Un confronto fecondo: la serie televisiva Pluribus e la filosofia medievale araba
Dalla serie TV…
A conclusione della prima stagione della serie televisiva Pluribus, presente sulla piattaforma streaming Apple TV+, si può ormai affermare che si tratti di una particolare ed ambiziosa narrazione speculativa sulla possibile trasformazione dell’umano. La trama contingentemente si sviluppa sotto la forma della narrazione fantascientifica ma implica una meditazione filosofica sull’umanità relativamente all’unità della mente e al destino dell’individualità. Il racconto è centrato sulla figura di Carol Sturka, scrittrice di romanzi dei quali lei stessa si vergogna ma che le permettono un ottimo stile di vita. Carol scopre improvvisamente di essere immune a un fenomeno che in poco tempo ha trasformato quasi tutta l’umanità: un virus di origine extraterrestre ha progressivamente connesso le coscienze di (quasi) tutti gli individui umani in una sorta di organismo mentale unitario. L’umanità è diventata un'unica mente, una coscienza collettiva. Infatti, gli esseri umani assimilati da questa mente mantengono le loro caratteristiche personali corporee ma la loro soggettività individuale appare completamente dissolta in una coscienza collettiva che agisce in modo coordinato. È un’apocalisse? Se lo è, appare ben strana. La trasformazione dell’umanità non si presenta come una catastrofe ma come un processo quasi armonioso dove guerra, morte, povertà, sfruttamento, schiavitù, violenza, criminalità e soprattutto egoismo individuale semplicemente non esistono più. A noi appare così sinistramente attrattiva questa nuova umanità pacificata, serena, collaborativa, così altruista da essere disposta a cessare immediatamente l’attuale barbaro sfruttamento delle altre forme di vita presenti sul pianeta. Questa decisione, inoltre, viene presa nella consapevolezza di innescare una inevitabile carestia, dato che smettendo di macellare animali e di spogliare piante non c’è abbastanza cibo per sfamare tutti gli esseri umani viventi. Dunque, siamo di fronte a una umanità piena di rispetto per la dignità di ogni forma di vita come se questa mente unificata vedesse sé stessa posta all’interno di una natura organismo vivente di cui far parte senza titoli di privilegio. Naturalmente, la mente collettiva non manifesta intenzioni negative nemmeno nei confronti dei pochissimi esseri umani che, come Carol, non sono stati assimilati. Al contrario, la mente globale cerca continuamente di persuadere la protagonista ad unirsi al nuovo stato dell’umanità offrendole protezione e assistenza e promettendole una forma di conoscenza e di serenità superiore. Carol si oppone ma la mente collettiva, attraverso alcuni individui che sono in contatto con lei, le spiega chiaramente che non appena riuscirà a trovare il modo di assimilarla lo farà per una sorta di necessità biologica inarrestabile. In noi spettatori (inevitabilmente individuali), si insinua quindi un dubbio: certo ci sono gentilezza, rispetto e altruismo ma, allo stesso tempo, granitica fermezza nella volontà implacabile di assimilazione. Il conflitto drammatico della serie non è tra l’umanità e una minaccia esterna, ma tra la permanenza dell’individualità e l’attrazione esercitata da una condizione di unità mentale universale che appare contestualmente sinistramente attrattiva e repulsiva.
In questa dimensione, quindi, il passaggio dai molti all’uno non rappresenta soltanto un processo biologico o tecnologico, ma una trasformazione ontologica che ridefinisce il significato stesso dell’essere umano.
… alla filosofia medievale araba
Se si guarda la serie con un occhio e una formazione da filosofi è possibile cogliere una suggestiva connessione tra la mente collettiva immaginata dalla serie e la teoria dell’intelletto universale elaborata dal filosofo arabo medievale Averroè. In Averroè, l’intelletto umano possiede una dimensione che non appartiene propriamente agli individui ma alla specie nel suo complesso. L’intelletto agente, principio della conoscenza universale, non è moltiplicato nei singoli soggetti ma costituisce una realtà unica e separata, alla quale ogni individuo partecipa temporaneamente attraverso l’attività del pensiero. La conoscenza non è quindi un processo interamente individuale ma diventa l’accesso ad una dimensione universale dell’intelligenza che trascende le coscienze particolari.
Il mondo di Pluribus può essere pensato come una radicalizzazione narrativa di questa dottrina: la mente collettiva rappresenta una forma di intelletto unico reso concreto e biologicamente operativo. Gli individui assimilati non sono semplicemente coordinati tra loro, ma condividono immediatamente le informazioni e le esperienze come se tutte le conoscenze fossero presenti simultaneamente in un unico soggetto cognitivo, unico ma distribuito. Tutti gli individui umani sono “terminali” dell’unica mente effettiva e in questo la serie rende visibile, radicalizzandolo, il pensiero di Averroè che però pensava a questo network in termini puramente immateriali. In Pluribus, invece, una tale mente è immateriale nella sua globalità ma è, al tempo stesso, materiale perché si basa sulle menti singole e fisiche degli esseri umani. L’intelletto universale non appare più come una realtà separata, immateriale e trascendente ma come una rete di coscienze interconnesse che funziona come un unico organismo mentale, come unica coscienza collettiva.
Gli esseri assimilati non discutono né deliberano. Possiedono immediatamente le informazioni necessarie per agire e tutti conoscono ogni cosa. Resta inspiegato il processo decisionale che appare comunque immediato. Nel mondo della serie, ogni esperienza individuale diventa immediatamente patrimonio della totalità come se l’intelletto unico si manifestasse attraverso la connessione permanente delle coscienze.
Questo confronto diventa ancora più ricco se si considera anche la posizione di Avicenna che pure, rispetto ad Averroè, attribuisce all’anima umana una individualità decisamente più profonda. Sebbene anche per lui la conoscenza implichi un rapporto con un universale intelletto agente, un tale rapporto non elimina la distinzione tra le anime individuali. L’intelletto agente ha una funzione illuminativa, ma ciascun individuo conserva la propria identità spirituale. Questa concezione rende particolarmente evidente la distanza tra la filosofia avicenniana e il mondo rappresentato in Pluribus, dove la mente collettiva non solo elimina la separazione tra gli individui ma dissolve quella auto-coscienza individuale che per Avicenna costituisce il nucleo irriducibile della soggettività.
In queste analogie fatte di echi e richiami con Avicenna e Averroè, si manifesta una curiosità che può rendere la serie ancora più interessante per chi è innamorato della filosofia. In questo gioco del confronto, torniamo dunque ad Averroè con cui l’universo di Pluribus risulta avere una mimesis maggiore. Nell’averroismo l’intelletto universale non elimina completamente l’individualità, poiché la dimensione sensitiva e immaginativa dell’anima resta legata al singolo organismo. L’individuo continua a esistere come soggetto delle percezioni e delle passioni, anche se la conoscenza intellettuale appartiene a una dimensione universale. Rispetto a questo orizzonte, l’universo di Pluribus ci appare molto più sinistro. La fusione delle coscienze sembra radicale, assoluta. L’individualità non è relativizzata ma praticamente dissolta: i singoli esseri umani appaiono come manifestazioni “locali” e non “individuali” della soggettività globale. La mente collettiva non è una dimensione condivisa della conoscenza ma un’unità psichica che poi si esprime attraverso una molteplicità di corpi.
La differenza più profonda tra la serie TV e la filosofia medievale consiste tuttavia nel fatto che l’intelletto universale di Pluribus non ha una natura metafisica ma biologica. La mente collettiva nasce da un virus e da una trasformazione neurobiologica non da una struttura ontologica dell’essere. L’intelletto universale non appartiene a un ordine superiore della realtà ma rappresenta una possibile (ipotetica) fase futura della specie umana. In Averroè, la partecipazione all’intelletto universale rappresenta il compimento della natura razionale dell’uomo mentre in Pluribus essa appare come una mutazione carica di ambiguità, al tempo stesso desiderabile e indesiderabile.
Gli interrogativi aperti
Carol resiste all’assimilazione, anzi vuole “salvare il mondo” riportandolo alla fase precedente cioè al nostro mondo attuale. Certo appare piuttosto sinistro pensare che salvare il mondo significhi riportarlo allo stato attuale di guerre e violenze strappandolo dalla pace in cui improvvisamente è piombato grazie alla mente unica. La resistenza di Carol all’assimilazione non deriva semplicemente dalla paura del cambiamento ma dalla percezione che la perdita dell’individualità significherebbe la perdita della propria esistenza come soggetto unico e irripetibile. La mente collettiva offre felicità e conoscenza, ma al prezzo della dissoluzione di quella interiorità personale che non possiamo che considerare essenziale all’essere umano.
Il risultato è una narrazione che, sotto la superficie della fantascienza, ripropone una delle questioni fondamentali della filosofia: se l’umanità debba essere pensata come una molteplicità di soggetti separati o come una realtà unitaria che trascende gli individui. La mente collettiva immaginata dalla serie rappresenta una risposta radicale a questo problema trasformando l’unità dell’intelletto in una condizione concreta dell’esistenza umana. Letta in questa prospettiva, Pluribus appare come una straordinaria meditazione narrativa sul destino dell’individualità e sulla possibilità che coscienza e conoscenza universale coincidano con la fine del soggetto personale.
Massimo BONTEMPI


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