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NO OTHER CHOICE - Recensione

Il primo gennaio del 2026 approda nelle sale cinematografiche il film No other choice, già adattamento del romanzo di Donald E. Westlake The Ax (1997). Il lungometraggio, diretto e prodotto dal regista sudcoreano Park Chan-wook[1], racconta la storia di Yoo Man-soo, dirigente specializzato presso l’azienda cartaria Solar Paper, il quale, dopo oltre venticinque anni di ineccepibile servizio, viene licenziato nel momento in cui una ditta americana acquista l’azienda e procede al taglio del personale[2]. Il film sembra seguire fin da subito la tipica trama dell’eroe letterario che, di fronte all’imprevisto, è costretto a reinventarsi e a trovare i mezzi necessari per ripristinare la sua iniziale situazione di fortuna che, in realtà, è solo fittizia. Infatti, Man-soo rincorre costantemente quella modesta forma di felicità che il capitalismo concede ai suoi migliori discepoli: una casa confortevole, una famiglia apparentemente serena e un impiego abbastanza stabile da permettergli di credersi padrone della propria esistenza. Convinto di poter trovare un nuovo lavoro entro tre mesi, Man-soo affronta colloqui, umiliazioni e rifiuti, mentre la famiglia è costretta a rinunciare progressivamente alle proprie (confortanti) abitudini: l’abbonamento a Netflix, le lezioni di musica della figlia Ri-one, gli incontri di tennis della moglie Mi-ri, la fedele coppia di cani che verrà portata via. Si evince subito che la perdita dell’impiego non rappresenta soltanto un problema economico perché il piano su cui si sviluppa il film è un altro: in un sistema turbocapitalista in cui la risposta alla domanda nietzschiana del “Chi sei?” passa inevitabilmente col confessare il proprio ruolo lavorativo, Man-soo, a seguito del licenziamento, perde la sua identità di marito, padre e individuo socialmente riconosciuto. Ecco, dunque, la prima critica cui ci inchioda il film: se l’essere coincide pericolosamente e unicamente con il produrre, chi non lavora rischia di non sapere più chi sia.

È proprio a questo punto della storia che l’eroe si deforma, cambia i propri connotati e si appiattisce in un puro carnefice con il quale diventa (quasi) impossibile empatizzare. Di fronte a candidati più qualificati di lui, Man-soo elabora una soluzione tanto freddamente razionale quanto moralmente condannabile: pubblica una falsa offerta di lavoro per individuare i propri concorrenti e decide di eliminarli fisicamente – appunto, no other choice. In perfetto stile drama comedy, l’omicidio diventa una singolare strategia occupazionale, sebbene il nostro protagonista non possieda davvero fino in fondo il cinismo di cui ha bisogno. Nel suo tragicomico percorso verso l’autoaffermazione, Man-soo esita, sbaglia, improvvisa e scopre nelle proprie vittime uomini fragili quanto lui, ugualmente schiacciati dal bisogno di essere utili – e di sopravvivere. Nel finale del film, dopo aver trovato un nuovo impiego nell’industria cartaria, è convinto di essere riuscito a sconfiggere il sistema, non rendendosi però conto del fatto che ne è diventato la più fedele vittima: un dipendente che, ogni volta che aveva la possibilità di scegliere, ha sempre agito come se non ci fosse alcuna alternativa finendo per sacrificare se stesso e le proprie relazioni. Non a caso, il film termina comunque in modo spietato: nella scena finale, quando Man-soo fa ingresso nella nuova azienda, è circondato da robot (l’ingresso dell’AI nel mercato del lavoro) che hanno reso superflui proprio quei lavoratori per cui ha sacrificato ogni residuo morale.

A questo punto, la domanda sorge spontanea: come interpretare un film che nella stessa Corea del Sud, a fronte degli straordinari incassi di USA ed Europa, si è rivelato essere un (quasi totale) disastro?

Dal punto di vista filosofico No Other Choice ci interroga su almeno tre livelli.

Il primo, di più facile lettura, riguarda la trama stessa del film, che intende essere fin da subito un’opera di critica – e insieme di satira – nei confronti della società capitalista in cui viviamo. Nel protagonista, si possono quindi rintracciare alcuni archetipi: Man-soo è oltre l’Odisseo di Horkheimer e Adorno[3], perché, pur essendo un eroe borghese che sfrutta a pieno la propria metis (=astuzia), non è comunque in grado di dominare e il sacrificio ha sempre la meglio su di lui; allo stesso tempo, alcuni tratti del personaggio ci fanno inevitabilmente pensare all’animal laborans arendtiano[4] che, secondo la lettura proposta dalla filosofa, nella modernità ha finito per ridurre l’essere umano a mero consumatore di piaceri effimeri e lavoratore intrappolato in un ciclo sempre identico a se stesso con il solo scopo della sopravvivenza; allo stesso tempo, è intuitiva anche la sovrapposizione con la critica di Weil al marxismo[5]. No other choice, infatti, è il perfetto esempio di come la rivoluzione materiale e industriale invocata da Marx da sé non basti a superare il capitalismo se prima non si ripensa il senso del lavoro stesso. A tal proposito, il film non ha certamente la pretesa di immaginare una società post lavorista ma sicuramente fa da specchio a un presente in cui lavorare, nella maggior parte dei casi, significa a malapena sopravvivere.

Un secondo livello riguarda il piano del simbolismo: oggetti ricorrenti nel film, come la pistola ereditata da Man-soo dal padre, le piante curate all’interno della serra della casa e il violoncello della figlia sono elementi sporadici ma che godono di una certa centralità all’interno del film. Infatti, parallelamente alla trama, c’è un susseguirsi di storie e di tematiche che vanno ben oltre i singoli personaggi: la pistola, arma usata da Man-soo per quasi tutti gli omicidi commessi, gli è stata donata dal padre come cimelio della guerra del Vietnam. Questo testimonia il passaggio da un colonialismo americano di tipo occupazionale a uno di tipo economico-culturale. A riprova di ciò, basti pensare al fatto che il film si apre con una scena da classico american dream in cui la famiglia di Man-soo è completamente immersa in una tipica grigliata domenicale (ma cosa c’è di coreano nella pratica del backyard barbecue?) o ancora al fatto che, quando a Man-soo viene notificato il licenziamento, la sua prima preoccupazione riguarda il dover disdire il proprio abbonamento a Netflix[6].

Altro simbolo significativo è rappresentato dalle piante, che fanno sempre da sfondo alle scene decisive del film. A tal proposito, si assiste a una climax discendente, motivata da un progressivo distacco da parte di Man-soo nei confronti della natura: se, all’inizio, il film è ambientato in aree naturali, successivamente è il contesto industriale a farsi spazio e a imporsi come unico scenario fisso. La dimensione ecologica – e quindi il tema scottante della giustizia ecologica – viene ridotta a una questione privata, ravvisabile dal fatto che l’unico gesto di cura da parte di Man-soo nei confronti del mondo naturale riguarda l’attenzione maniacale riservata al bonsai conservato nella serra della propria casa.

Infine, il terzo livello, tanto immediato quanto affatto scontato, riguarda l’estetica stessa del film: le luci soffuse in grado di inchiodare i pensieri dei personaggi nel pubblico spettatore; l’ambientazione autunnale sempre in perfetta sintonia col ritmo della trama; la musica struggente che lascia spazio a improvvisi motivetti heavy metal. Si tratta di elementi affatto secondari, costruiti ad hoc non solo per introdurre passo dopo alle vite e alle storie dei personaggi ma con una precisa movenza “filosofica” che si può racchiudere nella formula “non marginalità del marginale”: se, come sostiene bell hooks[7], è nella terra anomica del margine che si sviluppa un modo nuovo e diverso di vedere la realtà, questo è confermato proprio dagli elementi sopracitati.

Si aggiunga a ciò l’equilibrato rapporto tra dimensione orizzontale e dimensione verticale della regia. Infatti, se da un lato la trama sembra scorrere principalmente sul piano orizzontale delle relazioni – famiglia e lavoro – è in realtà la macchina da presa a indicarci dove guardare davvero: le riprese dall’alto, gli zoom su Man-soo e la scelta del regista di comprimere lo spazio verticale sono tutte scelte che, da un lato, servono a schiacciare ulteriormente il protagonista nella sua claustrofobica guerra orizzontale; dall’altro, ci ricordano che il vero protagonista del film è il giudizio che il pubblico spettatore ha nei confronti del suo (mancato) eroe e delle scelte con cui ogni giorno conviviamo.

Agli occhi di chi scrive, No other choice è un film profondamente filosofico non tanto per i temi trattati, quanto per le modalità in cui sono in grado di raggiungere la platea. Quasi come se stessimo leggendo un’opera di Husserl[8], gli elementi si rivelano a se stessi e ci ricordano l’importanza di immaginare futuri utopici quando il presente sembra più che mai privo di quella latenza del possibile[9] che caratterizza ogni tentativo di resistenza e trasformazione della realtà.

 



[1] Park Chan-wook (Seul, 1963), regista e sceneggiatore sudcoreano. Formatosi in filosofia, disciplina che influenza la profondità etica delle sue opere, è un autore di culto del cinema contemporaneo, celebrato a livello internazionale per il suo stile visivo ricercato e i suoi thriller psicologici.

[2] In perfetta sintonia col titolo e la trama del film, è molto interessante notare che il verbo coreano 목이 잘리다, usato per indicare il licenziamento, si traduce letteralmente con “tagliare il collo”.

[3] Cfr. M. Horkheimer, T. W. Adorno, Dialettica dell'illuminismo (trad. di R. Solmi), Torino, Einaudi, 2010.

[4] Cfr. H. Arendt, Vita activa, (trad. di S. Finzi), Milano, Bompiani, 2017.

[5] Cfr. S. Weil, La condizione operaia, (trad. di F. Fortini), Milano, Edizioni di Comunità, 1980.

 

[6] A tal proposito, è degno di nota il fatto che l’attore Lee Byung-hun, Man-soo in No other choice, sia lo stesso presente nella serie Squid game, celebre colosso di Netflix.

[7] Cfr. bell hooks, Choosing the margin as a space of radical openness in «Framework: The Journal of Cinema and Media», n. 36, 1989, pp. 15-23.

[8] Cfr. E. Husserl, Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica, Torino, Einaudi, 2002.

[9] Cfr. C. Danani, «Utopia: critica e progetto». Iride, n. 2 (2023), pp. 513  -527. 

Gioia CECCARELLI

inAteneo

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