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FareFILOSOFIA: Perché/ Per chi

Il primo degli eventi che la sezione di Filosofia del Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università di Macerata ha organizzato per festeggiare i suoi cinquant’anni è stato un seminario aperto tenutosi il 2 e 3 aprile dove filosofi accademici, e non solo, si sono posti delle questioni, proprio intorno allo statuto della filosofia. Latamente la riflessione era volta ad interrogarsi anche sul ruolo della filosofia oggi; da qui le due parti dell’iniziativa intitolate FareFilosofia perché? – alla quale hanno partecipato Salvatore Natoli e Dario Antiseri – e FareFilosofia per chi? – un seminario di discussione, presieduto e introdotto dal professor Luigi Alici e al quale sono intervenuti lo stesso Natoli, Antonio Da Re, Giovanni Ferretti, Silvia Ferretti, Filippo Mignini e Gabriele Gabrielli.

L’occasione è servita ai professori del Dipartimento per fare un bilancio di questi primi cinquant’anni; insomma: per chiedersi dove si è arrivati, ma anche verso quali luoghi ci si sta muovendo e come ci si sta dirigendo verso quei luoghi. Infatti, è emersa l’esigenza di una analisi sistematica della metodologia filosofica, all’interno dell’università, vista la ridefinizione dei “campi di azione” che lo studio della filosofia comporta. È significativo a tal proposito che sia Natoli che Antiseri, nella prima parte del seminario (svoltasi in una gremita Aula Magna), abbiano messo l’accento, in modi evidentemente diversi e a volte contrastanti, sulla capacità e necessità della filosofia di intrecciarsi alla vita quotidiana collettiva e personale. Ciò, ci sentiamo di dire, è la cifra essenziale dello studio filosofico; perché non si può rimanere “intatti” se si è passati attraverso lo studio della filosofia, e soprattutto se ci si incarna nello spirito e nella modalità filosofica di vivere.
Detto ciò risulta ancora più chiaro come quella ridefinizione, di cui si parlava sopra, è giunta agli occhi degli addetti ai lavori, ed è quindi entrata prepotentemente nella discussione che si è avuta nel seminario.

Le nuove possibili strade che lo studente di filosofia si trova a dover percorrere, fanno si che ci debba ri-pensare l’ambito dell’insegnamento e della pratica filosofica, e quindi anche della struttura educativa e formativa. In parte ciò è stato messo in luce – nel secondo giorno del seminario - dall’intervento del professore emerito Giovanni Ferretti, che ha indicato come già i suoi studenti sentissero l’esigenza di condividere quella capacità unica che lo studio della filosofia fornisce. Ferretti ha elencato vari studenti del suo trascorso da professore di Filosofia Teoretica a Macerata che ora sono diventate figure professionali diverse, ma che si riconoscono nella diversità grazie al sostrato filosofico in comune. Su questo sfondo comune si è addentrato Natoli che ha parlato di una specificità originaria dello studio della filosofia, fin dagli antichi (anzi maggiormente negli antichi, ha ricordato): la capacità di dare una mentalità di vita all’uomo, un habitus, capace di fare i conti con il giusto e l’ingiusto, non semplicemente riducibile ad una tecnica. Tale capacità della filosofia è data dal suo sguardo totale sulla realtà; uno sguardo all’intero che permette una fondamentale rivalutazione del singolo.

Singolo che, come ha messo in luce Gabrielli – attraverso la sua esperienza professionale all’interno di grandi aziende, anche con ruoli di rilievo nella gestione e formazione del personale (figura professionale alla quale si dedicano molti laureati in filosofia) -, va necessariamente rivalutato e messo nelle migliori condizioni per realizzare se stesso, anche in ambito lavorativo. Sebbene, come ha aggiunto poi Natoli, lo studio e la pratica della filosofia sono utili (se non necessari) anche se congiunti all’esercizio di un’altra attività, perché essa ci permette di non identificarci con l’azione che è ben altro rispetto a noi. Il distacco dall’azione è fondamentale per raggiungere quella “beatitudine” che è vera condizione di realizzazione umana. L’emendazione dalla tirannia della cosa e dell’azione si attua con la filosofia e con la pratica filosofica. Su questo punto tutti i relatori sono sembrati d’accordo.

Sul ruolo della filosofia nel singolo si sono anche concentrati gli interventi di Antonio Da Re, Silvia Ferretti e Filippo Mignini che ha raccontato la sua personale testimonianza nella quale ha avvertito una chiamata da parte della filosofia, sentendosi incoraggiato a fare filosofia in primis per sé; perché soltanto in questo modo è possibile essere alterità positiva per gli altri. La condivisione, inoltre, attraverso l’insegnamento è fondamentale – hanno fatto notare – perché ciò significa attivare un canale diretto con le vite altrui, modificandole e ponendole dentro un orizzonte che è quello di un esercizio sistematico della domanda, una messa in critica dell’ovvio.

In conclusione, tutti i relatori sono convenuti sull’idea che – come cinquant’anni fa, nel giorno dell’apertura della ex facoltà di Lettere e Filosofia a Macerata – anche oggi fare filosofia significa dubitare dell’ovvietà e della banalità, malattie molto diffuse in questo mondo che invece necessita, sempre più, di una continua messa in discussione.

SAVERIO MARIANI
(laureando in Scienze Filosofiche all’Università di Macerata)

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