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La bellezza della COMPLESSITA'. Studi su PLATONE e dintorni

Mercoledì 20 febbraio 2019 presso la Sezione di Filosofia dell’Università di Macerata, si è svolto l’incontro di presentazione del nuovo libro di Maurizio Migliori, La bellezza della complessità, Studi su Platone e dintorni, Petite Plaisance, Pistoia 2019, organizzato in collaborazione con la Società Filosofica Italiana – sezione di Macerata. Sono intervenute, insieme all’Autore, le professoresse Lucia Palpacelli e Marina Fedeli.

Dopo i saluti e l’introduzione della Presidente della sezione maceratese della SFI, prof.ssa Arianna Fermani, la Palpacelli ha esordito presentando il volume. Si tratta di una raccolta di articoli su Platone e altri filosofi antichi (Eraclito, Gorgia, Zenone, etc.), alcuni dei quali sono inediti, mentre altri sono ormai quasi introvabili. Il volume è il numero 100 della prestigiosa colonna “Il giogo”, diretta da Luca Grecchi, il quale, nella introduzione al libro, sottolinea il carattere poliedrico di questo testo, che rispecchia la personalità dell’Autore: «Migliori infatti è sia un teoretico, sia un etico, sia uno storico, come in un certo senso lo erano anche Platone ed Aristotele» (p. 8). In effetti i testi hanno una ricchezza di contenuti che permette al lettore di compiere diversi discorsi e di riflettere a vari livelli di approfondimento.

Da parte sua, la Palpacelli si è concentrata su una questione metodologica di fondo, che restituisce la cifra del mestiere dello storico della filosofia, ossia sulla posizione che Migliori assume nell’interpretare i dialoghi platonici. Egli, pur muovendosi all’interno del paradigma ermeneutico della scuola Tubinga-Milano, secondo cui Platone usa la scrittura con una profonda consapevolezza dei limiti di questo strumento (si ricordi che l’Ateniese vive il passaggio dalla cultura orale a quella scritta), offre una lettura che già, nota ancora Grecchi, «Giovanni Reale… considerava di grande autonomia, per quanto compatibile con la Scuola di Milano (a causa della sua trattazione molto equilibrata del rapporto fra dottrine scritte e dottrine non scritte). L’interpretazione platonica di Migliori si caratterizza, soprattutto, per una grande aderenza ai testi… Di essi egli è abilissimo nello scandaglio del “non detto”, ossia nel seguire Platone nei vari giochi dialettici in cui invita i propri lettori a “fare filosofia”» (pp. 9-10).

Sono due i concetti cardine, intrinsecamente connessi, che l’interpretazione di Migliori valorizza: 1) lo scritto come “gioco serio” e 2) la funzione protrettica dei dialoghi platonici. Dato che la scrittura è uno strumento potente e “rischioso” e dato che la filosofia non si impara ma si fa, Platone scrive con molto “gioco” (termine usato dall’Autore stesso nel Fedro), come in un rebus, per “costringere” il lettore filosofo «a “trovare soluzioni sulla base di poche indicazioni”» (p. 101), quindi a fare filosofia. In questo orizzonte, l’interprete e il lettore filosofo devono «“giocare il gioco” che Platone ci impone e cercare di capire dove lui, per accenni, proposte, tesi e provocazioni, vuole portarci. In caso contrario si apre una strada infinita di infinite invenzioni. Si tratta di un pericolo che qualsiasi studioso di Platone conosce molto bene, un “gioco” diverso, ovviamente a somma zero» (p. 257).

L’intervento di Marina Fedeli si è incentrato su una delle più importanti proposte teoriche che il prof. Migliori ha proposto e che trovano spazio nell’ultimo articolo del volume, Un paradigma ermeneutico per la storia della filosofia antica: l’approccio multifocale.

A fronte del fallimento dell’impostazione evolutiva tradizionale applicata all’interpretazione dei testi platonici e aristotelici, si fa strada una costatazione di fondo: «I filosofi classici non paiono tanto interessati a produrre un sistema di pensiero, una visione, una definizione, quanto piuttosto ad elaborare, all’interno di un orizzonte concettuale ben definito, a volte tanto forte da costituire un paradigma, una pluralità di schemi e di modelli, tra loro non sovrapponibili e a volte anche in contrasto, tuttavia capaci di spiegare aspetti della realtà che altrimenti ci sfuggirebbero. In sostanza, il pensiero classico vuol capire il mondo, la cui complessità è tale da richiedere una pluralità di strumenti» (p. 548). Qui sta la movenza di fondo del paradigma ermeneutico proposto Migliori: la ricchezza e polivalenza delle descrizioni che i filosofi antichi mettono in gioco rispecchia un tentativo realista di comprendere, per quanto possibile, la complessità del nostro mondo. Ciò implica che l’approccio ermeneutico a questi testi debba necessariamente «allargare le maglie e la struttura della sua analisi in modo da includere il numero massimo possibile di dati» (p. 548).

Questo atteggiamento inclusivo – ha sottolineato Marina Fedeli – che si sforza di dar conto analiticamente della pluralità e diversità delle relazioni reali e concettuali che strutturano il mondo indagato, moltiplicando di conseguenza gli schemi interpretativi e le prospettive di analisi, risulta avere una sua precipua utilità anche per lo studio dei filosofi medievali. Basti pensare a Duns Scoto che nel Commento alla Metafisica propone una sola definizione di relazione, in quanto, in questo contesto, indaga sul rapporto tra uomini e tra uomini e cose, mentre nelle opere teologiche ne propone due, in quanto qui ha bisogno di una diversa tipologia di relazione che permetta di parlare anche di Dio. Un altro esempio può essere il dibattito che si sviluppa intorno al c.d. averroismo latino: questi filosofi vengono accusati di sostenere la dottrina della “doppia verità”, mentre in realtà, chiarisce la Fedeli, essi non sostengono questo, ma ritengono solo che, muovendo da certi principi filosofici, si arriva a sostenere alcune tesi (eternità del mondo, unicità dell’intelletto umano…), mentre, se si muove da argomenti di fede, le conclusioni non possono che essere diverse.

Quanto affermato può suonare certo strano agli orecchi dei contemporanei, figli del pensiero filosofico moderno e abituati a ragionare per aut-aut anziché per et-et, ma per i filosofi antichi e medievali è una movenza “normale”, che altresì non ha nulla di contraddittorio o di inammissibile, in quanto implica la possibilità di utilizzare una molteplicità di punti di vista validi e utili in relazione a diversi contesti di indagine.

In conclusione del suo ricco intervento, Marina Fedeli ha evidenziato che tale approccio multifocale non si configura solo come una proposta ermeneutica per leggere i testi antichi, ma si propone anche come un paradigma di lettura del nostro mondo. Infatti tale atteggiamento può essere esteso anche ad altri settori del sapere, come è stato mostrato nel primo convegno internazionale dello scorso anno sul Multifocal approach, in cui hanno dialogato filosofi, giuristi, psicologi, scienziati e imprenditori. La multifocalità può diventare una cifra del nostro rapporto con il mondo, se non altro perché assumere più prospettive ci permette più facilmente di accettare la diversità, dato affatto scontato in una società di estremi come la nostra.

L’incontro si è poi concluso con le riflessioni del prof. Migliori, del segretario della SFI, Paolo Giordani, e con la visione di alcuni spezzoni delle prime puntate della nuova web serie didattica su Platone, ideata e progettata da Migliori insieme al regista Aldo Caldarelli e visibile sul canale YouTube di UniMC.

 

Francesca EUSTACCHI

 

 

 

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