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CITTA' E COMUNITA' ALLA RICERCA DEL “BUON VIVERE"?

Quali sono gli effetti che la globalizzazione, caratteristica ormai strutturale delle società odierne, produce sulla città e sulla comunità? Questo è solo uno dei macro interrogativi a cui intendono rispondere i seguenti testi, piuttosto recenti: Communitas. Uguali e diversi nella società liquida, libro-intervista del sociologo e filosofo polacco Zygmut Bauman, e La città dei ricchi e la città dei poveri, ultimo saggio dell’illustre urbanista Bernardo Secchi.  
Pur appartenendo ad ambiti disciplinari piuttosto diversi, entrambi gli autori avanzano una riflessione tesa a indagare le dinamiche della post-modernità conservando, come osservatorio privilegiato, la città e chi la abita. Nonostante le loro indagini divergano notevolmente per tematiche e prospettive, è possibile ravvisare dei fili comuni che si rincorrono e si intrecciano, primo fra tutti quello della globalizzazione; tema che, pur restando sullo sfondo, rappresenta la radice dalla quale si dipanano questioni urgenti e ineludibili per il buon vivere nelle nostre città, come le questioni della distinzione, della separazione o della sicurezza.
Come noto, infatti, la globalizzazione ha prodotto e continua a produrre nel tessuto urbano e, di riflesso, nel nucleo comunitario, effetti contrapposti: da un lato l’omologazione che, nelle parole di Bauman, «appiattisce e uniforma il pensiero e il linguaggio» e che si esplica tanto a livello economico quanto a livello culturale nella standardizzazione degli stili di vita; dall’altro la radicalizzazione delle differenze, la cui più evidente manifestazione si situa sul fronte economico e sociale, come fa notare Secchi, ripercuotendosi sulla sfera identitaria della comunità. Quale identità assume, allora, la comunità oggi?
È Bauman a fornire una prima interpretazione; il suo punto di partenza è la distinzione, mutuata da Tönnies, fra comunità e società. Il sociologo tedesco formulava tale distinzione nel lontano 1887, in un periodo di acuta crisi sociale, intravedendo nella transizione dalla vita in comunità alla vita all’interno di una totalità impersonale e astratta come la società, una fase nevralgica dell’evoluzione storica. La comunità, considerata da Tönnies come un concetto arcaico appartenente al passato, sarebbe stata fagocitata dalla società, decapitata per così dire, al prezzo di un elevato costo personale. Bauman, al contrario, evidenzia la complementarietà dei due concetti e, al contempo, la loro inevitabile diversità: «La comunità sopravvive nel locale, nell’ambito in cui si è nati e dove di mantengono i legami forti, gli affetti, la cultura. La società, invece, è totalizzante, sempre più vasta, incontrollabile e pertanto sconosciuta. Ne consegue l’insicurezza e la paura di viverla» (Bauman, p. 15).
La comunità, sostiene Bauman, si differenzia pertanto dalla società e dalla rete, altra grande protagonista del XXI secolo; ad essa vi apparteniamo in quanto precede addirittura la nostra stessa esistenza. Ed è proprio il fatto che sia sempre presente a farci sentire sicuri; non è qualcosa di liquido o fluido ma, al contrario, è ciò che non ci abbandona mai e che resta ad aspettarci ogniqualvolta abbiamo bisogno di fare riferimento al luogo d’appartenenza. In essa guadagniamo in sicurezza e perdiamo, forse, in libertà. Eppure, per garantire sicurezza, la comunità deve necessariamente «registrare tutti coloro che ne fanno parte, prescrivendo delle condizioni il cui mancato rispetto compendia, in ultimo stadio, la punizione e l’estromissione dai suoi confini» (Bauman, p. 32). Si configura, quindi, come dispositivo di inclusione per chi ne fa parte e, conseguentemente, di esclusione per chi ne resta fuori.
Nell’ambito delle trasformazioni urbane, è Secchi a fornirci, a tal proposito, un esempio emblematico: quello delle gated communities, una scelta residenziale e abitativa fra le più comuni nelle città postmoderne e globalizzate. Riservate ai cittadini di reddito elevato e delimitate da recinzioni o mura, questi quartieri restituiscono sicurezza a chi vuole comprarla ad ogni costo. «La gated community è la negazione della città ma diviene rappresentazione spaziale dei caratteri della nuova società e della sua politica di distinzione o, detto in altri termini, di inclusione/esclusione; è luogo di nuove specifiche forme di governance costruite ad hoc e accettate in un patto di mutua solidarietà dai suoi abitanti; è Stato nello Stato» (Secchi, p.37).
Poiché le città contemporanee, come sottolinea Bauman, sono diventate una sorta di bidoni della spazzatura per i problemi causati dalla globalizzazione, i cittadini e i loro rappresentanti prendono in carico il compito di trovare soluzioni locali a contraddizioni globali. Indifese dinanzi al vortice globale, le persone tendono a chiudersi in se stesse e in comunità in cui la tendenza a segregare e a escludere si manifesta nel modo più brutale.
Allo stesso modo, anche Secchi riconosce che nonostante la città sia sempre stata, dagli albori della civiltà urbana, spazio dell’integrazione sociale e culturale, luogo di innovazione e scambio, è anche vero che negli ultimi decenni del ventesimo secolo questa dimensione si è andata via via sfilacciando. La città diventa cioè dispositivo di sospensione dei diritti dei singoli e di loro insiemi. Una potente macchina che, da un lato ha fatto appello all’ideologia del mercato – che si supponeva potesse regolare tutti i processi di formazione e trasformazione della città – dall’altro lato, si è richiamata a una retorica della differenza (etnica, religiosa, linguistica ecc. ) e, di conseguenza, della sicurezza. In quest’ottica il tessuto urbano avrebbe dovuto perdere porosità e permeabilità con l’obiettivo, piuttosto, di proteggere e segregare.
Quali sono allora i dispositivi, come li definisce Secchi, che rendono una città più o meno  egualitaria? Le soluzioni proposte riflettono i diversi campi disciplinari a cui gli autori appartengono.Per Bauman, che affronta la questione dal punto di vista sociologico, il problema arriva dall’esterno ma deve essere risolto sul posto, nel bene o nel male. Occorre, cioè, promuovere il passaggio dalla “città in sé” alla “città per sé”. In altre parole, le città si trovano, volenti o nolenti, a dover fronteggiare le derive di queste nuove problematichenon causate direttamente dalla città ma con le quali le città si trovano, inevitabilmente, ad avere a che fare. Come possono essere gestite? È meglio far vivere persone diverse per origine, cultura, rango nello stesso luogo o, al contrario, tenerle separate? In questo senso, Bauman menziona l’esperienza di Cittàslow come esempio di buona pratica. Si tratta di un movimento che promuove uno sviluppo diverso della città, lento appunto, finalizzato al miglioramento della qualità della vita; un’iniziativa che permette alle città aderenti di imparare le une dalle altre osservando l’esempio di chi fa già parte della rete.
In Secchi invece, che osserva il problema con gli occhi dell’urbanista, anche uno spazio verde può essere luogo di socialità e di integrazione, come pure un sistema di trasporti che interpreti il concetto di accessibilità come diritto alla città. Ciò che l’urbanista deve tenere a mente nel disegno della città resta, per Secchi, l’osservazione del quotidiano che, in passato, ha consentito la messa a nudo di «alcuni paradossi del welfare state instillando il dubbio che le politiche tese a una redistribuzione del benessere finissero col reprimere inutilmente le differenze tra gli individui, i gruppi sociali e i loro stili di vita» (Secchi, p. 61). Un’attenzione, quella alle comuni pratiche quotidiane, propugnata già da Roland Barthes in Comment vivre ensemble, che evidenziava come differenti soggetti sociali fossero indotti, entro comportamenti imposti o da loro scelti, a praticare lo spazio e il territorio urbano con propri “idiorritmi”, ovvero con specifiche temporalità e modi d’uso dello spazio.
Entrambe le proposte non hanno, di certo, la presunzione di voler essere risolutive ma sottintendono entrambe il bisogno di un ritmo diverso da quello scandito dai tempi e dagli spazi obbligati della catena di montaggio quotidiana.
Se, dunque, il concetto di un ritmo privato può sembrarci un obiettivo ancora distante e poco raggiungibile, questo non è sicuramente un buon motivo per rinunciare all’idea del buon vivere insieme.

I LIBRI

B. Secchi, La città dei ricchi e la città dei poveri, Laterza, Roma-Bari 2013
Z. Bauman, Communitas. Uguali e diversi nella società liquida, Aliberti, Roma 2013

ALESSANDRA LUCAIOLI

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