La SPINA nella carne: disperazione e salto MANCATO ne “Il Giorno dell’Ape” di Paul Murray
«Nel paese vicino, un uomo aveva ucciso la famiglia. Aveva inchiodato le porte perché non uscisse nessuno».
Questo è l’incipit de Il Giorno dell’Ape di Paul Murray, e questa scena, asciutta e brutale, non abbandona mai il lettore. Come un sottofondo rumoroso, accompagna ogni pagina, ogni dialogo, ogni silenzio della famiglia Barnes, protagonista delle vicende narrate, costringendoci a una domanda scomoda, ma elementare: che cosa trasforma una famiglia apparentemente comune in una trappola mortale?
Non si tratta di gesti estremi o di drastiche manifestazioni di violenza, ma di un lento, inesorabile, disfacimento.
Ambientato nell’Irlanda post-crisi del 2008, il romanzo racconta la storia dei Barnes dal punto di vista di ognuno: Dickie, che invece di affrontare il fallimento della concessionaria di famiglia costruisce un bunker; Imelda, che vende gioielli su ebay come strascico di una vita perduta; Cass, adolescente dalle velleità letterarie che sogna di diventare poetessa; e il piccolo PJ, che osserva tutto con occhi troppo consapevoli. Ma sotto la superficie della crisi economica, sotto l’inestricabile intreccio tra oikos (famiglia) e oikonomia (economia), Murray scava ancora più in profondità. Il vero fulcro del suo scritto è la disperazione, quella che Søren Kierkegaard definiva “malattia mortale”: l’incapacità di essere sé stessi, il rifiuto del salto nel vuoto, la fuga in rifugi o bunker interiori che proteggono solo dalla verità.
Per questo, leggere “Il Giorno dell’Ape” unicamente come romanzo sulla crisi sarebbe riduttivo. Si tratta piuttosto di una indagine filosofica sul tempo che non passa, sui segreti taciuti e su quella spina nella carne, la puntura dell’ape nel titolo, che non si può rimuovere, ma solo imparare a tollerare.
La crisi economica che accompagna la narrazione non è l’origine del dramma dei Barnes, ma il suo detonatore. Il crollo finanziario agisce parimenti a un solvente che scioglie la vernice superficiale della normalità borghese, rivelando un blocco temporale ben più antico e profondo. I protagonisti non abitano il presente, ma ne sono costantemente sfrattati in forza di un passato non ancora elaborato che sequestra ogni loro pensiero, come uno spettro senza pace.
Filosoficamente, la struttura stessa del romanzo richiama questa paralisi, riprendendo il concetto kierkegaardiano di “ripetizione”. Per Kierkegaard, la vera ripetizione è un movimento in avanti, il gesto con cui la coscienza prende possesso del passato per aprirsi al futuro attraverso una scelta etica. I Barnes, al contrario, vivono una regressione patologica nella ripetizione. Ogni loro atto è un tentativo di aggirare il trauma originario: per Imelda, il fantasma mai sepolto di Frank, il fidanzato storico scomparso precocemente; per Dickie, la dolorosa rimozione delle proprie verità giovanili e un’omosessualità repressa per compiacere le aspettative paterne. Murray svela i segreti di famiglia seguendo una spirale. Il passato viene rivelato un frammento alla volta, dimostrando che i segreti sono forze cinetiche attive, fagocitate dal presente.
Diventati prigionieri di ciò che hanno negato e rimosso, ossessionati dal mantenimento di una facciata sociale degradata, i personaggi si scoprono incapaci di creare futuro. Il domani è precluso perché il presente non è che la ripetizione, coatta e claustrofobica, degli stessi identici errori.
Ogni tentativo di fuga non fa che confermare la solidità delle loro catene. Ogni componente della famiglia Barnes incarna una sfumatura diversa della struttura della disperazione di Kierkegaard: l’oscillazione tra il voler essere sé stessi (nella modalità della costruzione illusoria) e il non volerlo essere (nella forma della passività e della rimozione). Murray separa i punti di vista proprio per mostrare come, la frammentazione dell’io, produca solitudini specularmente incapaci di comunicare.
L’emblema di questa malattia identitaria è Dickie: di fronte al fallimento economico e all’imminente collasso delle sue bugie, si isola nel bosco a costruire un bunker anti atomico che diventa la simbologia perfetta di una fortezza interiore; Dickie sta effettivamente cercando di salvarsi dalla propria verità, costruire il bunker significa tentare di controllare il caos esterno pur di non sprofondare in quello del proprio io rimosso.
Imelda, d’altro canto, vive il dramma di chi si smarrisce nella finzione. La sua vita è ridotta a una selva di feticci, i gioielli venduti online, nella speranza che possano ancorarla a uno status e a un passato idealizzato. Imelda vive il proprio corpo come trincea e merce, incapace di guardare oltre il trauma che l’ha consegnata a un matrimonio non voluto. Questo paradigma di paralisi infetta inevitabilmente anche la generazione successiva, dove la disperazione si fa precoce smarrimento. Cass flirta con l’autodistruzione adolescenziale, mascherando con la poesia il terrore di dover replicare il destino materno e l’impossibilità di trovare un terreno solido su cui edificarsi. Infine, il bambino PJ, sperimenta la pura angoscia dell’abbandono. Attraverso i suoi occhi è mostrata la tristezza più tragica: quella di chi è troppo consapevole del degradamento circostante ma non possiede ancora le parole utili a dargli un nome. Nessuno dei quattro può tendere una mano all’altro, perché troppo impegnato a sorreggere il peso della propria identità in crisi. È in questa paralisi comunicativa e temporale che si prepara la scena finale del testo, dove il dramma e il discorso filosofico giungono al loro estremo punto di rottura.
Nel lungo e tesissimo epilogo, le traiettorie dei Barnes si incontrano bruscamente verso il bosco, intorno al bunker di Dickie, sotto una pioggia torrenziale che sembra volerli spogliare di ogni finzione. È qui che l’autore ci riporta di fronte allo spettro evocato dalle primissime righe: la minaccia dell’uomo che inchioda le porte della propria casa. Il finale si gioca tutto su questo spaventoso bilico, flirtando con la possibilità della definitiva tragedia domestica.
Da un punto di vista kierkegaardiano, questo incontro nel bosco rappresenta il momento del “salto”. Quando il rifugio interiore crolla e le bugie non sono più sufficienti a contenere il passato, l’individuo si trova nudo nell’abisso della propria nullità. A questo punto le vie d’uscita sono due: il salto distruttivo nella follia, ovvero la violenza cieca che sigilla ogni porta, o il salto etico e liberatorio verso la verità, che richiede il coraggio di mostrarsi all’altro nella propria reale essenza.
Murray sceglie di non regalare al lettore una risoluzione consolatoria, lasciando il finale sospeso su una soglia di lacerante ambiguità. Questa sospensione non è meramente stilistica, ma l’estremo atto di responsabilità imposto a chi legge.
“The Bee Sting” (il titolo originale inglese) si palesa così non come cronaca di una condanna inevitabile, ma come la scansione di una ferita necessaria. La spina nella carne non può essere rimossa e la puntura dell’ape fa male; eppure è proprio quel dolore l’unico sussulto capace di risvegliare i Barnes dal sonno della disperazione, costringendoli e costringendoci a scegliere se morire dentro un bunker di menzogne o rischiare il salto per ricominciare a vivere.
Giusy CINQUEPALMI, Studentessa in Scienze filosofiche, UniMc


ISCRIVITI