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La “CELLULA DEL BUON CONSIGLIO”: condividere la deliberazione pratica

Il IV Colloquio di Etica ha avuto come guida il tema della convivenza umana di fronte alle scelte decisive. Il titolo, infatti, è stato: La “cellula del buon consiglio”: condividere la deliberazione pratica. Proseguendo i lavori del III Colloquio il convegno ha voluto approfondire l’intreccio esistente fra le tematiche del contatto, della relazione e del legame. I lavori sono stati suddivisi in tre sessioni, afferenti a tre diversi ambiti di sviluppo della tematica proposta: una prima parte di stampo etico-antropologico (La deliberazione pratica: aspetti etico-antropologici), una seconda riferita alla disciplina medica (La rete di cura: fiducia e responsabilità) ed una terza relativa alle questioni socio-politiche (Sfide della responsabilità collettiva). Introducendo i lavori, il prof. Alici ha proposto una riflessione sul termine “insieme”: esso può giungere al nostro orecchio in forma di sostantivo, assumendo quindi l’immagine matematica di un gruppo, di un complesso o di un essere-assieme serializzato; se invece esso ritorna alla sua modalità originaria, quella avverbiale, mostra una qualità relazionale che si può esprimere con i sinonimi di compagnia, concordia, vicinanza, cura, comunione.

La prima relazione della mattinata (“Razón dialógica y discernimiento moral: aportaciones del personalismo y la hermenéutica a una bioética del cuidado. De Lévinas a Ricoeur”) è stata presentata dal Prof. Augustín Domingo Moratalla (Valencia). Svolgendo un percorso attraverso le correnti del pensiero filosofico contemporaneo Moratalla è giunto a Levinas e Ricoeur, apici del cammino di rinascita dell’etica. Il merito di Ricoeur è stato quello di aver “urbanizzato” il pensiero di Levinas, ancora fortemente segnato da uno stile marcatamente fenomenologico che ne impediva la trasparenza ultima. Ricoeur riscrive l’anelito levinassiano volto ad una “etica come filosofia prima” “rovesciando” il primato dell’altro in un’etica dell’identità narrativa, ossia un’etica della sollecitudine per l’altro a partire dalla sollecitudine per se stessi. Tale “svolta” può essere ben espressa col passaggio dall’imperativo del volto d’altri (Levinas) all’ottativo della sollecitudine (Ricoeur), nuovo ordine della relazione espresso come riconoscimento, gratuità, perdono.

La seconda relazione della mattina (“La deliberazione pratica tra passato e presente”) è stata proposta dal Prof. Antonio Da Re (Padova). Presentando il concetto di deliberazione in Aristotele, Da Re ha mostrato le caratteristiche del “buon deliberatore” presenti nell’Etica Nicomachea: la deliberazione è una pratica che si rivolge sempre a fini buoni e sono capaci di questa soltanto gli esseri umani, poiché dotati di ragione e temporalità. Sulla scia di autrici come Nancy Sherman e Martha Nussbaum, Da Re ha riproposto il pensiero aristotelico dell’indisponibilità dei fini per contrastare la deriva soggettivistica della deliberazione moderna: urge la necessità di deliberare insieme. Chi delibera è dotato di un carattere formato nel tempo in una storia specifica, non è una tabula rasa che può affrontare una decisione in modo neutro e oggettivo. La “cellula del buon consiglio” riprende infine i tratti del consulto, secondo la citazione di Aristotele: “Per le cose importanti prendiamo dei consiglieri (sym-boulos), perché non ci fidiamo di noi stessi, ritenendo di non essere all’altezza di conoscerle adeguatamente” (Et. Nic., III, 3, 10). Essa è un cammino, un luogo in cui la condivisione diviene praticabile.

Il Prof. Giuseppe Galli ha introdotto la discussione pomeridiana sulla fiducia e sulla responsabilità nella rete di cura. Il tema della fiducia può essere definito in termini di ambivalenza fra due protagonisti: il medico, con il suo sapere, ed il paziente, con la sua sofferenza. Un rapporto asimmetrico che può essere riequilibrato creando un’alleanza medico-paziente contro la malattia. Per conservare tale unione, che rende il lavoro realmente efficace, è necessario che il terapeuta - attraverso il coraggio, la generosità, l’empatia, ossia tramite la sua anima - instilli fiducia.

Il Prof. Cesare Scandellari (Padova) ha illustrato il tema del consulto (“Il consulto: tra ricerca di consiglio e trasferimento di responsabilità”), un concetto che può ben tradurre l’espressione “cellula del buon consiglio”. La sua definizione di “consulto” è tratta dal Galateo (Coletti): “È un consiglio e non una polemica: venga sempre accettato se profferto e profferto dallo stesso medico se all’uopo non richiesto da chi deve”. A fine Quattrocento, i medici si diedero una regola: essi si vietarono di formulare un pronostico grave da soli e senza il consulto obbligatorio con un altro collega. L’obiettivo era quello di impedire l’abbandono del paziente a se stesso. Il consulto, dunque, nacque come compito obbligatorio affidato al medico per controllare il giudizio di pronostico.

Nondimeno, vi furono degli abusi del consulto: esso divenne ben presto un momento per esibire la propria situazione socio-economica o per abdicare alla propria responsabilità. Per superare ciò, avvenne il passaggio dalla collegialità alla competenza, tornando alla funzione originaria della deliberazione fatta insieme per l’interesse comune.

A seguire, il Prof. Luciano Latini (Ospedale di Macerata) ha definito il “secondo parere” come il ricorso al parere di un altro medico o di una istituzione al fine di confrontare, confermare o correggere la prima diagnosi. Il secondo medico dovrebbe gestire il compito con delicatezza, senso etico e deontologico per contribuire ad una maggiore chiarezza, consolidare la fiducia nel primo specialista e non creare alleanze perverse. Ciò che si evidenzia è che anche il “secondo parere” dovrebbe essere vissuto come un cammino per risolvere un problema diagnostico attraverso la relazione fiduciaria medico-paziente.

Le questioni e le problematiche affiorate nelle discussioni sono state ulteriormente approfondite nella tavola rotonda (“La ‘cellula del buon consiglio’ nelle reti di cura”), grazie a competenze di ordine medico-legale (Prof. Mariano Cingolani – Macerata), clinico-sanitario (Prof. Americo Sbriccoli – Ordine dei Medici di Macerata) e formativo (Prof. Maurizio Mercuri – Politecnico delle Marche).

Ad introdurre la seconda giornata è stata la Prof.ssa Carla Danani, che ha sottolineato come i focus dei lavori fossero quelli della democrazia deliberativa e della rete, con particolare attenzione per i temi della relazione e della comunicazione, da indagare criticamente interrogandosi sulla loro qualità.

Il primo relatore è stato il Prof. Francesco Viola (Palermo) (“Democrazia deliberativa e forme di costituzionalismo”). Partendo dall’individuazione di due difetti principali riscontrabili nel mondo politico, quali la debolezza della volontà e l’incertezza della ragione, Viola si è concentrato sul delicato rapporto tra Costituzione e democrazia. Poiché la democrazia è chiamata a dare effettiva realizzazione ai princìpi costituzionali, essa deve assumere una dimensione deliberativa. Tuttavia, ciò può essere fatto secondo due modalità: nella prima vige l’idea di una “costituzione custode”, contenente norme di per sé già complete e definite, rispetto alle quali la democrazia è una “sorvegliata speciale”. Nella seconda i princìpi costituzionali cominciano a diventare incerti, non compiuti, per cui la democrazia deve reinterpretarli, dando vita a regole più certe e rispondenti anche alle nuove problematiche emergenti. Se nella prima modalità il difetto principale è quello della debolezza della volontà, nella seconda a costituire un problema è sempre più l’incertezza della ragione, soprattutto nel momento in cui i principi costituzionali arrivano ad essere considerati mere “espressioni retoriche”, che possono dar luogo alle più varie determinazioni pratiche. È a questo punto che si delinea la sfida del pluralismo, di fronte al quale la democrazia deve farsi “sempre più deliberativa”, in grado cioè di “far cambiare idea alle persone” e di raggiungere decisioni condivise razionalmente, fronteggiando così l’incertezza della ragione.

Dopo l’intervento del Prof. Viola, si è svolto l’intervento del Prof. Adriano Fabris (Pisa) (“Etica della comunicazione in rete”). Fabris ha anzitutto sottolineato come la nascita e lo sviluppo delle nuove tecnologie dell’informazione abbiano modificato il nostro modo di rapportarci al mondo e agli altri, influendo profondamente anche nel campo della deliberazione pratica. Di qui Fabris ha mostrato la necessità di una “etica delle nuove tecnologie”, soffermandosi poi sul caso specifico dell’Internet Ethics. L’attuale orizzonte del web, infatti, deve essere indagato sotto due aspetti, quello dell’etica di Internet, che valuta l’impatto che Internet ha su di noi, indipendentemente da quanto “siamo in rete”, e quello dell’etica in Internet, relativo cioè alle forme e alle modalità del nostro uso del web.

Il concetto di “virtuale” applicato alle nuove tecnologie informatiche ha provocato profonde trasformazioni spaziali e temporali, dando vita a quello che Fabris ha definito la “eliminazione delle differenze”, con conseguenze rischiose per quanto riguarda soprattutto la dimensione dell’identità delle persone, che vede la scomparsa della “corporeità”. C’è poi una questione di giustizia – poiché non tutte le parti del mondo hanno accesso ad Internet –, unitamente a problematiche relative alla proprietà intellettuale e alla privacy. L’etica di Internet, secondo Fabris, ha il compito di fronteggiare tutte queste criticità. L’etica in Internet, invece, ha come nodo principale il rapporto tra diritto ed etica. Esistono infatti codici deontologici del web, ma essi non sono sufficienti, e vanno integrati con criteri di etica della comunicazione, che siano in grado di orientare effettivamente i comportamenti degli utenti della rete.

A questo proposito Fabris ha proposto quattro criteri: fiducia, rispetto, verità e responsabilità. Solo la loro compresenza può garantire quella “trasparenza responsabile” che valorizza le potenzialità positive di Internet, evitando però che esse siano portate all’eccesso.

Al termine dell’intervento del Prof. Fabris, ha concluso i lavori il Prof. Alici, il quale, dopo aver ringraziato i relatori e i presenti, ha ricordato il filo rosso che lega i precedenti Colloqui di Etica con quello appena concluso e con quelli futuri: interrogarsi sulle forme della prassi umana al fine di perseguire la “buona relazione”, promuovendo le dimensioni del personale, dell’inclusione e della mediazione.

Sara Barchiesi

Francesco De Stefano

Daniele Referza

inAteneo

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