato, delle sue leggi e, soprattutto, dell’uso della violenza come mezzo politico. Ma la critica va oltre, fino a sostenere che le teorie liberali nascondono la loro matrice religiosa e/o sacrale. I tre saggi sembrano inoltre condividere l’idea che la dicotomia fra religione e secolarità, sfera sacra e profana, privato e pubblico, fede e ragione, implicita nel tradizionale concetto di secolarizzazione, non faccia altro che oscurare il fondamento sacro e fideistico di ogni forma di azione e organizzazione politica.

Vi sono naturalmente delle differenze importanti fra le tre indagini. Il saggio di Crockett sembra il più «debole» di tutti, soprattutto a causa di evidenti lacune nel corso dell’argomentazione: molte tesi non sono supportate da argomenti adeguati, inoltre fa un uso molto libero e poco rigoroso di concetti e teorie altrui, come mostra il riferimento alla  moltitudine negli scritti di Negri e alla teoria dell’evento di Badiou.

Il saggio di Kahn è molto più corretto nei confronti delle proprie fonti, in particolare di Schmitt. Kahn, oltre a svolgere una critica delle teorie liberali che va da Hans Kelsen, uno dei nemici giurati di Schmitt, fino a John Rawls, sviluppa un’interessante tesi sul ruolo del sacrificio nell’immaginario politico americano. La quasi assenza di atteggiamento critico nei confronti di Schmitt, di cui comunque non sembra condividere l’autoritarismo, e la totale mancanza di considerazione di una concezione alternativa della politica e della sovranità lasciano, però, perplessi.  

L’indagine di Critchley è, a mio parere, la più riuscita e interessante. Convincente è soprattutto il tentativo di superamento della dicotomia fra religione e secolarità, con la formula della «metamorfosi del sacro». Se pur molto azzardata e discutibile, anche l’interpretazione anarchico-mistica di Paolo offre diversi punti di riflessione.

Mi sia concessa un’ultima osservazione critica di carattere generale. Malgrado sia condivisibile la tesi secondo cui alla base dei meccanismi di legittimazione della legge, come del moderno stato nazionale e del monopolio statale della violenza, vi siano delle pratiche e delle narrazioni sacralizzanti, una adeguata analisi delle narrazioni e delle pratiche stesse sembra ancora un compito non adempiuto: si tratterebbe di analizzare ad esempio i mezzi semantici, retorici e mediatici attraverso i quali si esprime il discorso. Tuttavia le indagini di Crockett, Kahn e Chritchley hanno il merito di aver richiamato l’attenzione su diversi aspetti finora trascurati, soprattutto nelle università americane, e offrono diversi spunti da cui partire per riflettere sul ruolo del sacro, della religione e della fede nell’immaginario politico occidentale.

BALDASSARE SCOLARI


 I LIBRI

- Clayton Crockett, Radical Political Theology. Religion and politics after liberalism, Columbia University Press, New York 2011

- Simon Critchely, The Faith of the Faithless. Experiments in Political Theology, Verso Books, London - New York 2012

- Paul Kahn, Political Theology. Four New Chapters on the Concept of Sovereignty, Columbia University Press, New York 2011

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