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Breaking Bad - Un'INTERPRETAZIONE filosofica

Sky sta riproponendo, a oltre un decennio dalla prima uscita, la serie Breaking Bad. Certamente, è stata una serie televisiva che ha cambiato il modo di fare e vedere televisione. Lo spessore dei personaggi e della trama ha reso questa serie un punto elevatissimo dello spettacolo televisivo e anche a tanti anni dall’esordio non ha perso nulla del suo fascino. 

La trama senza spoiler

Breaking Bad racconta la storia di Walter White, un professore di chimica di Albuquerque apparentemente ordinario, frustrato da una vita economicamente mediocre e da un’esistenza che sembra aver mancato la realizzazione di tutte le promesse che sembravano dovute a un giovane chimico di grandissimo talento. Ma quelle promesse sprofondano in un lavoro mal retribuito. Quando poi gli viene diagnosticato un tumore ai polmoni, Walter precipita improvvisamente davanti alla prospettiva della morte e al timore di lasciare la propria famiglia senza sicurezza economica. Non può lasciare la sua famiglia al disastro economico! È in questo contesto che decide di utilizzare il proprio straordinario talento scientifico per produrre metanfetamina insieme al suo ex studente Jesse Pinkman. Le sue eccezionali doti di chimico lo proiettano subito nell’orbita del crimine data la purezza del prodotto che propone al mercato. Da questo nucleo narrativo prende forma una trasformazione progressiva e inquietante. Walter non è il classico criminale spinto dall’avidità immediata o dalla brutalità istintiva: è un uomo della ragione, della tecnica, del controllo. La serie mostra come l’intelligenza, il risentimento sociale e il desiderio di riconoscimento possano lentamente fondersi in una figura sempre più ambigua. Il mite professore di liceo diviene uno spietato criminale costretto allo stress enorme di vivere una doppia vita. Il fascino di Walter White nasce proprio da questa oscillazione continua: vittima di un sistema che lo umilia e, allo stesso tempo, soggetto disposto a oltrepassare limiti morali sempre più radicali pur di riaffermare sé stesso.

Walter White è Ulisse?

Breaking Bad può essere letto come una grande odissea del capitalismo contemporaneo e in questo emerge prepotente il parallelo tra Walter White e Odisseo. Questo parallelo, visto attraverso la lente di Theodor W. Adorno e Max Horkheimer, non è affatto arbitrario. In Dialettica dell’Illuminismo, Ulisse viene interpretato come il primo vero soggetto borghese: l’uomo che sopravvive grazie all’astuzia, al calcolo, alla capacità di reprimere impulsi e affetti pur di conservare sé stesso. Capace di qualunque scelta pur di sopravvivere. Non è l’eroe puro della forza, ma il razionalizzatore del mondo. Per questo, Walter White sembra davvero un suo discendente dato che anche Walter è un uomo della ragione, la ragione applicata alla pura sopravvivenza di sé. La sua violenza non nasce da un impulso barbarico immediato ma da una fredda intelligenza tecnica. La metanfetamina che produce non è semplicemente droga: è il simbolo di una razionalità trasformata in merce assoluta. Come Ulisse si lega all’albero della nave per ascoltare il canto delle sirene senza esserne distrutto, così Walter tenta continuamente, prima di avvicinarsi e poi di gestire il caos criminale mantenendo il controllo attraverso il calcolo. Come nel suo viaggio Ulisse diventa “Nessuno”, anche White diventa “Heisenberg” per coprire la sua vera identità. Entrambi sopravvivono perché sono capaci di dominarsi. Entrambi sacrificano il proprio umano per continuare il viaggio. 

Ulisse e Walter si somigliano ma non del tutto…

Eppure emerge anche la prima incrinatura del parallelo. L’Ulisse di Adorno e Horkheimer rinuncia al piacere per salvarsi; Walter White, invece, finisce progressivamente per scoprire nel potere un piacere profondo. La sua celeberrima affermazione finale “I did it for me” distrugge retroattivamente tutta la retorica del proprio sacrificio in nome del benessere familiare. Se Ulisse è il prototipo dell’uomo capitalistico che reprime sé stesso per l’autoconservazione, Walter rappresenta forse una fase ulteriore: il momento in cui l’autoconservazione si trasforma in volontà di dominio. Walter non combatte più solo per vivere ma per espandere il proprio io. Per questo il parallelo con Odisseo funziona solo fino a un certo punto. Ulisse desidera tornare a casa; Walter, paradossalmente, distrugge la casa proprio nel tentativo di salvarla. L’eroe omerico rimane orientato verso un ordine finale, Walter produce una spirale entropica che consuma ogni legame affettivo. La sua intelligenza non ricompone il mondo: lo desertifica. In questo senso è quasi più vicino a una figura tragica moderna che all’eroe antico.

Un’interpretazione filosofica

Ma proprio questa differenza tra Walter White ed Ulisse rende il confronto filosoficamente fertile. Breaking Bad sembra mostrare ciò che accade quando la razionalità strumentale descritta da Adorno e Horkheimer perde definitivamente ogni limite simbolico o etico. Quando cioè si perde il senso di quello che si fa. Walter White porta alle estreme conseguenze quella logica per cui tutto diventa mezzo: la chimica, il corpo, la famiglia, perfino la propria identità. “Heisenberg” non è solo uno pseudonimo criminale; è una nuova soggettività costruita interamente sulla prestazione, sull’efficienza e sul controllo. Non dimentichiamo che per Adorno ed Horkheimer è la razionalità senza un orizzonte di senso la responsabile dell’orrore nazista. Il nazismo non è assenza di pensiero ma è pensiero puramente razionale senza aspetti etici e di senso. La tragedia della serie “Breaking Bad” sta allora nel fatto che Walter appare contemporaneamente vittima e complice del sistema che lo genera. In principio è un uomo umiliato economicamente, malato, sostituibile: il perfetto soggetto precario del capitalismo contemporaneo. Ma nel momento in cui tenta di emanciparsi, interiorizza completamente la logica del dominio. Non evade dal sistema: ne diventa la forma più pura. Non c’è il riscatto dalla perversione capitalista, al contrario c’è l’adozione razionale, sistematica ed estrema dei suoi principi: competizione e sopravvivenza. È qui che il confronto con Ulisse si ribalta dialetticamente. Se l’eroe omerico era ancora capace di ritornare a Itaca conservando almeno un frammento della propria identità umana, Walter White compie un viaggio senza ritorno. La sua personale odissea non conduce a casa ma alla dissoluzione del soggetto. E forse proprio questo dice qualcosa sul passaggio dal capitalismo classico a quello contemporaneo: Ulisse riusciva ancora a sopravvivere al proprio calcolo, Walter White ne viene interamente divorato. Non esita ad uccidere persone “innocenti” (per quanto nel business del crimine), le ritiene innocenti e non meritevoli di morire ma uccide senza incertezze o ordina di ucciderle con estrema determinazione. Forse, se le avesse uccise con la convinzione che fossero comunque colpevoli sarebbe stata possibile una redenzione, ma Walter uccide senza che colpevolezza o innocenza siano motivi discriminanti perdendo qualunque possibilità di tornare umano.

White è l’oltreuomo nietzschiano?

Se letta attraverso Friedrich Nietzsche, la parabola di Walter White appare profondamente ambigua e proprio per questo filosoficamente interessante. A una prima lettura Walter sembra incarnare un gesto autenticamente nietzschiano: il rifiuto radicale di una vita percepita come umiliata, mediocre e passivamente subita. Prima della malattia egli vive infatti in una condizione di sostanziale impotenza esistenziale. È un uomo straordinariamente intelligente ma socialmente invisibile, un ex talento scientifico ridotto a insegnare ad adolescenti disinteressati e a svolgere un secondo lavoro degradante per sostenere economicamente la famiglia. La diagnosi del tumore agisce allora come un evento rivelatore: la prossimità della morte dissolve improvvisamente tutte le convenzioni che fino a quel momento avevano contenuto il suo desiderio di affermazione. La nascita di “Heisenberg” potrebbe apparire come un atto di emancipazione dalla morale dell’adattamento e della rinuncia. Walter smette di accettare il ruolo dell’uomo docile e sacrificabile e tenta di imporre la propria volontà sul mondo attraverso la conoscenza, il rischio e il potere. Da questo punto di vista si potrebbe sostenere che Breaking Bad racconti una forma oscura di “trasvalutazione dei valori”. Walter non vuole più essere definito dai codici morali della rispettabilità borghese, del sacrificio familiare o della modestia sociale. La sua trasformazione sembra guidata dal desiderio di riconquistare intensità, forza e centralità simbolica. In alcuni momenti della serie emerge persino qualcosa di simile alla critica nietzschiana della morale degli schiavi: nella sua mutazione da professore di chimica al liceo a criminale, Walter disprezza progressivamente la passività, la debolezza e la dipendenza, sia negli altri sia in sé stesso. “Heisenberg” diventa così la maschera attraverso cui tenta di rifondare la propria identità al di là delle regole ordinarie.

No… Walter non è un oltreuomo

Eppure anche il parallelo con l’oltreuomo si incrina quasi subito. Per Nietzsche, la volontà di potenza non è solo dominio sugli altri né compensazione rabbiosa di una frustrazione personale. La vera forza creativa dell’oltreuomo nasce da un’eccedenza vitale, da una capacità affermativa che non ha bisogno di vendicarsi del mondo. L’oltreuomo è al di là di questi sentimenti da deboli. Invece, Walter White appare continuamente attraversato dal risentimento. Dietro il suo desiderio di grandezza si intravede costantemente la ferita di ciò che sente di non aver ottenuto: il riconoscimento accademico mancato, il successo economico mai nemmeno intravisto; quello che appare costantemente è il risentimento per essere stato escluso da una vita che ritiene avrebbe meritato. Quando potrebbe liberarsi della caccia della Polizia che crede Heisenberg morto, non riesce ad approfittare e a tornare invisibile. Non può accettare che Heisenberg sia morto, che il suo alter-ego superpotente non ci sia più! No, preferisce rischiare che la caccia continui ma che attraverso Heisenberg continui ad avere il tributo al suo genio: tutte queste meschinità non sono da oltreuomo. Pertanto, molte delle sue azioni sembrano motivate dalla necessità di dimostrare qualcosa agli altri e, soprattutto, a sé stesso. Walter rappresenta forse una figura paradossale: un uomo che tenta di liberarsi dalla morale tradizionale ma che rimane interamente prigioniero della logica competitiva e gerarchica prodotta dalla società che lo ha umiliato. Non è il distruttore dell’etica capitalista ma ne è colui che ne approfitta. Il vero riferimento, prima e dopo la metamorfosi che lo porta a diventare spietato criminale, è il potere e da esso il riconoscimento. La sua libertà non dionisiaca o creativa è una volontà di affermazione continuamente contaminata dalla necessità di compensare una mancanza originaria. Per questo la sua traiettoria resta tragica, Walter non supera il sistema di valori che lo aveva schiacciato ma ne radicalizza la violenza fino a trasformarsi egli stesso in uno strumento della medesima logica di dominio. Se esiste in lui qualcosa di nietzschiano esso è superato dal proprio contrario cioè la possibile grandezza della ribellione è schiacciata dalla miseria del risentimento che lo alimenta. No, la meschinità non è sentimento da oltreuomo.

Una serie TV che... crea dipendenza

Tutto questo inserito in una trama fatta di momenti di tensione insopportabili rispetto ai quali si prova contemporaneamente repulsione e attrazione, semplicemente una serie televisiva capolavoro. E dato che la dipendenza da sostanze è uno dei temi maggiormente ricorrenti nella serie, ironicamente si potrebbe concludere rilevando come anche questa serie crei dipendenza nello spettatore.

Massimo BONTEMPI, Studente in Scienze filosofiche, UniMc

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