SOLONE e CRESO
La felicità, la ricchezza, la tyche, la morte: queste sono le tematiche che emergono dal testo erodoteo, riguardo il dialogo fra Solone e Creso su cui si è concentrata l’attenzione nel corso della Giornata di Studi dal titolo Solone e Creso: variazioni letterarie, filosofiche e iconografiche su un tema erodoteo, svoltasi presso l’Università degli Studi di Macerata lo scorso 10 marzo e organizzata dalla Professoressa Luisa Moscati, docente di Storia Greca presso lo stesso Ateneo.
Mentre in Erodoto il tema della fine, della morte, va inteso come il termine della vita, nella società odierna, erede di duemila anni di Cristianesimo, la fine è l’inizio di un’altra vita considerata come l’inizio della vita “vera”, fa notare il professor Filippo Mignini, Direttore del Dipartimento di Studi Umanistici, che ha aperto i lavori. La dottoressa Jessica Piccinini, che ha riferito il contributo del Professor Leone Porciani, mette in luce i diversi problemi che sussistono sul piano cronologico riguardo i personaggi di Solone e Creso. Le fonti confermano che Solone visse fra il VII e il VI secolo a.C (640-560), ma non ci sono date precise e questo crea difficoltà riguardo l’incontro con Creso che dovrebbe avvenire circa nel 560 a.C. Questa, almeno, è la data proposta da Erodoto che, però, non disponeva di dati precisi. Alla domanda di Creso rivolta a Solone su chi egli ritenesse l’uomo più felice, la risposta è: “Tello di Atene”. Quest’ultimo, infatti, aveva avuto dei figli sani ed era morto gloriosamente in battaglia. Dopo di lui, stando sempre a Solone, gli uomini più felici furono Cleobi e Bitone, due fratelli argivi morti gloriosamente per grazia di Atena, dopo aver trasportato la madre alla festa di Era. Creso rimane sorpreso e contrariato poiché questi uomini erano semplici cittadini; lui, invece, era il re della Lidia e, per di più, era ricco oltre ogni modo. Già da questa contrapposizione emerge come la ricchezza non costituisca un requisito fondamentale per la felicità, secondo Solone, mentre ad essere fondamentale è il fatto di vedere se Creso abbia terminato bene il suo tempo. Solone sostiene che in vita si può essere fortunati e non felici; Creso, al contrario, ritiene Solone uno sciocco per aver trascurato i beni presenti. La tematica dell’instabilità della sorte è, in questo quadro, preponderante: infatti Creso, da una parte incarna un modello di monarca assoluto, circondato dal possesso d’ingenti ricchezze, dall’altra rappresenta un uomo che ha vissuto un’esistenza difficile, sconfitto e imprigionato da Ciro.
Molto presente, all’interno del testo erodoteo, è anche il tema dell’autarkeia , che nelle Storie indica la completezza delle risorse, mentre solo dopo Democrito indicherà la capacità di essere autosufficiente. In questo senso risulta essere molto importante la dimensione politico-sociale: infatti Atene, in quel periodo, è una città fiorente in ambito commerciale. Non bisogna dimenticare, inoltre, come fa osservare la professoressa Francesca Gazzano, che Solone è uno dei Sette Sapienti e proprio Erodoto scrive che egli fu accolto da Creso in qualità di sapiente e non di legislatore. I Sette Sapienti, d’altro canto, erano legati all’oracolo di Delfi, e dunque erano portatori di una “sapienza apollinea”. Un proverbio del filosofo greco Zenobio è “ Meglio il Frigio (Mallon o Phryx)”: queste parole sarebbero quelle pronunciate da Creso riferendosi ad Esopo, il quale lo adulava affermando, “o re, tu avanzi gli uomini tutti in felicità, quanto il mare avanza i fiumi”. Esopo è portatore di una sapienza popolare ed era definito “Frigio”. La figura di Creso è bifronte: infatti, da una parte, la sua immagine sembra riassumere la cultura greca e la cultura orientale, dall’altra, però, è estranea alla medietas greca, come viene mostrato dal suo stile di vita. Creso sceglie l’adulazione di Esopo, esclude la sapienza apollinea, che guarda alla verità, a scapito della sapienza popolare. Da ciò deriverebbe il proverbio “meglio il Frigio”. L’incontro fra i due assurge a manifesto della sapienza e della forma mentis greca incarnata in Solone, di contro ai “limiti cognitivi” che Creso rivela, ossia la presunzione di ritenersi il più felice e, per di più, di poter essere considerato tale grazie alla sua ricchezza.
La professoressa Arianna Fermani pone l’attenzione sul tema dell’eudaimonia nella concezione soloniana e nella concezione aristotelica soffermandosi su alcuni passi dell’ Etica Nicomachea: Aristotele sostiene che bisogna partire dagli endoxa per la sua ricerca della felicità e l’endoxon di Solone è significativo perché per lui, come per Aristotele, la felicità dev’essere stabile e duratura. Si noti un fatto curioso: in Aristotele il lemma “Solone” compare almeno quaranta volte mentre il lemma “Creso” una sola volta, nella Retorica. La ricchezza costituisce, ad avviso di Aristotele, un ingrediente importante se usata come mezzo e non come fine. Aristotele condivide con Solone anche la pluralità dei modelli di felicità. In entrambi, infatti, la felicità si declina al plurale: Solone parla di una felicità prima, ottima, che è quella di Tello, e poi di una felicità seconda che corrisponde a quella dei fratelli argivi, buona ma non ottima, appunto. Il sostenere, da parte di Solone, che la felicità si consegue quando si è in punto di morte rappresenta, invece, il punto di distacco dalla visione aristotelica. Lo Stagirita concepisce infatti la felicità come attività dell’anima secondo virtù, un’attività da compiere nel corso della vita per arrivare ad un’eudaimonia stabile, duratura ma non statica. La professoressa Luisa Moscati fa notare la nuova dimensione in cui entra il Solone erodoteo nell’età augustea: la figura di Creso rimane stabile mentre Solone diventa un personaggi filosofico. Nella visione erodotea Solone non disdegna la ricchezza in quanto tale. La ricchezza, infatti, certamente è utile per il conseguimento della felicità se non se ne abusa. Un Solone “diverso” è quello raccontato da Plutarco e da Diodoro: un Solone che rispecchia l’etica cinica, secondo cui la ricchezza si misura nei beni interiori orientati dalla saggezza e non nei beni esteriori, materiali. Le ragioni del successo del dialogo Solone-Creso possono essere rintracciate nella fama dello storico Erodoto e nella tematica della felicità, che costituisce un vero e proprio topos.
La professoressa Silvia Fiaschi analizza la fortuna erodotea nell’umanesimo, fortuna che inizia con la lettura in lingua originale delle opere degli storici greci. Petrarca afferma che Erodoto è “muto” perché non ci sono fonti che lo citano. Guarino Veronese operò la prima traduzione di Erodoto, direttamente dal greco, negli anni 1414-1416 ma, disponendo solo di un’edizione incompleta dell’opera erodotea, tradusse soltanto settantuno capitoli; nel 1426 ne troverà un’edizione completa grazie a Giovanni Aurispa e se ne servirà per correggere gli autori latini. Gli umanisti sono d’accordo con la tradizione greca circa il fatto che la ricchezza non è un male ma dev’essere gestita con moderazione. La professoressa Manuela Martellini mette in evidenza come, nella letteratura italiana del rinascimento, sono presenti i temi erodotei. Secondo l’ottica rinascimentale il tema della fortuna sorregge l’intera struttura del dialogo fra Solone e Creso, tema che verrà ripreso da Machiavelli e Gucciardini. Entrambi questi autori sono d’accordo con l’idea che il momento della morte decide della felicità umana. Altra tematica di eredità erodotea è quella che riguarda la ricchezza: Machiavelli, e con lui tutta la letteratura rinascimentale, sostiene che il denaro può costituire uno strumento pericoloso in ambito politico poiché può condurre alla corruzione. Machiavelli scrive, nei Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio, che “la guerra si fa col ferro e non con l’oro; chi ha più ferro vince”. La ricchezza è necessaria ma non sufficiente per la felicità. Da Erodoto al Rinascimento le due idee fondamentali che emergono sono: 1) la felicità è nelle mani dell’uomo e nella fortuna; 2) l’uomo può essere artefice della propria felicità tramite la virtù, che è stabile, a differenza dei beni materiali. La formula che permette il raggiungimento della felicità, secondo Machiavelli, sarebbe costituita dall’azione, unita al fondamentale binomio fortuna/sorte.
La professoressa Patrizia Oppici propone un’interessante riflessione riguardo gli echi che il dialogo fra Solone e Creso ha avuto nella letteratura francese: una fondamentale rivisitazione di questo avvenimento è quella che ci offre Montaigne nei Saggi. “Bisogna giudicare la felicità solo dopo la nostra morte”, scrive Montaigne, ritenendo che la morte sia il supremo rivelatore dell’indole di ogni individuo. La sorte, infatti, può mutare sempre, come accadde a Creso. Montaigne sostiene che il dialogo erodoteo abbia una forte valenza pedagogica, come mostra anche il fatto che esso faceva anche parte dei libri storici per bambini. La morte è definita come essai della vita, ovvero come ciò che fa gettare la maschera, come giudice supremo dell’esistenza. In realtà, nessuno dei pensatori dell’età dei lumi fa riferimento al dialogo erodoteo, fatta eccezione per Montaigne e Voltaire. Questo perché i Philosophes difendono gli influssi positivi del lusso. L’intervento del professor Roberto Cresti pone l’accento sulla dimensione della caducità dell’uomo e del pessimismo che deriva dal rapporto Solone-Creso e Creso-Ciro. Ne consegue l’idea di un’umanità che non risparmia nulla. Tutte le storie di Erodoto si basano su un arcipelago di miti e archetipi, come accade anche nella vicenda di Creso. La vita è vista come qualcosa d’imprevedibile. Creso si affida più volte al dio Apollo ma sembra venire sempre osteggiato dalla divinità, tranne quando il dio lo salva dalla pira.
La professoressa Luciana Gentilli, inoltre, ha mostrato la varietà e la fortuna che ha avuto il passo erodoteo nella letteratura spagnola. In particolare emerge la centralità della figura di Creso il quale, solo quando sta per essere bruciato sulla pira, comprende la lezione di Solone, rinunciando alla propria ybris e avviandosi a un perfezionamento morale. Emerge, dunque, in questa lettura del dialogo erodoteo, il tema della redenzione. Inoltre la tradizione spagnola sostiene, forse con indebite traslitterazioni, che è proprio qui che s’intravede un embrione del passaggio dal paganesimo al cristianesimo. Infine la professoressa Carla Carotenuto analizza le posizioni di due autori italiani di età recente, Alberto Albertini e Giovanni Mariotti, ognuno dei quali ha scritto un’opera intitolata Creso: Albertini vuole porre al centro la vicenda di un sovrano che pensa di essere un privilegiato e poi scopre, invece, di essere uno dei tanti. Centrale è la figura di Esopo perché il romanzo di Albertini non riporta il dialogo fra Solone e Creso ma ne opera una ricostruzione. La storia, in questa rilettura, viene modificata: infatti il rogo non viene appiccato da Ciro ma dallo stesso Creso, anzi è proprio Ciro che poi lo salva proponendogli di collaborare con lui. Creso si rende conto che, in una situazione così difficile, è ancora possibile trovare la felicità, la salvezza. Il romanzo termina con la morte di Creso che, mentre sta per esalare l’ultimo respiro, guarda la natura e vede nelle stelle i suoi familiari che lo chiamano. Anche nel Creso di Mariotti si assiste ad una tensione. Qui Creso cerca di raggiungere una propria moralità. Il romanzo si apre quando Creso sale al trono della Lidia e termina con l’immagine di Creso che viene imprigionato. Anche in questo caso Creso, prima di morire, riflette sui temi della felicità e della natura.
Riccardo Tassi e Leonardo Russino


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